
PDM - C'è un ex ministro con un documento e c'è un partito da riformare. Gli ingredienti sono quelli della tradizione: quella liberalista, quella cristiano-sociale e quella socialcomunista. C'è la convinzione che solo attraverso il cambiamento in direzione di un buon partito ci si possa aprire la strada verso un buon governo. Le parole chiave sono tante, il progetto è ambizioso, ma Fabrizio Barca riparte da qui. L'abbiamo intervistato a Maglie, nel pieno del suo personalissimo Giro d'Italia, dopo l'incontro di presentazione del suo documento programmatico e della sua nuova idea di partito. A voi! {videobox}98BYUqZsPJI||box=2{/videobox}
“Liberismo” , “sinistra”. Sono dei termini pronunciati e scritti da Lei all’interno del suo documento, ma indubbiamente caduti in disuso da un po’. Allo stesso tempo, ha parlato anche della necessità di una contesa verbale costruttiva all’interno del partito, citando Nitti. Come pensa di poter coniugare queste due anime all’interno della proposta che deve scaturire dal suo documento programmatico e dal relativo dibattito?
Quando uno parla di partito, deve prima di tutto parlare di governo. Perché le persone si associano in partiti per poter governare meglio e noi, da 20 anni, non ci riusciamo, sia a centrodestra che a centrosinistra. Il mio documento nasce dall’idea che per capire che partito vogliamo, organizzarlo e capire cosa deve fare, dobbiamo capire cosa ci vuole per governare. E abbiamo bisogno di processi che riescano a mobilitare le conoscenze. Ad esempio, per fare una buona riforma della scuola devo presidiare i processi di attuazione, non posso limitarmi a fare una norma e poi aspettare che il mondo si adatti alle mie idee. Devo invece fare la riforma e presidiare i processi attuativi, per poi monitorare in che modo la società reagisce, dai cittadini agli studenti. Un partito che sia utile a un modo di governare come quello che ho descritto, deve essere un partito in grado di mobilitare le conoscenze e sentire le persone. La società deve avvertire che il partito non è una roba che serve a qualcuno per impossessarsi dello Stato e creare percorsi privilegiati per rubare il lavoro ad altri; il partito deve essere una tua organizzazione che ti consente di parlare TU società con una voce forte, robusta e coesa con lo Stato. È una visione di sinistra, moderna, che consentirebbe a un partito di intercettare le conoscenze che oggi si mobilitano anche nel mondo giovanile, in questo momento così lontano dai partiti.
Parlando del dibattito all’interno del partito, qual è il suo rapporto con l’anima renziana del partito? Lei potrebbe riuscire a coagulare attorno alla sua proposta e al suo documento la parte più a sinistra del PD, quello che c’è di politicamente e partiticamente schierato, ma al tempo stesso deluso, del MoVimento 5 Stelle e Sel. Questa proposta non rischia di spaccare il partito?
L’effetto che ha avuto il fatto che io sia tornato a parlare di sinistra è che Veltroni abbia prodotto un libro in cui definisce il PD un partito di sinistra; Renzi definisce se stesso come una persona di sinistra, e mi sembra di aver ridotto il livello di ipocrisia, perché il partito democratico è nato come un partito di sinistra e chiamarlo di centrosinistra è ipocrita, e l’ipocrisia è la prima falsità. Quando i cittadini sanno che sei ipocrita perché stai nascondendo qualcosa, già si insospettiscono. Esser tornati a parlare di sinistra vuol dire esser tornati a dire la verità. La matrice di sinistra del PD è tra le sue componenti culturali: parlare di merito e concorrenza, liberalismo, è di sinistra; parlare di giustizia sociale e di un lavoro che ha bisogno di essere sostenuto nella sua difficile contrattazione con il capitale è di sinistra, della tradizione social comunista; parlare di “persona” richiama alla tradizione cristiano sociale. Tre tradizioni che vivono all’interno del PD e che rendono necessario che questo partito torni a parlare delle proprie radici culturali invece di nasconderle.
Un flash sui giovani. Lei all’interno del Consiglio dei Ministri del governo Monti era non solo il ministro anagraficamente più giovane ma anche, come idee e proposte, l’unico a parlare di giovani. Cosa si sente di dire adesso ai giovani e cosa dovrebbe fare il nuovo PD, il suo PD, per loro?
I giovani nel pd possono essere un fattore di trascinamento, perché sono quelli che per loro natura e per la gravissima situazione che vivono in questo momento, con il precariato che li costringe ad avere salari di entrata nel mercato del lavoro più bassi di quelli di vent’anni fa, sono i più favorevoli al cambiamento per un motivo banale: non hanno nulla da perdere. E hanno dentro di sé un ‘autoracconto’ che dice “ho uno spirito pubblico, voglio cambiare il paese”. La propensione al cambiamento li rende, in un partito che deve rinnovarsi, un elemento di trascinamento, purché il partito offra loro un modo di cimentarsi con i più anziani e costruisca, dandogli un ruolo di preminenza, un rapporto intergenerazionale molto forte. In questo senso i giovani, anche rimanendo fuori dal PD, continuando a lavorare nelle loro associazioni ed essendo “testardamente indipendenti” (come dico nel mio documento), possono avere la voglia di affacciarsi nel PD perché sanno che lì le loro idee possono essere diffuse.

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(a cura di Federico Plantera)