Caro direttore, latinorum o latino? Questo il dilemma odierno per studenti e genitori.
Il latino ci educa a ragionare, ed è sempre stato molto più pericoloso che insegnare a obbedire.
L’espressione “latinorum”, utilizzata dal Manzoni, nel suo romanzo I promessi Sposi, si riferisce ad un uso del latino volutamente ostico per non farsi intendere o per esercitare una forma di potere culturale. Mentre lo studio del latino, in senso aulico, indica lo stile elevato, formale e raffinato della lingua latina.
Perché questa premessa? In questi giorni studenti e famiglie dei ragazzi, che frequentano le Scuole Medie, sono alle prese con il dilemma(?) se scegliere di studiare il latino, per il secondo e terzo anno di scuola media. L’argomento potrebbe essere di facile soluzione:
visto che la scuola propone di ampliare l’apprendimento (ormai da parte di questo governo siamo abituati ai tagli di corsi di studio, e soppressione di materie ed autori) tutti dovrebbero prediligere il Sì allo studio del latino. Però in molti sono impreparati, e forse avrebbero bisogno di un valido sostegno sull’argomento. Non sarò certo io a darlo, perché sono il primo ad avere ancora necessità di studiare. Ma cerco, a modo mio, di favorire (studenti e famiglie) quando si tratta di approfondire gli studi classici.
Era già esploso il caso dell’insegnamento dei Promessi Sposi a scuola. Molti studenti e insegnanti, e giustamente, hanno gridato allo scandalo perché seguendo le nuove “Indicazioni Nazionali per i Licei”, emanate il 23 aprile scorso dal Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara (un ministro che dovrebbe studiare la storia del ‘900 italiano, fino ai giorni nostri, per non confondere le brigate rosse con la mafia) il grande romanzo manzoniano smetterebbe di essere studiato al secondo anno di Liceo.
Non a caso, all’inizio di questa mia, ho richiamato proprio Alessandro Manzoni. È di questi giorni la discussione sull’esclusione, dai futuri programmi scolastici, dello studio di Spinoza, Gramsci e Marx. C’è l’appello dei docenti, incluso Massimo Cacciari, che parla di “Progetto di egemonia culturale”. Oltre la polemica sul Manzoni, l'appello dei docenti accusa il Ministero di aver escluso autori fondamentali dal nuovo canone scolastico per i licei.
Ma vediamo cosa scriveva Gramsci nei Quaderni del carcere (autore che subisce per l’ennesima volta la mannaia da parte del potere) sullo studio del latino e del greco a scuola, “non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti o che so io. Si imparano per conoscere la civiltà dei due popoli, la cui vita si pone come base della cultura mondiale”. “Il latino non si studia per imparare il latino, si studia per abituare i ragazzi a studiare, ad analizzare un corpo storico che si può trattare come un cadavere ma che continuamente si ricompone in vita”. Queste analisi del grande Antonio Gramsci, debbono essere lette come un faro dalle nostre generazioni. Da troppo tempo abbiamo perso il vero senso dello studiare in modo saggio. Certo, il latino non sarà molto ‘simpatico’, ma fornisce le vere basi per poi arrivare a parlare un corretto italiano.
Guardiamo come conclude Gramsci il suo ragionamento sul latino, e badate lui scrive tra il 1930 e il ‘32, in carcere e in pieno regime fascista,
“In questo periodo lo studio o la parte maggiore dello studio deve essere disinteressato, cioè non avere scopi pratici immediati o troppo immediatamente mediati: deve essere formativo, anche se «istruttivo», cioè ricco di nozioni concrete”. Così come in quel periodo storico, buio, così oggi chi ci governa tende a cancellare i pensatori critici, occultando lo studio filosofico per impedire che si sviluppi, nelle menti delle nuove generazioni, il sapere critico.
Vediamo solo per un attimo perché vogliono abolire lo studio del pensiero di Baruch Spinoza. Lui vive nell’Olanda del Seicento, in un periodo di forte conflitto tra chi difendeva l’ortodossia religiosa e chi invece sosteneva la tolleranza. Per le sue idee viene persino espulso dalla comunità ebraica. Già allora il problema era sempre lo stesso: chi decide cosa si può pensare e cosa no.
Il pensiero di Spinoza è semplicemente rivoluzionario. Diceva che uno Stato non può esistere davvero senza libertà di pensiero. La libertà di filosofare, discutere, criticare e ragionare non è un lusso ma la condizione necessaria perché una società rimanga libera e persino stabile. Secondo Spinoza gli uomini costruiscono la società politica per vivere meglio, non per obbedire. Un governo può imporre regole, può punire comportamenti, ma non può obbligare qualcuno a credere davvero a qualcosa.
Capite l'attualità e la pericolosità di questo pensiero a quasi quattro secoli di distanza? L'idea che cittadini capaci di pensare siano incompatibili con qualunque forma di potere che voglia “ubbidienza”. Per Spinoza uno Stato forte non è quello che mette a tacere le persone, ma quello che permette loro di pensare liberamente.
Dunque, cari ragazzi scegliete di studiare il latino! Perché se il latino vi educa a ragionare, questo è sempre stato molto più pericoloso che insegnare a obbedire.
Maurizio Maccagnano, sindacalista dissidente