Pillole di resistenza

PRIMO MAGGIO, CHE CORAGGIO - Cambiamo il nome

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NARDÒ - Caro direttore, non chiamiamola più festa del lavoro.
 
Il Primo Maggio le destre estreme nostrane, e le tante periferie del sud martoriato dalla precarietà e insicurezza sul lavoro, si divertono a parlare di festa del lavoro. Per sottovalutare e sminuire la festa dedicata alle lavoratrici e ai lavoratori.
Del resto basta ricordare cosa accadde nel ventennio, quando Mussolini ne decretò l’abolizione. Molti sono ancora i nostalgici rimasti legati ad una specie di commemorazione di un generico lavoro, per non dire invece che è il giorno della lotta contro lo sfruttamento del lavoro. La lotta contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e della natura. La lotta contro il capitalismo.
La storia del Primo Maggio è nata da una concreta rivendicazione:
conquistare la giornata lavorativa di otto ore.
Siamo alla fine dell’Ottocento, e ad oggi i progressi fatti su questo terreno sono davvero pochi. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale e dell’automazione, la riduzione dell’orario di lavoro  deve tornare al centro delle rivendicazioni delle lavoratrici e lavoratori, e delle loro organizzazioni sindacali. 
E da qui rilanciare l’invito a votare per i cinque Sì ai referendum del’8 e del 9 giugno. Contro la precarietà e per la sicurezza sui posti di lavoro, la riconversione verso attività socialmente utili, che non distruggano l’ambiente né svuotino l’essere umano in nome del profitto. Da non trascurare l’altro quesito che bastano, ed avanzano, soli cinque anni di residenza in Italia perché una persona possa chiedere, ed ottenere, la cittadinanza italiana. Ripristinando così un requisito introdotto nel 1865 e rimasto invariato fino al 1992   
Questo dunque il significato che dobbiamo dare del Primo Maggio, di un giorno che dedichiamo alle lavoratrici e ai lavoratori, e che abbiamo il dovere di ricordare che ci sono quelle organizzazioni burocratiche sindacali, e quei partiti, che da quasi vent’anni proseguono impassibili a demolire lo Statuto dei Lavoratori, e a rendere possibile e legale lo sfruttamento ed il “caporalato di Stato.  
Ci sono realtà lavorative inquietanti, anche a Nardò e a Galatone, dove gli imprenditori sfruttano, alla luce del sole, con contratti capestro, i lavoratori, che rinnovano i contratti ogni tre mesi, senza ferie, che impongono il part-time, ma in realtà fanno lavorare gli operai quante ore vogliono loro, con straordinari non pagati e retribuzioni da fame. 
Ecco dunque il motivo del perché l’8 e il 9 giugno è un dovere andare a votare per esprimere un voto confermativo dei 5 quesiti referendari, per dire basta alla precarietà, a contratti che non danno garanzie non offrono nessuna dignità del lavoro.
Anzi, spesso siamo di fronte a lavori umili dove gli operai perdono la vita sui luoghi di lavoro perché non ci sono le protezioni prescritte dalle leggi, e la sicurezza è messa a rischio dall’incuria dei datori di lavoro.     
Esprimere 5 Sì a quei quesiti, significa sbugiardare le manovre propagandistiche del governo Meloni, che strumentalizza anche i contratti di un’ora, per parlare di aumento dell’occupazione. Come se fossero dei contratti regolari.
Votare ai referendum per rispondere, con la partecipazione democratica, ad una becera campagna per l’astensionismo che viene addirittura dalla seconda carica dello stato. 
Abbiamo dovuto ascoltare, proprio il Primo Maggio, la Meloni che a reti unificate si auto-esalta ed autoincensava per aver dato un milione di posti di lavoro.
 Il loro capo B., ormai passato a miglior vita, ha compiuto un capolavoro. 
Se invece andiamo a guardare bene, sono contratti di lavoro che vanno da poche ore a poche settimane, senza diritti e privi di garanzie sindacali. Molte volte coperti da burocrati sindacali compiacenti. 
Ma intanto gli esponenti di governo si auto elogiano, e si riempiono la bocca, per aver dato un milione di posti di lavoro, se si chiede il salario minimo, di 9 euro l’ora, ti chiudono le porte in faccia, e ti rispondono che non risolve il problema. 
Chiaro segno che dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori non se ne fregano nulla.
Dunque, non chiamiamola più festa del lavoro, come se fosse una cosa asfittica e senz’anima, il Primo Maggio è la Festa delle lavoratrici e dei lavoratori.
Perché è questo il vero, ed autentico, significato di questa festività, lottare contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, lottare contro il capitalismo!
 
Maurizio Maccagnano, sindacalista dissidente