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LA CHIESA DELLA B. V. MARIA INCORONATA
E DEL CONVENTO DEGLI AGOSTINIANI SCALZI IN NARDÒ
Profilo storico della Chiesa e del convento
La chiesa della B. V. Maria Incoronata (la Santa Maria Coronata) fu edificata verso la fine del sec. XVI, dal 1592 al 1599, durante gli episcopati dei vescovi Fabio Fornari (1583-1596) e Lelio Landi (1596-1610), nella periferia sud-ovest di Nardò, laddove molto probabilmente sorgeva un’edicola votiva alla stessa Madonna, rappresentata con le mani incrociate al petto, in atto di ricevere la corona dal proprio figlio.
Data la profonda devozione tra il popolo di Nardò, il governo cittadino, l’università, ritenne opportuno procedere alla costruzione della chiesa, elevando la Vergine Coronata sua protettrice, e a valorizzare la sua presenza non solo con l’assegnazione dell’officiatura ad un Ordine religioso, ma anche con il trasferire nelle sue vicinanze, da largo Osanna, al di fuori di Porta San Paolo e nei pressi della chiesa della Carità, la fiera cittadina più importante, che divenne, così, la Fiera dell’Incoronata.
Questa, dalla durata di nove giorni, subì modiche suggestive per alcune particolarità relative alla processione, che con la nuova sede distante dal centro costringeva i canonici, al seguito del Magister Nundinarum (Maestro mercato per nove giorni), un altro canonico scelto dal vescovo per la gestione della fiera, a recarsi a cavallo, per cui, soprattutto nella rievocazione storica, che l’associazione «Amici Museo di Porta Falsa», su progetto di Paolo Zacchino e Mario Mennonna, dal 1997 ha intrapreso, si parla di Cavalcata storica.
Il convento fu edificato nei primi decenni del ‘600, per la cui assegnazione furono interpellati i Frati Minori Riformati, già presenti a Nardò, ma avendo, dopo un iniziale assenso, rifiutato, furono chiamati gli Agostiniani scalzi, che giunsero nel 1634 e portarono ad ultimazione lo stesso convento.
La sempre crescente devozione e lo stesso ampliamento della comunità agostiniana non potevano non promuovere sempre maggiore attenzione da parte delle autorità anche religiose: nel 1714 il vescovo Antonio Sanfelice (1708-1736) consacrò il luogo di culto.
Il terremoto del 20 febbraio 1743 danneggiò la fabbrica, per cui vi furono alcuni interventi di recupero, in particolare degli altari, ad opera del vescovo Francesco Carafa (1736-1754).
Durante il decennio francese, soppressi ai primi del sec. XIX gli Ordini religiosi, il convento fu abbandonato dagli Agostiniani. Incamerato al demanio, nel 1859 fu venduto alla famiglia Goffredo Rizzo, passando, per successione, alla famiglia Antico.
Per il luogo di culto, rimasto di proprietà della Curia vescovile, seguì un lungo periodo di fasi alterne tra chiusura ed apertura al culto, modificato con l’assegnazione dell’officiatura al canonico Francesco Antico dal 1893 al 1915, che ne restituì vitalità cultuale e intraprese opere di restauro. Dopo la sua morte susseguirono ulteriori fasi alterne fino alla totale chiusura ai primi ’50 del secolo scorso, con consequenziale degrado e occasioni di furto di suppellettili, tele e paramenti sacri, come quelli del vescovo Luigi Vetta (1849-1873), ivi sepolto.
A partire dal 1980, con il vescovo Antonio Rosario Mennonna (1962-1983) si è cominciato a rivalutare la sua funzione con interventi strutturali, finché a metà anni ’90 del secolo scorso massicci interventi finanziari della Soprintendenza per i beni architettonici, artistici e storici della Puglia non hanno permesso un definitivo restauro ad opera della ditta «De Bellis» di Nardò.
Nel frattempo si sono susseguite aperture di visite fugaci ad iniziativa del «FAI» e degli «Amici Museo di Porta Falsa», mentre una riapertura al culto, pur momentanea, si è verificata nel mese di aprile 2016.
Nel giugno successivo è stata definitivamente officiata e fruita a livello storico-artistico, a seguito della sollecitazione del sacerdote Camillo De Lazzeri, parroco della chiesa di S. Francesco d’Assisi (comunemente detta Cappuccini), coadiuvato da un Comitato all’uopo costituito, e da parrocchiani, fedeli e associazioni locali, quali, fino a questo momento, il «Caffè Letterario» e l’«Unitre».
La festa religiosa della Madonna Coronata, dichiarata il 1997 compatrona (con san Gregorio l’illuminatore) di Nardò, si celebra il sabato della prima settimana di agosto.
