Caro direttore, era aprile 2009 e Lidia Menapace (il 3 aprile avrebbe compiuto 100 anni, è stata staffetta partigiana durante la Resistenza con il nome di battaglia di “Bruna”, ha coltivato per tutta la vita i valori dell’antifascismo) si domandava...
“Cosa rimane oggi della Resistenza? È rimasto un gran buco da colmare. Siamo davanti a un fenomeno che ho iniziato a chiamare di “Alzheimer organizzato” (…) Tutti noi temiamo l’alzheimer, perché è la perdita della memoria di te stesso (…) ma un intero popolo che viene indotto all’alzheimer è un popolo che tu puoi portare dove vuoi. Senza un passato con cui confrontarsi non ha un futuro”.
Prosegue, indisturbata, la campagna di menzogne e falsità contro la Resistenza partigiana, iniziata qualche anno fa, nell’ottica di quel revisionismo-negazionismo storico avviato da Giampaolo Pansa, e non solo da lui, con il suo libro “Il sangue dei vinti”.
Il 2 aprile u.s. è ritornato sull’argomento “Il Giornale”. Hanno scritto di Pansa e così facendo hanno, commentando il suo libro, è partito l’attacco alla Resistenza antifascista e al 25 aprile. Del resto in questi anni, e con maggior tenacia dopo l’ascesa di Meloni, in modo prepotente è ripresa con vigore l’ossessiva e strumentale vulgata di una negazione, davanti ad ogni evidenza per l'accadimento di fenomeni storici, della Resistenza antifascista come lotta per la Liberazione dal nazi-fascismo.
Pansa, inizialmente, era stato un noto giornalista di sinistra. Lui stesso diceva di sé, “sono anch’io un figlio della Resistenza, me ne occupo e ne scrivo da quasi sessant’anni, ho cominciato con la tesi di laurea che ho discusso nel 1959 a Torino, relatore Guido Quazza, 110, lode e dignità di stampa. Da allora non ho più smesso di occuparmene». Di Guido Quazza cercherò di dire meglio più avanti.
Quando Pansa pubblicò il libro, nell’ottobre del 2003, al governo c’era Berlusconi, che di certo non perdeva occasione per banalizzare il fascismo. Berlusconi aveva dichiarato che Mussolini mandava gli intellettuali in villeggiatura a Ventotene. Sembrò che il libro di Pansa si adattasse molto bene in quel clima politico.
Pansa, evidenziava i crimini di alcuni partigiani, e metteva in cattiva luce l’intera Resistenza.
Il Giornale dice, “…ma non era certo questo l’intento di Pansa. Lo scrittore, che aveva una istruzione da storico, voleva semplicemente restituire una immagine veritiera di cosa accadde dopo la fine della Seconda guerra mondiale”.
Vediamo se riesco, in queste poche righe, a trasmettere quanto segue:
di Pansa aveva compreso molto bene Lucio Cecchini, che è stato autore di un profilo storico dell’ANPI pubblicato in due volumi tra il 1996 e il 1998, appassionato storico del movimento e del Partito repubblicano, giornalista e apprezzato consigliere di Ugo La Malfa. Riporto, in modo sintetico, alcuni suoi scritti.
E desidero evidenziare, Caro direttore, che ho scelto di proposito uno storico repubblicano, per commentare il libro di Pansa, e no uno storico di formazione marxista.
Giampaolo Pansa, fin dal 2003, ha influenzato, e oggi continua a farlo, negativamente il dibattito storiografico sulla Resistenza. Ha contribuito a distorcere la storia della lotta partigiana e creato un genere in cui la Resistenza viene descritta come una macelleria.
Lucio Cecchini dice, “È evidente che Pansa sa quanto sia dura e difficile la ricerca storica… infatti, nel suo libro è ricorso a un artificio che funziona dal punto di vista commerciale, ma che è assolutamente di corto respiro quanto a rigore scientifico. Ha scelto la forma del romanzo, vale a dire dell’opera di fantasia, giurando però nello stesso tempo di avere fatto un lavoro rigoroso sulle fonti.
“…in sostanza, senza minimamente preoccuparsi – come è dovere dello storico – di dar conto della attendibilità dei documenti che usa, chiede al lettore una sorta di atto di fede, che non ci risulta avere mai avuto diritto di cittadinanza nella storiografia”.
Un saggio storico dove si parla di una “fantomatica Livia, interlocutrice immaginaria di Pansa e in realtà suo “alter ego”, che viene così descritta: «Era una bella donna sui quarant’anni, alta, più cicciosa che asciutta...». E, dato che era “cicciosa”, è normale che l’interlocutore maschile, dopo averci informato che da ragazzino sbirciava innocentemente «le caste mutandine bianche» delle ragazze di città, ci faccia sapere che, giunto alla maturità, lascia errare – in maniera magari un po’ meno innocente – lo sguardo sulle «gambe ben tornite, messe in risalto da scarpe con il tacco alto», per proseguire: «Livia era vestita da sabato mattina: pantalonacci, maglione, scarpe da ginnastica”. Continua Lucchini, “… se avesse dedicato più attenzione ai libri, Pansa avrebbe ottenuto migliori risultati. A questo punto chi non conosce il libro si chiederà cosa abbia a che fare tutto questo con una ricerca nientemeno che su orrori verificatisi in Italia a conclusione della seconda guerra mondiale e anche dopo la fine del conflitto. Ce lo chiediamo anche noi, che a distanza di più di vent’anni non abbiamo trovato una risposta.
