Caro direttore, ecco la letterina a Gesù Bambino!
Da bambino, prima di Natale, scrivevo le letterine a Gesù Bambino, e lo facevo perché ci credevo. Confidavo nella religione che mi avevano trasmesso i miei genitori. Scrivevo facendomi aiutare dalla saggezza, autodidatta, di mio nonno Pippi, e dalle conoscenze casalinghe di zia Elvira.
In poche righe chiedevo che si realizzassero piccoli sogni. Dicevo al bambinello che mi donasse delle scarpe nuove o un giocattolo.
Negli anni ’70 ero, ingenuamente, affascinato da Big Jim. L’avevo visto a scuola, ce l’aveva un mio compagno di classe. Quel bambolotto in gomma, tutto muscoli, non riuscì mai ad ottenerlo. E questo fu uno dei tanti episodi che mi fece capire che nella vita c’erano quelli favoriti dalla sorte, e quelli sfortunati.
Il Natale, e tutte le feste, si trascorreva in casa. Non si andava in giro per ipermercati o, come si dice oggi, a fare shopping. Durante i giorni delle festività i negozi erano chiusi e i lavoratori, in modo solenne, rispettavano il riposo. Non esistevano i grandi magazzini, ma le botteghe artigianali e i piccoli bazar.
La Rai mandava in onda, tra polemiche e qualche censura oscurantista clericale, i programmi prodotti da autori di prestigio, come Ennio Flaiano, Italo Calvino e Dino Buzzatti. O ancora Gigi Proietti, Ettore Scola, Pupi Avati, Dario Fo, Franca Rame, Luigi Comencini e Andrea Camilleri.
Scrittori, poeti, romanzieri che cercavano di rappresentare la realtà sociale, attraverso il fantastico e la fiaba, con la ricerca delle radici italiane e della memoria storica, come la guerra e la Resistenza antifascista.
Il rapporto tra uomo, natura e linguaggio, adoperando costruzioni narrative complesse. Ad esempio, i temi trattati da Dario Fo e Franca Rame, pur tra mille sanzioni democristiane, erano comunque temi letterari ed artistici. Si fondavano sull'unione inscindibile tra teatro, impegno civile e satira politica. La loro non era solo un’opera di puro intrattenimento, ma un potente strumento per deridere il potere e restituire dignità alle classi oppresse.
A differenza di oggi, sebbene ci siano bravissimi autori, le sanzioni colpiscono la creatività e bloccano la messa in onda delle trasmissioni libere, democratiche, alternative ed antagoniste.
Negli ’70 e ’80 non c’era internet, la rete telematica, gli smartphone, i social e le TV private commerciali. In compenso c’erano i rapporti umani, le relazioni tra le persone, la solidarietà, la gente si parlava, c’era il rispetto per gli altri, la dignità del nostro modo di essere individui.
C’erano dei maestri che ci educavano alle virtù, alla morale del vivere civile:
la scuola, sì era ancora retaggio del passato, ma il movimento degli studenti riuscì a conquistare diritti fondamentali attraverso le lotte. Da ragazzo la scuola, così com’era, l’ho odiata e contestata. Come ho combattuto i democristiani, i falsi socialisti e il loro dominio incontrastato. Tuttavia (lo dico a bassa voce) c’erano ministri e presidenti del consiglio preparati, laurati, di statura elevata che non ci facevano vergognare, come italiani, davanti al mondo.
Avevamo dei leader politici locali, nazionali e internazionali, che ci formavano e preparavano alla vita, al sapere critico. Ben presto, già all’età di 17 anni, inizia a frequentare prima il Movimento Studentesco, e poi la Casa del Popolo, con responsabili Nino Buffo e Ottavio Risi.
C’era, a livello nazionale, Sandro Pertini Presidente della Repubblica. E noi giovani seguivamo i suoi discorsi, per ore e con attenzione, le sue storie di partigiano in montagna, la prigionia e la riconquista della libertà dal totalitarismo nazifascista.
C’era il segretario del Pci Enrico Berlinguer, Giancarlo Pajetta, Pietro Ingrao, Armando Cossutta, Luigi Longo e Nilde Jotti. Loro ci indicavano la via italiana al Socialismo. Nei loro interventi, scritti e parlati, si poteva scorgere l’insegnamento ad amare il popolo, la gente, i lavoratori, la Classe Operaia che era l’ossatura, la parte produttiva, della società italiana.
Avevamo tutti i rudimenti necessari per realizzare la democrazia e la libertà. C’erano dei luoghi d’incontro, e d’aggregazione, aperti per discutere di tutto. Mettevamo in atto la partecipazione democratica, affinché donne, giovani, operai, impiegati e pensionati potessero contare, avere un ruolo nella società.
In pratica, cercavamo di applicare i canoni che aveva dettato (nei suoi libri scritti al freddo, e già ammalato, nelle miserabili carceri fasciste) il nostro segretario Antonio Gramsci. E ad organizzarci secondo le regole della nostra Carta Costituzionale, che ci avevano lasciato in dono i Padri Costituenti come Piero Calamandrei, Don Luigi Sturzo, Ferruccio Parri, Luigi Einaudi e gli altri comunisti, socialisti, cattolici, liberali e repubblicani. A Nardò c’erano Pantaleo Ingusci e Vittorio Raho.
Anche se poveri, come condizione sociale, avevamo dei pilastri come dirigenti punti di riferimento sicuri. Rappresentavano la cultura nazionale ed internazionale, l’economia politica, la sociologia, la psicologia, l’antropologia, in sintesi dei modelli di vita, con delle radici ben salde.
