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I MIEI SILENZI SCRITTI - Rimini, ultima fermata

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NARDO' - Più lungo e più gustoso del solito il racconto domenicale di Paolo Congedo.

Le mancava ancora, quella notte di dicembre inoltrato. Il suo ricordo lo 
sfiorava appena, come carezza. Lento e impercettibile emanava calore e 
tristezza senza freni. Il suo ricordo era un altro passeggero e gli stava 
vicino, su quella carrozza rumorosa nonostante il prezzo alto. Viaggiare in 
treno lo faceva stare bene, lo faceva vivere bene con se stesso e con i suoi 
ricordi. Una voce metallica gli ricordò che per la destinazione mancavano pochi 
minuti. Si alzò con la calma che lo distingueva da tempo e iniziò a mettere 
nella valigia nera samsonite, ormai alquanto usurata, i suoi compagni di 
viaggio di una vita: il cellulare vecchiotto ma per il quale aveva una stima 
profonda, i resti di un panino con il crudo e la mozzarella, una bottiglia 
d'acqua di 75 cl -perché quella era il formato ideale da viaggio-, e un libro 
palloso e ridondante ma che lui adorava: introduzione alla psicanalisi, di suo 
padre Freud. Non aveva voglia di scendere, quella notte, avrebbe voluto che il 
suo viaggio continuasse ancora, avrebbe voluto che la musica che ascoltava in 
sottofondo non avesse termine, come fosse un ritornello infinito, come quel suo 
amore scaduto. Di malavoglia chiuse la valigia e mise la giacca pesante. A 
malincuore si avviò verso l'uscita mentre i freni si facevano sentire con 
quello stridore continuo nella notte silenziosa di Rimini. Rimini in inverno è 
peggio di Roma nell'ora di punta. Insignificante.
Nè il capotreno nè alcun altro scese nella stazione desolata. Freddo e vento, 
a ricordargli che era solo.
Imboccò le scale del sottopassaggio e un clochard gli passò vicino, urtando la 
valigia. Aveva un tanfo che gli ricordava i dormitori di quando era ragazzo, le 
notti passate nei vari orfanotrofi, la suora che lo abbracciava teneramente.
Poi si ritrovò per strada e l'unica insegna accesa, quella di un bar, gli 
regalò un sorriso. A passi incerti e con gli occhi chiusi si diresse verso 
l'odore di caffè. Il proprietario, un bell'uomo sulla quarantina era intento ad 
osservare un oggetto su ebay. Aveva appena chiuso la pagina di tgcom.
Gli preparò il caffè e mise su un piatto una treccia ripiena di marmellata. 
Lui la ricordava di una mattina di agosto, quella treccia. Una domenica 
mattina, quando la svegliò con quel profumo di burro e sfoglia. La svegliò solo 
dopo averla guardata a lungo. L'aveva adorata in ogni sua vita. Ora non più. 
Doveva essere un ricordo lontano, se l'era proposto.
Una ragazza africana, dalla dubbia probità gli sedette affianco e, 
contestualmente, il proprietario del bar si mosse in sua direzione per mandarla 
via. Non voleva che importunasse i clienti. Il suo sguardo passò velocemente 
dal viso di lei a quello di lui. Poi decise di fare un cenno al proprietario, 
come a dire che non vi era problema. Probabilmente lei lo aveva visto entrare e 
sapeva leggere il viso di chi è solo. Probabilmente sapeva che avrebbe 
attecchito con le sue tette strabordanti. lui le sorrise e le sfiorò il viso. 
Sorseggiò il caffè con due bustine di zucchero e intanto pensava a LEI e 
pensava a lei. Una maiuscola che ti cambia tutto. Alzò gli occhi e lei era in 
attesa di una risposta. Voleva vendergli il suo amore. Le chiesi se volesse 
qualcosa da mangiare e decise di fargli compagnia con un cornetto, ma aveva 
fretta di concludere. Si aspettava qualche minuto di sesso. Pagò e si avviarono 
in un albergo vicino dove avrebbe passato la notte, dove sarebbe stato amato a 
tempo. Per strada le chiese di dargli la mano e così procedettero lungo il 
viale. Poi lui le cinse i fianchi e sentii la sua paura salire a pelle. Cercò 
di rassicurarla. Per strada aveva chiuso gli occhi per cercare di sentirla 
vicina ancora una volta, per cercare di ricordarsi quelle fughe clandestine e 
la riva del mare silenziosa mentre l'amava.
Nella hall, il portiere lo guardò come a chiedere spiegazioni e lui gli 
presentò una banconota da 50 euro. Tutto aveva un prezzo. Annuì silenzioso.
Terzo piano, stanza 22. Entrati in camera lei cercò di stringere i tempi, 
spogliandosi velocemente mentre lui segui i suoi movimenti. Nessun accorgimento 
verso di lei, se non la necessità di guardarla nuda. Il suo sesso era moscio e 
non si preoccupava per nulla. Non gli interessava farlo. Aveva solo necessità 
di sentirsi stringere ad occhi chiusi. Lei cercò di fare qualcosa, voleva 
andare via quanto prima, prendere i soldi e cercare un nuovo pollo da spennare 
e lui la mise al corrente che non aveva nè voglia nè necessità di farlo con 
lei, che gli sarebbe bastata la sua compagnia silenziosa. Si denudò 
completamente e anche lei lo fece. Alquanto alacremente. Sotto non aveva 
neppure il reggiseno ma, nonostante questo, il suo seno era florido e 
imponente. Il sesso di lui non diede segno di vita, non gli interessava il 
discorso. 
Sollevò le coperte e si coprì in attesa del corpo morto. Freddo nel corpo e 
nell'anima, verso di lei, la abbracciò forte e lei raccolse l'ancora che aveva 
lanciato nei suoi confronti e avvicinò le sue labbra a quelle dell’uomo. Lui la 
respinse. Per un attimo, pensò di mandarla via. Solo la necessità di 
immaginarla ancora una volta sua e il calore del corpo di lei gli fece cambiare 
idea.
p.c.