“Il fatto è che Pansa, tra una piuttosto stucchevole allusione erotico-sentimentale e l’altra, ci snocciola un grand guignol di fatti e misfatti da far impallidire la più sanguinolenta letteratura horror, facendo ricorso, quasi esclusivamente, come fonti, a opere di fascisti dichiarati pubblicate da case editrici i cui nomi, da “Settimo Sigillo” a “L’ultima crociata” sono di per sé tutto un programma”.
Una delle fonti da cui ha attinto Pansa, per la sua “attenta e minuziosa inchiesta”? Un ricercatore di destra, Antonio Serena, già deputato di Alleanza Nazionale, autore de I giorni di Caino, pubblicato nel 1990 dalla Panda Edizioni. Ebbene, va ricordato che Serena è stato parlamentare di cui Gianfranco Fini chiese l’espulsione da AN, per aver diffuso tra i colleghi il video che esaltava le gesta del nazista Priebke. Si può immaginare con quanta serenità un personaggio del genere abbia potuto trattare questioni riguardanti i partigiani. Ma è in tutta l’opera che si respira un clima da incubo.
Lucchini evidenza come i “cattivi” nel libro di Pansa sono sempre i comunisti”
Ci sono fatti, menzionati in quel volume, dice sempre Lucchini, “che non sono da mettere in relazione soltanto con i venti mesi terribili di occupazione nazista e di lotta di Liberazione, ma anche con i precedenti anni di guerra e con vent’anni di dittatura, che il nostro sembra avere completamente dimenticato. Quella resa dei conti che non c’era stata il 25 luglio, alla caduta del regime fascista – a dimostrazione che l’antifascismo non nutriva vocazioni di guerra civile, né spiriti di sanguinaria vendetta – ci fu allora, ed era inevitabile che così fosse, dopo che i fascisti, dileguatisi alla defenestrazione di Mussolini, erano ricomparsi come complici e collaborazionisti delle truppe naziste”.
Lucchini cita anche, “L’Istituto toscano di Storia della Resistenza ha avviato una ricerca sulla repressione operata durante il ventennio fascista. Solo per quella regione si arriva a cifre tra i 15 mila e i 20 mila mettendo assieme i discriminati a vario titolo, carcere, confino, schedatura come sovversivi, ecc. Ora immaginiamo di estendere l’indagine a tutto il Paese e ipotizziamo che le decine e forse centinaia di migliaia di italiani che ne avevano motivo si fossero vendicati per essere stati colpiti ingiustamente. A quali numeri si arriverebbe? Altro che quelli che d’altra parte prima di Pansa gli storici avevano sostanzialmente attestato” … Eppure, la “mattanza” è sempre e costantemente addebitata ai “partigiani”, senza un minimo di approfondimento critico di una situazione che presentava mille facce e mille aspetti… “
“In Romagna, per citare una delle aree più calde, ci sono state sentenze della magistratura contro brigatisti di Salò che, prima di ritirarsi, ne fecero davvero di tutti i colori, massacrando spesso indiscriminatamente antifascisti e fascisti, magari con una perversa mescolanza di odio politico e di interessi e vendette personali”.
“Nell’agosto1944, i martiri di piazzale Loreto cadono sotto il piombo dei militi della “Muti” (una squadraccia composta per la maggior parte da avanzi di galera) i quali hanno avuto l’ordine dal comando tedesco di fucilarli per punire un attentato contro un gruppo di soldati della Wehrmacht». Va ricordato che l’attentato in questione non aveva causato vittime trai i tedeschi e che le modalità dell’esecuzione e del seguito furono talmente sconvolgenti da provocare le dimissioni del preside repubblichino della provincia Piero Parini, che ne ha lasciato una testimonianza agghiacciante. È molto diffuso il vezzo – dice Lucchini - di descrivere con dovizia di particolari il secondo Piazzale Loreto, quello che riguardò Mussolini e alcuni gerarchi e che fu senza dubbio uno spettacolo orrendo. Ma del primo Piazzale Loreto, non meno orrendo, si tace o al massimo vi si fa un riferimento fuggevole”.
Nel libro c’è abbondante materia di smentita, rettifica e precisazione. Ma vediamo come tratta “Pansa, nell’addebitare ai partigiani di “Bulow” una serie di fatti di sangue – a suo giudizio immotivati – avvenuti a Codevigo, dove era di stanza la 28ª, oltre a basarsi su un libro di Gianfranco Stella, cita la testimonianza di un’anonima signora la quale confessa a un certo punto che non era ancora nata all’epoca di quei fatti, dei quali aveva avuto conoscenza dai racconti dei genitori. Se questa è una fonte...”
