Pillole di resistenza

QUELLE RAGAZZE (S)VESTITE DA URLO. E UNA VECCHIETTA - Se non è bellezza questa...

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Caro direttore, “Onora la faccia del vecchio” (Levitico (19,32), ovvero, alla ricerca della grande bellezza.

Uno dei pilastri fondamentali del Welfare State, insieme a istruzione, sanità e previdenza, era quello di occuparsi, da parte delle istituzioni democratiche, degli anziani.

Perché dico era? Perché questo settore, così rilevante per la vita di tutti noi, negli ultimi anni è stato delegato alle associazioni caritatevoli. La politica dell’austerità lo ha, pian piano e in maniera immorale, demandato e rifiutato. Destinando sempre meno soldi. Poco sapendo che la condizione di vecchio, inevitabilmente, ci attende tutti. Ma da cui spesso distogliamo il nostro sguardo e pensiero.  

Insomma, la società moderna, la civiltà occidentale, modellata dal capitalismo, con i suoi orpelli, con i volti deformati dalla chirurgia estetica è basata su una bestiale falsificazione. Cerca di cancellare “la faccia del vecchio”, così si afferma nel Levitico (19,32), “Onora la faccia del vecchio”.

Abbandonando l’idea che, se non rispettiamo quelle rughe che scavano la faccia dei nostri anziani, non potremo dare solidarietà e consapevolezza della fragilità su cui poggia la coesione sociale, e la convivenza civile.

Nelle culture primitive il vecchio era depositario di conoscenza e di esperienza.

Racconto questo breve episodio.

Mai più infelice idea, per la percezione delle mie deboli sensibilità, poteva balenarmi, quella di trascorrere una sera a Lecce, seduto su una panchina.

Da quella posizione ho visto passare uno sciame, ininterrotto e variegato, colorato e fastoso di umane genti. Era come assistere ad una sfilata sulla passerella del red carpet.

Nella babele di corpi erranti, e peregrini, ho scorto individui che ostentavano un’insopportabile, quanto impeccabile e ripetitiva, perfezione, come se dovessero esibirsi innanzi ad una giuria di stilisti.

Indossavano scarpe da urlo, con scintillante tacco 12. C’era chi mostrava corpi snelli, slanciati, colli corti e allungati, nuche e spalle palestrate.

Vestiti succinti, attillati e seducenti. Pettinature che si alternavano dallo spettinato, con tinte variopinte, all’azzurrino sfumato, e chi al paonazzo addolcito, e altri pettinati in modo maniacale.

E poi le carnagioni, tirate a lucido di un luminoso che variava dal ferrigno al rosa cereo. Pelli abbronzatissime, e chi presentava un pallido tanto in voga.

Alcuni agitavano dei borsoni ponderosi, che si facevano sorreggere dai partner, altri con delle pochette minute, inzaccherati di vetrini a colori scintillanti.

Le unghie erano tinte di un rosso porpora o di violetto ammiccante.

Labbra dal tono roseo, porpora cardinalizio o di un opaco smorto. Occhiali di forme rettangolari, quadrati verniciati di grigio perlato.

E ancora, i capi di abbigliamento, delle tuniche allungate, camicette trasparenti, body, babydoll e giarrettiere che si intravedevano dalle bluse appositamente lise.

Il tutto meticolosamente griffato, di firme celebri. E non importa se autentiche o false.

Pantaloni a tubino aderenti, ritornati di moda, camice hawaiane, borselli a tracolla e cinture borchiate con perle e madreperle.

Capelli lucidi con brillantina, spettinati di lato, tagliati con onde che sembravano flutti e frangiflutti marini. Al naso orecchini e piercing, alle orecchie e in vari pertugi.

Faceva da cornice, a questi modelli, degli insopportabili ornamenti di tatuaggi su braccia, gambe, viso e anche su testa e collottole.  

Dopo aver assistito a questa rassegna di corpi, peregrini sagomati, c’è voluto qualche giorno perché potessi recuperare le normali percezioni di come sono fatti gli umani.

E quale migliore apparizione poteva farmi rinsavire da quella moltitudine di forme, solo esteriormente, perfette?

L’altra mattina, periferia di Lecce, pioveva a dirotto. Il signore chissà aveva deciso di castigarci per lo sfarzo di sconcezze, di qualche sera prima.

All’angolo di un semaforo, sembrava un posticino ritagliato apposta per lei, c’era una vecchina ferma, immobile, piccola nell’aspetto, con un abito bigio scolorito, uno scialle cucito a mano avvolto sulle spalle, capelli canuti e spettinati.

Pianelle consumate e calze scure, doppie. Il viso placido sereno, colorito roseo che sembrava un quadro dipinto da Claude Monet. Una contadinella che sembrava una scultura.  

Teneva stretta, nell’avambraccio sinistro, una sporta di stoffa e tela, stinta color castano chiaro, dove sporgevano dei mazzolini di fiori di campo. Allungava la mano destra, con un gesto timido, per farne dono e offrirli ai passanti, disattenti e poco accorti.

La vecchina mi è apparsa di una nobile saggezza e bellezza. Una sberla sonora alle mostruosità delle agghindate griffe, delle perfezioni smodate, all’ostentazione di vestiti, fragranze, piercing e tatuaggi.

Fossi stato un regista non avrei perso occasione a raccontarlo, realizzando un cortometraggio.

La vecchina non doveva esibirsi, non domandava e non vendeva nulla. Faceva omaggio di fiori che, con molta probabilità, lei stessa aveva colto.

Questo vuol dire onorare, omaggiare, la faccia del vecchio.

Se non è bellezza questa, che nasce dall'amore, dall'empatia, che porta a un significato più profondo dell'essenza umana, in opposizione al nulla e al caos di questa epoca.

Maurizio Maccagnano, sindacalista dissidente