Pillole di resistenza

I BIMBI DI GAZA - Sono come i bimbi di tutto il mondo

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NARDO' - Un intervento, un grido di dolore. Perché tutti i bimbi, di tutti i popoli, hanno un'identità precisa, una storia, i nonni ed i cuginetti, i loro giochi e le loro speranze.
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Caro direttore, ma perché i bimbi di Gaza non devono avere un’identità, agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, e sono meno importanti di quelli israeliani?
In questi giorni stiamo assistendo, con sommo dolore, alle immagini raccapriccianti dei bambini israeliani dopo il lancio dei razzi da parte di Hamas. Ci è stata esibita “la pietas” (dolore ed angoscia) delle famiglie di bimbi e ragazzi, con una identità riconosciuta, formatesi e cresciuti sul modello sionista, per l’assimilazione degli ebrei nella società occidentale.
Per i bambini palestinesi di Gaza invece, le violenze e le persecuzioni di questi giorni, il deliberato massacro da parte dell’esercito sionista, viene esibito come fosse una logica, inevitabile, conseguenza di un calcolo israeliano dopo gli attacchi di Hamas.
Si cerca di nascondere, che sono almeno 16 anni che in quel lembo di terra, nella striscia di Gaza, lunga circa 40 Km. e larga 6-12 km, c’è un’occupazione, manu militari, dell’esercito israeliano. Ed è da lì che Hamas, da Gaza, ha lanciato un assalto, senza precedenti, in cui centinaia di israeliani sono stati uccisi e feriti, e molti civili sono stati rapiti e sono in ostaggio.
Ma quello che si vuole nascondere che il governo razzista, fondamentalista (il più di destra della storia israeliana) non ha dichiarato guerra, ad Hamas e al popolo palestinese il 7 di ottobre. Con il lancio di attacchi aerei, con l’uccisione di centinaia di palestinesi e il ferimento di migliaia, i bombardamenti di edifici residenziali, di ospedali e chiese, e le minacce a commettere crimini di guerra contro i palestinesi. La sua guerra contro i palestinesi è iniziata più di 75 anni fa. La segregazione razziale e l’occupazione israeliana – con la complicità degli Stati Uniti in tale oppressione – sono la fonte della violenza di oggi.
Benjamin "Bibi" Netanyahu ha brutalmente intensificato la sua occupazione militare sui palestinesi in nome dell’egemonia sionista, attuando espulsioni violente e demolizioni di case, eccidi di massa, aggressioni militari nei campi profughi, assedi continui ed umiliazioni quotidiana.
Nelle ultime settimane, inoltre, le forze israeliane hanno spesso preso d’assalto i luoghi più sacri dei musulmani a Gerusalemme.
Negli ultimi 16 anni il governo israeliano ha soffocato i palestinesi di Gaza con un duro blocco militare aereo, marittimo e terrestre, peggio di un’apartheid (su questo dirò meglio più avanti) imprigionando e affamando due milioni di persone e negando loro assistenza medica. Il governo israeliano massacra regolarmente i palestinesi a Gaza; i bambini di dieci anni che vivono a Gaza sono già stati traumatizzati dai bombardamenti, e a loro viene negata un’identità.
Le case dei palestinesi vengono date alle fiamme da branchi di coloni israeliani. Interi villaggi dei palestinesi sono costretti a fuggire, abbandonando le loro case, i frutteti, la terra che appartenevano ai loro padri, da generazioni.
Lo spargimento di sangue di oggi e degli ultimi 75 anni è riconducibile direttamente alla complicità degli Stati Uniti nell’oppressione e nell’orrore causati dall’occupazione militare israeliana. Il governo degli Stati Uniti consente costantemente la violenza israeliana ed è responsabile anche di questo momento. Il finanziamento militare incontrollato, la copertura diplomatica e i miliardi di dollari di denaro privato provenienti dagli Stati Uniti consentono e danno potere al regime di apartheid israeliano. Coloro che continuano a chiedere un sostegno “corazzato” da parte degli Stati Uniti all’esercito israeliano non fanno altro che aprire la strada a ulteriori violenze.
Per comprendere meglio la questione israelo-palestinese, basta leggere cosa dice la prof.ssa Cinzia Nachira, dell’Università di Lecce,
“…ogni tentativo di comprendere a fondo il conflitto israelo-palestinese non può prescindere dalla comprensione del contesto entro cui nasce e si sviluppa il sionismo come movimento politico e progetto coloniale…”
“… il sionismo come movimento politico non nacque con l’appoggio delle masse ebraiche d’Europa; «il sionismo», come afferma Hannah Arendt, «non è mai stato un vero movimento popolare». “Al contrario, la sua base sociale, a cominciare dalla nascita di un’intellighentia ebraica che nel XIX secolo si faceva espressione di una cesura generazionale, fino alla fondazione dello Stato d’Israele e di lì ai giorni nostri, è sempre stata al suo interno complessa e contraddittoria nei suoi riferimenti identitari”.
Nachira continua: “La storia della costruzione della società israeliana è anche la storia dell’internamento di migliaia di immigrati che ne avrebbero costituito il «capitale umano»; ed è la storia dello sfruttamento di quegli ebrei arabi che andavano a costituire forza-lavoro a basso costo subendo su di sé gli stessi effetti derivanti dall’ «apparato colonizzatore sionista»
Ma per comprendere ancora meglio la questione, vorrei citare ciò che va affermando, da qualche anno a questa parte, Noam Chomsky:

