Pillole di resistenza

DOPO LA VISIONE SPETTATORI MUTI E ANNICHILITI - Naza e il calcolo delle uccisioni di civili

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NARDO' - Un docufilm sconvolgente che ci ha impaurito.naza

Caro direttore,
Il docufilm NAZA, è genicidio a Gaza! Finita la sua visione resti muto ed annichilito.
Naza, (Nezek Agavi) significa, testuale, "danno collaterale" e viene utilizzata dall'intelligence e dall'esercito israeliano per designare il numero preventivo di vittime civili stimate e tollerate in un attacco aereo o militare.
Il film-documento, che ho visto al cinema, diretto dai registi Yuval Abraham e Rachel Szor (vincitori del Premio speciale della giuria alla 83ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia) svelano, senza commentare e privo di inutile retorica, i freddi e cinici meccanismi di calcolo, attraverso le testimonianze di operatori tecnici ed ex militari. Dichiarazioni sul controllo algoritmico della mortalità civile dei palestinesi.
Quello che ho ascoltato in quel docufilm mi ha impaurito.
Eppure per tutti noi che leggiamo e ci documentiamo, ogni giorno, su ciò che accade a Gaza e in Cisgiordania non dovrebbe essere una sorpresa. E invece i dettagli raccapriccianti, raccontati così in quel modo impassibile indifferente, degli attacchi calcolati e, orribilmente, pianificati dai soldati dell’IDF israeliana, contro cittadini e famiglie palestinesi, sono un pugno in faccia e allo stomaco. A tutti noi che eravamo seduti in quella sala del cinema. Si rimane muti e distrutti.
È sconvolgente!
E badate bene, quello che vediamo e ascoltiamo in quel documento non è accaduto 70’anni fa, ma sta avvenendo ancora adesso, sotto in nostri occhi, mentre parliamo e scriviamo.
La cosa che ti lascia ancora più terrorizzato è questa:
intanto che scorrono le immagini di una Tel Aviv notturna, scene di grattaceli illuminati, strade affollate di persone spensierate che scherzano, bevono, giocano, di auto incolonnate sulle strade, gente ripresa da dietro le finestre di casa, mentre compiono quotidiane, ed abituali, azioni di vita, bimbi che giocano allegri, madri che preparano la cena o chi seduto sul divano a guardare la Tv, in sottofondo si odono i racconti orrendi dei militari israeliani. Di come da anni stanno studiando, e preparando, la pianificazione, l’annientamento sistematico, di decine di migliaia di palestinesi.
Un soldato riferisce, con il drone vedevo dei bambini in piedi in mezzo a quattro, cinque, sei cadaveri. E dopo pochi secondi vedevo morire anche loro.
Un altro ancora dichiara: avevamo tracciato una linea, e quello era il nostro territorio. Chiunque la oltrepassasse doveva morire.
Gli ignari gazavi non sapevano dell’esistenza di quella linea immaginaria. L’unico modo che avevano per percepirne l’esistenza era la morte. O le pile di cadaveri.
E poi la domanda fondamentale del regista, “Erano persone armate?” “Assolutamente no, erano persone che cercavano solo cibo. Cercavano qualcosa tra le macerie. Chiamavano il nome di qualche parente scomparso. Camminavano, e non sapevano nemmeno di avere oltrepassato un confine. Non c’era una recinzione, era una linea tracciata su una mappa militare, conosciuta soltanto da chi stava dall’altra parte del mirino”.
Ma l’ordine, racconta il soldato, era uno solo: chi attraversava quella linea doveva morire.
Stiamo parlando di persone che cercavano da mangiare, cercavano un familiare, camminavano nel posto sbagliato, senza sapere che qualcuno aveva già deciso che esistesse una linea, oltre la quale la loro vita non valeva più nulla.
Su una strada era stato sistemato del cibo. I palestinesi dovevano mettersi in fila per raggiungerlo. Chi usciva dalla fila veniva freddato. Alcuni scappavano perché la fame era tanta, avevano paura che il cibo finisse. E quando iniziavano a correre, ecco pronto il cecchino che spara.