L’architettura del luogo di culto
Il luogo di culto nella struttura muraria si presenta omogenea, senza interruzioni o integrazioni nella tessitura dei conci squadrati, e sembra testimoniare una costruzione perfettamente unitaria nella sua concezione e nella sua esecuzione. La costruzione, infatti, è composta da due blocchi di fabbrica disposti a T, spartiti da paraste binate, su un alto basamento, costituite da una parte centrale convessa bordata sugli spigoli da robuste cornici che chiudono la facciata a terminazione rettilinea e definiscono ampie e regolari superfici nelle quali si inscrivono le aperture.
Tale configurazione riconduce ai modi sia del maestro muratore Giovanni Maria Tarantino, che è riconosciuto quale esecutore dell’immobile, sia del maestro Leonardo Spalletta e figli, tutte maestranze neritine. Dalla pianta di Nardò dell’incisore olandese Joan Blaeu, databile intorno al 1630 e stampata da Pierre Mortier nel 1708, risulta che la chiesa fosse dotata di una cupola.
La facciata e il lato orientale si presentano con due portali, inquadrati da due lesene con sovrapposte colonne a fusto decorato, singolarmente sormontati da un architrave, da una iscrizione (in quella laterale vi sono anche due anfore) e da un timpano spezzato.
(Epigrafe Porta principale)
EN TIBI DIVA PARENS
STELLIS ORNATA CORONA
QUA DECORATA MIRANS
SIDERA CUNCTA PREMIS.
NOS HUNC TE MISERI
COELI REGINA PRECAMUR
NE RENUAS ULLAS
VIRGO BEATA PRECES.
Eccoti Santa Genitrice - ornata di una corona di stelle - abbellita dalla quale straordinaria (sfavillante) - tutti gli astri copri. - Ora noi miseri te - Regina del cielo preghiamo - di non disdegnare nessuna - preghiera, o Vergine Beata.
(Epigrafe Porta laterale)
DIVAE MARIAE CORONATAE
TEMPLUM HOC CUM SUIS AEDIBUS
ELEMOSYNIS PIORUM HOMINUM
QUI VARIIS CALAMITATIBUS AFFLICTI SIVE AD
EXORANDAS GRATIAS CONFUGIUNT
ORDO ET POPULUS NERITINUS DICANT
ANNO 1599.
A Santa Maria Coronata - questa chiesa insieme con gli edifici - tramite offerte di pii uomini - che da varie calamità afflitti soprattutto a - supplicare grazie ricorrono - il governo cittadino e il popolo neritino dedicano - nell’anno 1599.
(Scritta su due anfore posta sulla porta laterale)
VAS MIRA-
BILE OPUS EXCELSI
Vaso mirabile - opera dell’Eccelso.
L’interno, sobriamente elegante, è a navata unica con transetto poco sporgente. La navata è scandita da una suddivisione di tre altari per lati, evidenziata anche dalle lunette della volta a botte che si trovano in asse con gli altari. Fra questi solo uno, il terzo a sinistra, dedicato a sant’Agostino, risalirebbe all'impianto originario per la presenza delle due colonne incastonate che inquadrano l'altare e gli stemmi nobiliari di chiara fattura tardo cinquecentesca; gli altri risalgono ad epoca immediatamente successiva al terremoto del 1743, tutti restaurati durante l’episcopato di Francesco Carafa.
Diversificati, anche per periodo di costruzione, sono l'altare maggiore e l’altare privilegiato dedicato alla Vergine Coronata (braccio sinistro del transetto).
Il convento presenta un prospetto molto sobrio. La struttura appare a pianta pressoché quadrata. L'accesso al convento avviene attraverso un androne coperto con volta a botte lunettata munita di cordoni vegetali. Al centro del chiostro vi è un pozzo, sulla cui vera è visibile il simbolo del cuore trafitto e della cintura, che ricorda la venerazione dei frati agostiniani per la Madonna della Cintura.
Attualmente è di proprietà degli eredi Antico (le famiglie Margarito-Sabato e D’Alessandro).
La scultura e la pittura
(Gli altari sono indicati a partire dalla destra di chi entra dall’ingresso principale, in senso antiorario).
Gli altari, ad eccezione di quello dedicato a sant’Agostino, sono stati ricostruiti dopo il terremoto del 1743 dal vescovo Francesco Carafa (1736-1754) e riportano il suo stemma. La dedicazione e l’ubicazione si trovano riportate nelle Visite pastorali del 1830 e del 1900, rispettivamente dei vescovi Francesco Lettieri (1825-1830) e Giuseppe Ricciardi (1888-1908): queste analizzano la chiesa. Non si conoscono gli autori degli altari e delle tele.