“definire “apartheid” le politiche israeliane nei confronti dei palestinesi sia in realtà un “regalo a Israele”, almeno se per apartheid si intende quella in stile sudafricano. Da molto tempo sostengo che i Territori occupati sono molto peggio del Sudafrica. Il Sudafrica aveva bisogno della sua popolazione nera, faceva affidamento su di essa”, ha detto Chomsky, aggiungendo: “La popolazione nera era l’85% della popolazione. Era la forza lavoro; il Paese non poteva funzionare senza quella popolazione e, di conseguenza, hanno cercato di rendere la loro situazione più o meno tollerabile per la comunità internazionale. (…) Speravano in un riconoscimento internazionale, che non hanno ottenuto”.
Quindi, se i Bantustan (regioni dipendenti dall'autorità del governo sudafricano bianco) erano, secondo Chomsky, “più o meno vivibili”, lo stesso “non vale per i palestinesi nei Territori occupati. Israele vuole solo sbarazzarsi di queste persone, non le vuole. “E le sue politiche negli ultimi 50 anni, senza molte variazioni, sono state solo quelle di rendere la vita in qualche modo invivibile, in modo che si andasse da qualche altra parte”.
Queste politiche repressive si applicano a tutto il territorio palestinese: “A Gaza li distruggono e basta”, ha detto Chomsky. “Ci sono più di due milioni e mezzo di persone che vivono in condizioni orribili, al limite della sopravvivenza. Le organizzazioni di diritto internazionale, qualche anno fa dicevano, che probabilmente non saranno in grado di sopravvivere nemmeno tra un paio d’anni. (…) Nei Territori occupati, in Cisgiordania, le atrocità (avvengono) ogni giorno”.
Chomsky ritiene inoltre che Israele, a differenza del Sudafrica, non cerchi l’approvazione della comunità internazionale. “La sfacciataggine delle azioni israeliane è piuttosto sorprendente. Fanno quello che vogliono, sapendo che gli Stati Uniti li sosterranno. Ebbene, questo è molto peggio di quello che è successo in Sudafrica; non è uno sforzo per accogliere in qualche modo la popolazione palestinese come forza lavoro soppressa, è solo per sbarazzarsi di loro”.
Ecco perché i bimbi di Gaza non possono avere un’identità, agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, e sono meno importanti di quelli israeliani!
Maurizio Maccagnano, sindacalista dissidente