Con l’uso dell’intelligenza artificiale avevano sviluppato software, e algoritmi, capaci di individuare, attraverso i telefoni, persone considerate appartenenti o collegate ad Hamas. A ciascuno veniva attribuito un valore. Poteva essere qualcuno che aveva semplicemente avuto un contatto con un appartenente ad Hamas. Poteva trattarsi di un miliziano di bassissimo livello.
Ma comunque era un bersaglio.
Con il telefono si poteva individuare dove si trovava. E di notte, abitualmente, quel telefono era accanto al letto. E se c’era un letto, vuol dire che c’era una casa. E dentro quella casa c’era una famiglia.
Una notte, continua il raccontano, decisero di colpire circa quaranta di quelle posizioni. Il giorno successivo scoprirono che i miliziani che cercavano non erano neppure nelle abitazioni: erano altrove, a combattere. Nelle case erano rimaste intere famiglie, donne e bambini.
I racconti riferiscono di interi quartieri rasi al suolo per colpire un singolo individuo. Parlano di operazioni nelle quali il numero dei civili che si prevedeva potessero morire diventava un parametro accettato prima ancora che la bomba fosse sganciata. Una notte ne uccisero 300, un’altra notte più di 500. La maggior parte bambini e tutto per uccidere un singolo uomo.
Ecco il significato di NAZA, danno collaterale, persone che vengono trasformate in cifre.
Un soldato racconta, cinicamente, che sembrava di stare dentro un videogioco. Ed è questa una delle cose che sconvolge maggiormente.
Di fatto, molte di queste operazioni vengono compiute a distanza, davanti a uno schermo. Si controlla un drone, viene individuato un obiettivo, e poi si autorizza un attacco.
E poi, “spensierati” si ritorna nei pub, a scherzare e ridere, con gli amici, a bere. Si può partecipare a un’operazione nella quale uccidere persone a Gaza, andare in pausa, uscire, mangiare e poi rientrare e ricominciare. Proprio come in un video game. Solo che in questo caso, orribilmente, si uccidono persone in carne e ossa.
Come se non fosse accaduto nulla. Tanto vale la vita di un uomo oggi, nel ventunesimo secolo!
Una delle cose più terribili che emerge dal film, questi militari non devono pensare, interrogarsi, chiedersi chi ci sia dall’altra parte dello schermo. Credere solo nel sistema. E continuare a fare ciò che il sistema ti chiede di fare.
Dopo la visione di NAZA la domanda è d’obbligo, quanto Israele sta contribuendo a disumanizzare le nostre società?
Una volta che il film è finito, e si sono accese le luci, ero commosso, mi è venuto spontaneo alzarmi e guardare in faccia le persone presenti nella sala.
E mi sono accorto che anche loro, commossi, stavano facendo esattamente la stessa cosa.
Ci guardavamo, eravamo terrorizzati e annichiliti. E quegli sguardi, in quel momento, ho avuto l’impressione che qualcosa unisse tutti noi.
Quanto ci stiamo impoverendo, politicamente, culturalmente, economicamente, ma soprattutto umanamente?
E possiamo permettere ancora ad Israele di disumanizzarci, di trasformarci? Questo non dobbiamo permetterlo.
Ma così non può essere perché già decine di migliaia di persone hanno visto il film. Esiste un pubblico enorme che vuole guardare, ascoltare, capire.
E poi sgombriamo il campo da un altro luogo comune, che si sta facendo strada in questo periodo, NAZA non può essere liquidato come propaganda: il film è stato realizzato da due israeliani. Non da Hamas o dall’Iran. O da attivisti palestinesi. A parlare non sono le vittime, ma persone che hanno collaborato dentro una macchina militare, infernale, che ha devastato Gaza.
Maurizio Maccagnano, sindacalista dissidente