NARDO' - Livio Romano ha visto il futuro. Quello della xylella, delle masserie abbandonate che diventano rifugio di migranti, degli avventurieri pronti tirar su cubi di cemento, dei cittadini disposti ad accelerare in folle fino ad ipotecare la propria esistenza per una laica missione. Che sia una, passionale, che sia qualsiasi cosa pur di consumare, intensamente e furiosamente “una ragione di vita”.
“Per troppa luce”, ultimo romanzo di Livio Romano per i tipi di Fernandel (in distribuzione giovedì sull’intero territorio nazionale, sedici euro) sarà una sorpresa. Ma forse solo per chi non conosce nulla della poetica dello scrittore neritino, che con l’editore ravennate ha già pubblicato “Il mare perché corre” e “Diario elementare”. Il grande palcoscenico sul quale si avvicendano diversi e ben caratterizzati attori – alcuni appariranno meschini fino ad una miracolosa catarsi, semplicemente perché inclusi nella categoria degli “esseri umani” – è, come altre volte è riuscito a fare Romano, il territorio. Quella terra, che può essere collocata nelle Langhe, la Maremma o il nostro Salento, che diventa preda di speculatori che non sanno nemmeno di esserlo ma che inseguono il miraggio del “bene del territorio” e del progresso economico, portando divertimento e turisti in un “non luogo” ancorato al territorio solo con labili legacci. Anche qui c’è uno sguardo al futuro: la scrittura del libro è stata conclusa a fine luglio 2013; l’Avvento di Flavio Briatore nei “programmi salentini di sviluppo” è solo di qualche giorno fa.
In questo libro denso e ponderoso, 270 pagine che volano veloci, lo scrittore racconta di un parco a tema sui Messapi che un architetto portoghese intende progettare. “La cosa fa ridere, tutto ciò è grottesco ma opprimente – dice Romano – perché si tratta di una americanata che, solo con un pretesto, viene calata nel Salento da tre personaggi che vogliono realizzare questo grande progetto: un prof universitario, il proprietario di una tivù locale e un ricco medico”. Francis Arrangiau – è già il nome è tutto un programma – inizia a conteggiare ettari come si trattasse di sacchetti di terra. Fino a quando il gruppo di ambiziosi speculatori non si imbatte in un elemento narrativo che è diventato un topos per i salentini: una masseria, da abbattere, ma dentro la quale vivono centinaia di immigrati.
Questa la plancia con le spie, i manometri, gli interruttori e le levette. Poi c’è il caos, il fattore umano che interviene, inizia a metterci il naso e “disturba”: Antonio, ispettore del lavoro, e Simona, avvocato, che intendono lasciare una traccia del loro passaggio su questa terra con un inedito e inatteso impegno civile. La “troppa luce” è proprio quella della loro passione che si riverbera ovunque.
“E’ anche una intensa storia d’amore e di erotismo – spiega lo scrittore, classe 1968 – in cui la provincia si svincola da antichi cliché e mostra il suo volto libero, persino libertino. I due protagonisti, però, si trovano anche proiettati al centro di una battaglia e trovano in essa un motivo per vivere. Io continuo a interpretare la scrittura come impegno e per questo motivo il territorio e la sua storia passata e contemporanea sono preziosi perché raccontano quello che sanno. Anche i miei personaggi sono vivi, come questa terra. Nel guardarli in filigrana si può scoprire che esistono davvero e sono noti e molto influenti. Alla fine, come dice qualche mio lettore, li salvo tutti nonostante abbia tentato di essere molto cinico con alcuni di loro. Ma accade inconsapevolmente, perché chi scrive prova un sostanziale e sconfinato amore per il genere umano”.