Cronaca

Quando andai ai funerali del compagno Berlinguer. Di nascosto

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NARDO' - Frequentavo la Scuola infermieri professionali di Galatina, nel 1984, ormai da più di tre anni. La direttrice era una una sorella della congregazione delle "Figlie della carità" di San Vincenzo de ' Paoli. Una donnetta piccola e tracagnotta, che quando parlava sembrava un ventriloquo in grado di emettere una vocina alla Sandra Milo.

Frasi sconnesse miste tra il dialetto siciliano e un napoletano fatto in casa. Questa monaca oltre al suo Dio aveva una altra divinità da venerare ed ossequiare, la presidente dell'ospedale Santa Caterina Novella, quella che nel mio libro "San Giuseppe Sambiasi Il Santo che non vola" definisco "alta e mascolina", un capo democristiano indiscusso, erede della dinastia, come nelle case regnanti, dei De Maria di Galatina.

 

Studiavo e lavoravo lì in quegli anni, sventurato me, e sopportai per tre anni penitenze, punizioni "corporali" ed espiazioni nonché quasi redenzioni materiali e spirituali (che cosa avevo poi da espiare non l'ho mai capito, forse il fatto che lottassi per un mondo più giusto proprio contro quel potere democristiano-fascista) e soffrii tanto per poter conseguire un diploma.

Dovetti rinunciare a manifestare le mie idee comuniste, il mio punto di vista critico contro un modo di fare politica clientelare, assolutistico e corrotto. Ma a giugno dei quell'anno il segretario del mio partito, a Padova, in un comizio di fine campagna elettorale morì.
Il compagno Enrico Berlinguer ci lasciò tutti orfani in un momento delicato della vita politica italiana, un periodo in cui stavano nascendo, poveri noi, i giovani rampanti. Coloro che avrebbero portato alla rovina totale la sinistra e il suo popolo.
Era un passaggio importante anche per la mia vita, e non potevo mancare a Roma ai funerali di Enrico. Il problema era come andarci all'insaputa della direttrice e delle malelingue.
Non ci pensai neanche una volta, partii con i compagni in quel caldissimo, e tristissimo, giorno di giugno. Sotto un sole rovente sfilai davanti alla bara del compagno, insieme a milioni di altri compagni e simpatizzanti per dare l'estremo saluto ad un sincero uomo di mille battaglie, ad un uomo onesto e giusto, che aveva dato un senso alla mia vita fino a quel momento.
Ancora adesso, se penso a quegli istanti non posso fare a meno di commuovermi e mi viene la pelle d'oca. Tornai a scuola dopo tre giorni e sorpresa: la suora in uno dei sue sermoni, forse quello più bello, legittimo e giusto della sua carriera, nomina il compagno Enrico come uomo retto ed onesto, persona ligia all'impegno politico ed amato dal popolo.

E' inutile dire, ovviamente, che la mia opinione su quella sorella non cambiò, nonostante il suo discorso sconnesso e vernacolare di apprezzamento per il ruolo nazionale di Berlinguer. Non cambiai la mia convinzione su certi personaggi, che per l'occasione allungano le lingue biforcute da altre parti per paura di "rimanere a terra".
Ma due cose riuscì a comprenderle, una è che se avessi confessato e manifestato in quella scuola che ero comunista, oggi non sarei neanche infermiere, l'altra è che ne è valsa la pena disertare quelle aule, ammuffite e stantie per dare l'estremo saluto ad un uomo che ha quasi dato la vita per la sua gente. E cosa però volevo dirla, alla prima del film su Berlinguer il regista Veltroni ha invitato cani e porci.
Eppure in quella piazza di 30 anni fa, ai funerali di Berlinguer, non notai che c'erano un certo Confalonieri o Montezemolo o i vip che vanno in vacanza alle Bahamas o a Zanzibar. Da questo si nota la lontananza abissale che c'è tra certi signorotti sinistrati con le idee, le battaglie e l'anima della vera sinistra che si riconosceva e si riconsce in Enrico Berlinguer. Riposa in pace compagno mio, il tuo nome e la tua storia non potranno mai essere ricordati né macchiati da chi dopo la tua morte ha fatto bagordi e gozzoviglie.

Maurizio Maccagnano
responsabile Cobas P.I. Sanità