Altare di santa Geltrude/Gertrude (sec. XVIII)
L’altare, restaurato anche dalla famiglia Antico, conteneva la tela omonima. Questa è stata trafugata da ladri dopo la chiusura della chiesa al culto, avvenuta nella metà degli anni ’50 del secolo scorso.
Tra le sante agostiniane non vi è nessuna Gertrude. Si ritiene, quindi, che si trattasse della santa benedettina Geltrude di Nivelles (Landen, 626 circa- Nivelles, 17 marzo 659), mistica e studiosa, canonizzata subito dopo la morte (patrona dei gatti, dei pellegrini e dei viaggiatori, nonché protettrice dai topi), e, molto meno della santa benedettina cistercense Geltrude la Grande (Eisleben 1256-Helfta, 17 novembre 1301/1302), canonizzata oltre mezzo secolo dopo la venuta degli Agostiniani.
Altare di san Nicola da Tolentino (sec. XVIII)
L’altare, contiene la tela omonima, fatta restaurare dal canonico Francesco Antico.
San Nicola (Sant’Angelo in Pontano, 1225-Tolentino 10 settembre 1305) era agostiniano eremitano. Canonizzato nel 1446, è patrona dell’infanzia e dei marinai e protettrice dalla peste, febbre e ingiustizia.
Altare del SS. Crocifisso (sec. XVIII)
L’altare contiene il Crocifisso ligneo, sovrastante la parete, su cui molto probabilmente erano affrescati (o vi era una tela) la B.V. Maria Addolorata, Santa Maria Maddalena e San Giovanni evangelista. Il Crocifisso è in via di restauro.
Altare della B. V. Maria Incoronata (primi sec. XVIII), altare privilegiato
L’altare, in pietra leccese, costituisce un esempio pregevole di macchina d'altare per la presenza di colonne tortili, bassorilievi (anche con raffigurazioni di frutti della terra neritina quale auspicio di abbondanza e di qualità), statue e un tripudio barocco che circonda l'effigie miracolosa della Madonna, ora, insieme ad altri elementi scultorei, distrutta dai vandali o trafugata da ladri. Grazie ad un affresco ritrovato in una chiesetta rurale raffigurante la Madonna Incoronata, si può ipotizzare la configurazione dell’effigie non più esistente.
Si ritiene che l’intera macchina dell’altare oggi esistente sia il frutto di due altari sovrapposti: sul preesistente di fine ‘500 si sarebbe sovrapposto un altro di metà ‘600, in quanto, tra l’altro, riporta la strutturazione barocca.
Al di sopra, posta in una nicchia, si trova la statua del Padre Creatore, ora privo di capo, avendo alle spalle un apparato di illuminazione naturale altamente scenografico, che, attraverso una apertura circolare, crea al tramonto un effetto di luce suggestivo; così come viene rischiarata all’alba dai primi raggi del sole dalla finestra aperta nella parete opposta. Ai lati dell'altare, fra due colonne tortili, vi sono le due statue policrome in pietra leccese di san Michele Arcangelo e di sant’Antonio da Padova, co-protettori della città. Ai lati, in alto, due statuette raffiguranti vescovi.
Statua della B. V. Maria Incoronata (del 1913)
La statua, donata dagli eredi Antico, è opera in cartapesta della rinomata bottega del maestro leccese Raffaele Carretta.
Altare Maggiore con Crocifisso (primi sec. XVIII)
L'altare maggiore «a portelle», in pietra leccese e in pieno stile tardo-cinquecentesco, con gradini in marmo ad opera del canonico Francesco Antico, è policromo, pregevolmente decorato e intagliato con figure di putti, angeli avvolti in elementi floreali e volute. Sulla sommità era collocato un Crocifisso ligneo, ora riproposto. Di rilievo anche la seguente epigrafe posta al di sopra della mensa:
VOCE CHRISTI
MAGNUS
OMNIUMQUE VOCE
MAGISTER
Per voce di Cristo - grande - e per voce di tutti - maestro.
Dietro l'altare si trovavano il coro, i cui scanni in totale degrado non sono montati, e al di sopra la cantoria.
Altare della Madonna della Grazie (o della Natività della B. V. Maria) (sec. XVIII)
L’altare conteneva una tela raffigurante una delle due immagini della Madonna indicata. Sulla base si trova l’antico stemma agostiniano (l’attuale è senza cintura): un cuore trafitto da una freccia su un libro aperto, il tutto circondato da una cintura (il libro rappresenta sia la Veritas evangelica sia la fecondità intellettuale di Sant’Agostino; il cuore infiammato trafitto da una freccia è il cuore di Sant’Agostino che trabocca di gioia di sentirsi amato da Dio; e la cintura riporta alla cintura di pelle che stringeva la veste dimessa e penitenziale di Santa Monica, così come suggerita dalla Madonna, venuta in sua apparizione).