E si badi bene, questo a conferma evidente che ancora c’erano resistenze sporadiche “il 26 aprile era stato emanato un ordine ancora più radicale: «Tutti i fascisti devono fare atto di resa alle Autorità del Comitato di Liberazione Nazionale e consegnare le armi. Coloro che resisteranno saranno trattati come nemici della Patria e come tali sterminati».
Così prosegue Lucchini, “C’è ancora da aggiungere in via generale che per i presunti reati a suo tempo commessi i partigiani hanno pagato prezzi altissimi con incriminazioni e anni e anni di carcerazione preventiva, mentre per i fascisti l’amnistia veniva applicata in modo molto più largo. Lo hanno documentato giuristi al di sopra di ogni sospetto come Achille Battaglia … “e i partigiani non hanno neppure fruito di quell’«armadio della vergogna» nel quale sono state insabbiate centinaia di inchieste per stragi compiute non soltanto dai tedeschi ma anche dai loro complici di Salò”.
Insomma, da quel che si è potuto capire Pansa era del tutto indifferente all’accertamento della verità, infatti scrisse un’altra cosa: «Il 25 aprile non può essere concepito alla stregua di una barriera invalicabile, un’ora x scoccata la quale tutto doveva rientrare nella piena legalità, come una sorta di mezzanotte in cui tutte le cenerentole dovevano perdere non scarpette, ma mitra, fucili, pistole e bombe amano».
Dopo la pubblicazione della prima edizione del libro, Pansa riceve una lettera inviatagli dall’ANPI. Ecco stralci di quella missiva,
Vorremmo capire quale senso abbia ridurre la lotta partigiana a pura ed esclusiva “guerra civile” (i tedeschi sembrano scomparsi dal Suo orizzonte, probabilmente nel vederli siamo rimasti vittime a suo tempo di un qualche miraggio, perché non c’erano), con il risultato, che rischia di divenire consequenziale, di metterne i protagonisti sullo stesso piano, qualunque sia stato il loro comportamento. Invece i tedeschi c’erano, come c’erano – e Lei lo sa benissimo – i collaborazionisti italiani. Nei confronti dei quali tutto si può dire tranne che non si sia usata una accentuata clemenza, con un atteggiamento che spesso non ha avuto, invece, riscontro verso i partigiani.
La lettera dell’ANPI continua, “Contro i tedeschi e quanti si sono schierati con loro si è combattuta una guerra di liberazione che sicuramente ha avuto le sue luci e le sue ombre – sulle quali la storiografia è stata tutt’altro che reticente – ma che vedeva schierate da una parte persone impegnate a battersi per la libertà e dall’altra persone legate alle dittature. I discorsi sui cosiddetti “esiti della storia” e su una possibile “memoria accettata”, che Lei auspica, non possono che partire dal riconoscimento di questa premessa. Anche perché, dopo tutto quello che si è appreso sul nazifascismo – che magari allora si poteva, almeno in parte, ignorare – e dopo sessanta anni di democrazia, realizzata anche in virtù del contributo della Resistenza, è veramente improponibile che vengano ripresentate certe posizioni”.
“Quale “memoria accettata” possiamo avere noi con chi continua a sostenere posizioni di questo tipo e a proporci come giusta ed esemplare la decisione di stare dalla parte dei nazisti?” “… non vorremmo trovarci, di qui a non molto tempo, nella posizione di essere noi partigiani a chiedere scusa e magari perdono per aver fatto la Resistenza”.
Un’ultima cosa in merito a Guido Quazza, partigiano e poi storico della Resistenza, relatore di Giampaolo Pansa nella sua tesi di laurea nel ’59. In uno dei suoi ultimi convegni Quazza parla di “autogoverno individuale” e di “autogoverno collettivo”, e chiarisce che l’anima autonomistica della Resistenza è una delle più grandi eredità della battaglia antifascista. Noi, dice Quazza, “… quando durante la guerra partigiana subivamo un attacco dei fascisti o dei nazisti, non potevamo rivolgerci ai grandi capi della Resistenza per chiedere che fare. Dovevamo decidere noi, con i nostri partigiani e i nostri combattenti. Era un’organizzazione autonomistica per forza di cose, non per una scelta teorica”.
Credo, e spero di non sbagliare, che lo storico si sforza di fare non soltanto la storia di ciò che è accaduto, di ciò che ha vinto e neppure soltanto delle strutture oggettive, ma deve anche cercare di riscostruire la storia dell’uomo dall’interno, quindi la storia del soggettivo. Non risulta che per quanto riguarda direttamente gli studi condotti da Guido Quazza abbia mai usato fonti orali, come invece fa Pansa: gli unici ricordi da lui usati, nei suoi numerosi interventi, erano i propri. Egli recuperò alcuni spunti della sua primissima maniera di scrittore, a caldo, di cose resistenziali.
Grazie direttore per la bontà, ma credo che in occasione del prossimo 25 aprile c’è bisogno, come l’aria, di ricondurre nel giusto alveo la vera storia della Resistenza partigiana come, ancora attuale, lotta per la Liberazione dal nazifascismo.
Maurizio Maccagnano, sindacalista dissidente