La Politica per noi (con la P maiuscola) non voleva dire il politico corrotto e mafioso, non eravamo in imbarazzo se si parlava di politica. All'opposto, per quelli della mia generazione era un vanto. La militanza era passione, dedizione e sacrificio allo stesso tempo. Non era tornaconto o denaro da intascare.
Vendere l’Unità, l’organo del Partito, era mostrarsi a tutti per le proprie idee di onestà, di giustizia sociale, solidarietà e di uguaglianza, contro l’arroganza dei padroni. Di quel potere che ha i suoi lacchè, la solita destra fascista.
E adesso?
Intanto questi ricordi sembrano così lontani, da perdersi nella notte dei tempi. Svaniti nel nulla, come se non fossero mai esistiti. E il dramma è che se cerchi di raccontarlo ad un ragazzino di oggi, con smartphone tra le mani, si mostra solo in apparenza, attento a prestarti una qualche considerazione. Ma comprendi che lo fa quasi per commiserarti. Una finta concentrazione, che dura un tempo limitato, come un video demenziale di pochi secondi su YouTube.
La stessa cosa accade se vuoi parlare ad un adulto, ignorante e presuntuoso.
Non riesci a farlo, hanno sempre in mano un cellulare, un tablet, che si portano dietro in bellavista come facevano i preti di una volta, con il loro breviario. Qualsiasi discorso che instauri, finisce nell’arco di pochi secondi, con una chiamata che puntualmente arriva, un messaggio o una notifica di un social. Sono tutti, perennemente, distratti, assenti, assorti a controllare il telefonino, chini su quell’arnese micidiale.
Intenti (si fa per dire) in modo nevrotico, direi più tra le nuvole, a osservare video, le consuete beffarde propagande commerciali, le usuali frasi fatte che vincolano a collocare un cuoricino, un mi piace o un commento idiota.
E poi tutti che scrivono qualcosa, che sproloquiano, che si sentono sempre in dovere di dare un’opinione, anche quando non è dovuta e richiesta. Lo fanno in modo sgrammaticato, sgarbato, da coatti e burini. Del resto se questa è la forma, non consona per ruolo, che adopera il presidente del consiglio attuale!
Come si può comunicare oggi con i ragazzi e i loro genitori?
Quando mai oggi un ragazzo, ma anche un adulto, dovrebbe prestarti attenzione ad ascoltare discorsi del tipo la guerra a Gaza; il conflitto in Ucraina; il genocidio del popolo palestinese ad opera dell’esercito sionista israeliano; l’economia di guerra che galoppa verso il rifornimento di armi, e sposta risorse dalla scuola, la sanità pubblica, le pensioni e foraggia le industrie di armi; le banche, le finanziarie e le grosse società multinazionali che si stanno arricchendo, a vista d’occhio, protette da questo esecutivo di destra estrema; il lavoro dei giovani che manca, e in tanti sono costretti ad emigrare fuori nazione, come facevano i nostri padri negli anni ’50; la disoccupazione che aumenta, per la chiusura di grandi complessi industriali, con i padroni che preferiscono andare nelle aree geografiche dove la manodopera è a basso costo, e senza diritti sindacali.
Argomenti che nelle Tv dovrebbero essere pane quotidiano. E invece le trasmissioni televisive straripano di melassa strappa lacrime, per delitti e finte diatribe, con il contorno di propaganda dei ministri, e premier, che si autoesaltano le loro stesse politiche, vuote ed inefficaci.
Esponenti politici, della destra governativa, che seminano odio, attaccano gli avversari con condotte aggressive, criminalizzano il dissenso, parlano un linguaggio rozzo e triviale, come se fossero dei sostenitori fanatici delle curve negli stadi.
Da questa classe dirigente, al potere, cosa devono imparare le nuove generazioni?
Pensiamo alle leggi, folli, come il decreto sulla sicurezza, che impedisce il dissenso le proteste di piazza, o la riforma della giustizia che vuole mettere sotto controllo i magistrati che indagano sui politici corrotti. Oppure i centri di detenzione in Albania, che non funzionano perché sono contro le leggi europee; il ponte sullo stretto che la Corte dei Conti ha bocciato, e altre castronerie simili.
Insomma una classe dirigente che ha fallito su tutta la linea, ma rimangono lì, imperterriti, perché fanno comodo ai poteri forti, alle multinazionali che detengono il vero potere economico-finanziario.
Oggi se dovessi ritornare a scrivere a Gesù Bambino, rinuncerei l’elenco dei desideri sarebbe troppo lungo da realizzare. L’attuale momento storico, confuso, che stiamo vivendo, impedisce anche un ordine cronologico delle cose che questo, immaginario, bambinello dovrebbe cominciare a fare.
Le suppliche sarebbero davvero numerose, e questo povero cristo lo metterei in seria difficoltà.
Quello che mi auguro, dal profondo del cuore, è che ci sia una presa di coscienza da parte di tutte le donne, e gli uomini, che non sono distratti e manipolati dai social, dagli smartphone, dalla rete, dal web (sarebbe proprio il caso di dire che in tanti sono, forse siamo, caduti nella rete) e dalle cose inutili di questa epoca, cosiddetta, moderna. Ma principalmente che smettano di farsi condizionare da una politica depravata, che condiziona le coscienze.
Spero in un risveglio collettivo, affinché ciascuno ritorni a pensare con la propria testa, fuori da schemi preordinati, in modo critico, e riflettano, saggiamente, su questo:
se continuiamo con le attuali smanie mediatiche, con le consuetudini e le mode, e seguitiamo a mettere a riposo il cervello e deleghiamo ai tablet e smartphone, ci attende solo il baratro, un punto di non ritorno.
Buon Natale!
Maurizio Maccagnano, sindacalista dissidente