(Epigrafe della consacrazione della chiesa del 25 febbraio 1714)
D. O. M.
TEMPLUM HOC IN HONOREM BEATISSIMAE VIRGINIS CORONATAE
ARAMQUE MAXIMAM
ANOTONIUS SANFELICIUS EPISCOPUS NERITINUS
SS. D. N. PAPAE CLEMENTIS IX PRAELATUS DOMESTICUS
AC PONTIFICII SOLII ADSISTENS
V KALENDAS MARTIAS FREQUENTATISSIMO POPULI
CONCURSU CONSECRAVIT
DEDICATIONIS FESTUM IN XIII KALENDAS NOVEMB. TRANSULIT
EODEMQUE DIE DEIPARAM INVISENTIBUS
XL DIERUM INDULGENTIAS QUOTANNIS CONCESSIT
ANNO AB ORTU SALVATORIS MDCCXIV
R. P. JOANNE MARIA S. FRANCISCO SACRI CONVENTUS PRAESIDE.
A Dio Ottimo [e] Massimo - questo tempio in onore della Beatissima Vergine Incoronata – e l’altare maggiore - Antonio Sanfelice vescovo di Nardò - di Sua Santità Signore Nostro Clemente IX domestico - e assistente al soglio pontificio - il 25 febbraio [1714] con numerosissimo di popolo - concorso consacrò[,] - la festa della dedicazione al 19 novembre trasferì - e nello stesso giorno della Madre di Dio ai visitatori - quaranta giorni di indulgenze ogni anno concesse - nell’anno della nascita del Salvatore 1714 - con Giovanni Maria di San Francesco superiore del sacro convento.
Altare di sant’Agostino (sec. XVII)
L’altare potrebbe risalire all’impianto originario per la presenza delle due colonne incastonate che inquadrano l'altare e gli stemmi nobiliari di chiara fattura tardo cinquecentesca. Si tratta delle famiglie Massa, De Vito, De Raho e Vetrano. La tela raffigura Sant’Agostino che lava i piedi a Cristo pellegrino. I due personaggi non conservano le teste.
Sant’Agostino (Tagoste, 13 novembre 354-Ipponia 28 agosto 430), filosofo, vescovo e teologo, è dottore e padre della Chiesa. È patrono dei teologi e degli stampatori.
Altare della B. Maria Vergine della Cintura con santa Monica (sec. XVIII)
L’altare conteneva la tela omonima. Questa è stata trafugata da ladri dopo la chiusura della chiesa al culto, avvenuta nella metà degli anni ’50 del secolo scorso.
Santa Monica (Tagoste 331-Ostia 27 agosto 387), madre di sant’Agostino, è patrona delle donne sposate, delle madri e delle vedove. In apparizione la Madonna le consigliò il tipo di veste e la cintura da indossare.
Altare di san Guglielmo abate (sec. XVIII)
L’altare conteneva la tela omonima. Questa è stata trafugata da ladri dopo la chiusura della chiesa al culto, avvenuta nella metà degli anni ’50 del secolo scorso.
Tra i santi abati agostiniani vi è soltanto il francese Guglielmo di Eskill o Eschilse, morto nel 1203. Pertanto potrebbe essere stata sua l’immagine, anche se non è da trascurare l’eventualità che si trattasse del santo benedettino Guglielmo (Vercelli, 1085-Abbazia del Goleto, 25 giugno 1142), abate di Montevergine, il cui culto era molto diffuso. Vi sono molti altri santi con lo stesso nome.
Sacrestia
Nella sacrestia, in restauro, oltre ad un altare, si trovano due statue in pietra leccese, raffiguranti sante agostiniane, negli abiti propri dell’Ordine con vistose cinture, ma non decifrabili, in quanto prive di teste; nonché una volta decorata, su cui si evidenzia, al centro, un bassorilievo raffigurante una corona.
Mario Mennonna
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Le notizie sono tratte dalle citate Visite pastorali dei vescovi Lettieri e Ricciardi (in Archivio Storico della diocesi di Nardò) e uno studio dell’arch. Giovanna Cacudi. Riferimenti si trovano in G. DE PASCALIS-M.GABALLO, Chiesa e convento dell’Incoronata a Nardò, a cura di «Nardò Nostra», 1997; E. MAZZARELLA, Nardò Sacra, Galatina, Congedo, 1999; M. MENNONNA, Guida di Nardò, Galatina, Congedo, 2012. Per una conoscenza dettagliata della Fiera dell’Incoronata e della «Cavalcata» cfr. M. MENNONNA, La cavalcata storica e la fiera dell’Incoronata, in “Lu Lampiune”, a. XIV, n. 2.