Spettacolo-Cultura

INTERVENTO CON POLEMICA - A proposito dei «giusti» di Nardò del 1647. "Vogliamo competere con Otranto?"

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NARDO' - Con somma soddisfazione vedo che la Fondazione Terra d’Otranto, con il supporto della Città di Nardò, della diocesi Nardò-Gallipoli e della Consulta comunale della cultura, pubblica, a cura dei “Quaderni degli Archivi diocesani della diocesi di Nardò-Gallipoli”, un volume sulle vicende della rivolta a Nardò del 1647 contro il duca Giangirolamo Acquaviva, il Guercio delle Puglie: A. Palumbo, Nardò rivoluzionaria, Congedo, 2015.

 

Dopo le altre pubblicazioni e le numerose citazioni in saggi di storia locale, nonché dopo i numerosi riconoscimenti, soprattutto toponomastici (Piccione, Gabellone/Gaballone, cui appartiene Pietro, il tanto discusso neritino a Madrid, ecc.), ci si augura che questo studio, per non essere superfluo, apporti delle novità storiche e storiografiche.

Mi sorprende, tuttavia, che, come è riportato nell’articolo apparso su questo sito, saranno celebrati solo i sei canonici uccisi tra il 16 e il 20 agosto 1647, presentati addirittura come «giusti».

Vogliamo costruirci a Nardò «martiri» fors’anche per competere con Otranto?

Infatti, nell’articolo citato, si ignorano i due laici uccisi negli stessi giorni e gli altri ben 21 giustiziati nel marzo 1648, tra baroni, patrizi e popolani.

Forse è stato accertato che non erano di Nardò: allora sì che questa notizia  sarebbe veramente innovativa.  

Senz’altro nella pubblicazione si farà luce sul ruolo della Chiesa e, in particolare, di Giovanni Granafei, vicario generale della diocesi, in assenza del vescovo Fabio Chigi, futuro papa Alessandro VII (1655-1667), superando stereotipi giammai documentati di narrazioni partigiane contro il vicario, il vescovo assente e, addirittura, il papa.

Così come si supererà con documentazione l’impostazione che presenta la rivolta come ribellione di popolo contro il duca e i baroni, mentre è storicamente accertato che questa derivava da interessi politico-economici e non da motivi sociali, meno che religiosi e di fede, se i patrizi, i baroni e i canonici, tra cui rivoltosi «giusti», soffocarono una rivolta popolare per paura che venisse messo in discussione l’assetto socio-economico.

Interessi politici, derivanti sia dalla ricerca di rendere Nardò città demaniale e non più feudale, ma solo per sfuggire a tassazioni e condizionamenti di espansione proprietaria per chi già possedeva; sia dall’ingerenza francese per scalzare il predominio spagnolo.

Interessi economici inerenti all’espansione delle proprietà, ai privilegi e all’arbitrio gestionale della ricchezza immobiliare, che solo i baroni, i patrizi e i canonici detenevano.

Si badi bene che non esprimo nessun giudizio critico, che, volendo manifestarlo, presupporrebbe una seria analisi storica soprattutto da chi è esperto del periodo in questione – e tale io non sono-, ma solo la presentazione di ciò che è accaduto in base a studi  scientifici finora pubblicati, a meno che questa nuova pubblicazione non modifichi le mete conseguite: e ciò sentitamente mi auguro.

Senz’altro la pubblicazione farà chiarezza di tanti luoghi comuni e, anche se non in linea con quanto da me espresso, contribuirà a chiarire con documentazione archivistica e bibliografica, i diversi aspetti, uscendo dal Libro d’Annali del canonico contemporaneo Giovan Battista Biscozzo e da qualche altra pubblicazione, anche recente, che, riportando quasi pedissequamente opinioni di parte, ripercorre partigianeria e ignoranza. E, speriamo, chiarezza anche sui rapporti complessi e contrastanti dell’Acquaviva con il vicerè di Napoli e lo stesso re di Spagna, per il suo progetto autonomistico nel cuore Meridione, così come sostenuto da qualche affermato studioso del periodo.

Non posso che concludere, sostenendo che l’articolo quasi certamente non corrisponde alle intenzioni degli organizzatori e degli enti collaboratori, di grande spessore e di grande responsabilità culturale e morale verso i cittadini e i fedeli cattolici,  nel momento in cui si parla di celebrare solo i sei canonici, cui nell’articolo si assegna la gloria di «giusti», il cui significato religioso, morale e storico ha dimensioni molto serie e ampiamente dimostrate.

Mario Mennonna