Pillole di resistenza

Le ragioni del Sì e quelle del No. Un intervento tutto da leggere

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NARDO' - Caro direttore, le argomentazioni del Sì, e le ragioni del No al referendum del 22 e 23 marzo.

I padri e le madri costituenti, con il ventennio fascista ormai alle spalle (macchiato di stermini, leggi razziali, campi di concentramento, soprusi e discriminazioni, abusi e sottomissioni) pensarono la nostra Costituzione con delle fondamenta che prevedevano garanzie e diritti per tutti i cittadini, contro gli abusi dei poteri politici e istituzionali, sancendo così l'autonomia e l'indipendenza della magistratura. E la pensarono proprio per segnare, nella Carta Costituzionale, una netta cesura con la triste e buia esperienza fascista, durante la quale la magistratura era divenuta il braccio esecutivo del governo totalitario.  
Oggi, a distanza di 80’anni, si riaffaccia questo scenario:
il governo intende, con il referendum del 22-23 marzo prossimo, chiamare i cittadini a confermare o bocciare la “riforma Nordio”. E cioè una legge di riforma costituzionale della magistratura recante, «Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare» del 30 ottobre 2025.
Ma vediamo su cosa saremo chiamati a votare, e qual’é il quesito corretto, dopo le precisazioni della Cassazione?

«Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo "Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare"?».

Esaminiamo come si è arrivati all’approvazione della riforma,

La Costituzione prevede la possibilità di modifiche, ma prevede anche un procedimento complesso, per incoraggiare una condivisione ampia e tempi di riflessione allargati, sia in Parlamento sia nella società (per esempio, richiede quattro approvazioni parlamentari anziché due, e fra l'una e l'altra devono passare necessariamente tre mesi, perché si possa discutere dentro e fuori dall’Aula). Proprio il contrario di quello che è avvenuto.
È la prima volta nella storia della Repubblicana che una riforma della Costituzione viene approvata in fretta e furia. Una procedura affrettata e “chiusa” che è esattamente il contrario di quella auspicata dai padri e dalle madri costituenti.
Da molti mesi, il governo attacca il lavoro dei magistrati ed esprime insofferenza verso il controllo di legalità. Per esempio, la presidente del Consiglio ha parlato dell’esigenza di “fermare l’invadenza” della magistratura rispetto alle decisioni del potere politico (in relazione ai doverosi controlli della Corte dei Conti, che tutela i soldi raccolti con le tasse pagate dai cittadini). Ha detto pure che spesso la magistratura “vanifica il lavoro delle forze di sicurezza”, menzionando casi in cui i giudici sono intervenuti annullando misure di fermo, detenzione o espulsione applicando le leggi esistenti a garanzia dei cittadini. Il ministro della Giustizia Nordio addirittura lamenta che i dirigenti dell’opposizione “sanno benissimo quanto sia stata limitata la sovranità della politica davanti all’invadenza delle procure” e li biasima perché, opponendosi alla riforma, “compromettono la loro libertà di azione di domani”.

Nicola Gratteri, noto magistrato antimafia, ha espresso forti critiche verso la riforma della giustizia sostenendo che la separazione delle carriere e il controllo politico porteranno i pubblici ministeri a essere "sottomessi" al potere esecutivo. Secondo Gratteri, l'obiettivo è indebolire l'autonomia dei PM e controllare le indagini. 
E questo renderà la casta di politici ancora più intoccabile e potente.

I fautori della riforma dicono che la separazione della carriere già esiste nei paesi dell’Ue. Sì, ma negli altri paesi non c’è la corruzione dilagante della politica come da noi.
Non c è la mafia, che da noi è dappertutto, organi, istituzioni locali, enti, associazioni, imprenditoria.
Nella nostra storia recente c è stato il terrorismo e i rapporti stato-mafia continuano ad inquinare ed avvelenare la vita sociale e politica.

Va ribadito, per chi l’avesse scordato, che l’Indipendenza della Magistratura è un pilastro della nostra Costituzione!

Questa legge, dunque, mira ad abrogare sette articoli della Costituzione e prevede, in sintesi:
A) l’istituzione di due Consigli Superiori della Magistratura (CSM), uno per la magistratura giudicante (i giudici), uno per la magistratura requirente (i pubblici ministeri, ovvero i sostenitori dell’accusa), al posto del CSM unico per tutti i magistrati;
B) l’estrazione a sorte (anziché l’elezione) dei loro componenti, con modalità diverse per magistrati e componente “politica”;
C) la creazione di un’Alta Corte disciplinare per i soli magistrati ordinari (togliendo il potere disciplinare ai CSM).
Il Consiglio superiore della magistratura è un organo di rilievo costituzionale (cioè previsto dalla Costituzione) che garantisce l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, penale e civile. È composto per due terzi da magistrati (i “togati”) e per un terzo da avvocati e professori universitari di diritto (i “laici”), eletti, rispettivamente, dai magistrati e dal Parlamento.
I padri e le madri costituenti hanno assegnato al CSM il potere di nominare, trasferire, promuovere e infliggere sanzioni disciplinari ai magistrati: dicevano che questi poteri erano come quattro “chiodi” piantati per mantenere salda l’autonomia e l’indipendenza del potere giudiziario, preservandolo da qualunque ingerenza.
Anche se nella Costituzione resta scritto l’art. 104, e cioè che “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, la riforma ha picconato (di triste Cossighiana memoria) i pilastri posti a salvaguardia di questo sacrosanto principio.
La riforma non fa nulla per affrontare le vere emergenze e i molti mali che affliggono la giustizia italiana. Tempi lunghissimi, mancanza di personale e di risorse, burocrazia e linguaggio complicati... Il disagio dei cittadini nasce soprattutto da questi problemi, che resteranno immutati. Deve essere chiaro che votando sì alla riforma non ci sarà una giustizia più efficiente e più vicina ai cittadini.
Oggi, giudici e pubblici ministeri si formano e fanno il concorso insieme, la carriera è una, poi assumono funzioni diverse, giudicante o requirente. Possono cambiare una volta sola, passando dall’una all’altra, e per farlo devono anche trasferirsi in un’altra città o regione. Non succede quasi mai (nel 2024, appena 42 passaggi su quasi 9000 magistrati: lo 0,4%). Dunque esiste già, di fatto, una separazione di funzioni.
Insieme alla carriera i magistrati condividono la stessa cultura giurisdizionale: in concreto, giudici e accusa condividono una funzione pubblica, il PM non deve “vincere”, ma deve cercare anche le prove a discapito dell’imputato. Questo è una garanzia a protezione di indagati e imputati.
Si rischia di avere un Pm “super poliziotto”, dicono alcuni, più forte coi deboli, più debole coi forti perché maggiormente condizionabile (per le ragioni già esposte sopra).
Va ribadito, l’indipendenza della magistratura serve proprio a far si che il potere giudiziario possa limitare il potere esecutivo e controllare che rispetti le leggi, a tutela di tutti i cittadini. È uno dei cardini delle democrazie liberali, che non a caso oggi è sotto attacco in molti Paesi, in Europa e nel mondo. Altrimenti la legge non è uguale per tutti.

Maurizio Maccagnano, sindacalista dissidente