Spettacolo-Cultura

RECENSIONE - Il fascino di quel vecchio borgo di mare nei racconti di Massimo Vaglio

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NARDO' - Un libretto affascinante. Dodici capitoli sulla vita a Santu Sitru.
massimo vaglio

Fra la mole di libretti autoprodotti o stampati dai tanti editori a pagamento che rafforzano sempre di più quella che gli americani chiamano la Vanity Press, è molto raro che uno di loro attiri la mia attenzione.

Quando ho avuto fra le mani questo Santu Sitru di Massimo Vaglio, edito da un marchio che è tutto un ironico programma (Edizioni Parasàula), sarà stata la bellissima copertina, sarà stata la stima antica e profonda che nutro nei confronti dell’autore: ho sentito che sarebbe stato estremamente piacevole leggerlo. Non mi sbagliavo. L’ho divorato in poche ore e lo consiglierò urbi et orbi – per quel pochissimo che, in questa fase della mia vita, ho voglia di esprimere i miei pensieri oltre la cerchia di amici e parenti stretti.

Massimo è uno scrittore di lunghissimo corso e la qualità del suo esporre non ha bisogno del mio inutile sigillo. Perché non v’è dubbio che puoi far della letteratura anche se scrivi di cucina o di verdure selvatiche, e la prosa del Nostro è sempre affettuosamente salace, confidenziale, affabulatoria, prodigiosamente ricca di parole desuete e preziose o tratte da idioletti professionali e perfettamente inserite nel flusso narrativo senza trasformarlo in una pedante sequela di tecnicismi.

Mentre leggevo i dodici episodi che ruotano attorno alla località marina meno cool della costa neretina, più vituperata dall’abusivismo edilizio e dalla cementificazione senza per questo aver perso la bellezza primigenia, mentre controllavo sul vocabolario il significato di ogni singola bellissima parola nuova e su Google la storia di questo o quell’attrezzo da pesca o da coltivazione (uno su tutti, il trattore a volano Landini: chi mai ne avrebbe sospettato l’esistenza?), mi ha emozionato ritrovare un pezzettino, seppur piccolo, di me stesso, della mia, di storia, inserita nel grande fluire della storia delle nostre radici, narrativamente fotografata in questo manualetto che racconta il modo di vivere di un paio di generazioni addietro oggi quasi incredibile anche solo a dirsi, inimmaginabile, totalmente rimosso.

Non parlo di case sprovviste di acqua corrente e luce elettrica in una delle quali io stesso ho vissuto, e neanche dello stupefacente modo di ottenere un qualche raccolto utilizzando solo la rugiada, sistema che praticava anche mio nonno, micro istantanee che qua e là mi hanno catapultato indietro di più di quarant’anni. È invece un nitido ricordo che mi ha fatto sentire a casa durante la lettura del notevole lavoro di Massimo Vaglio.

Andavamo al mare stipati in 500 e un bel giorno mio padre ci disse: “Oggi ci fermiamo qui, c’è un mio collega che ha la barca e voglio chiacchierare con lui”. Quel collega io lo ricordo benissimo. Un maestro elementare venuto fuori da un libro di Mario Lodi, tutto esperienza sul campo e scorribande. Quel genere di insegnante che, da etimologia, lascia un segno e che, in quest’epoca delirante di sbornie digitali in cui si fa a gara a chi concepisce la lezione più asettica ma, signori, tanto updated e hi-tech e smart: ecco si sarebbe licenziato in tronco in barba al famoso stipendio picca, maledettu e subitu. Era il papà di Massimo, che fa capolino in più di un racconto di Santu Sitru.

Un uomo abbronzatissimo, scattante, dallo sguardo insieme appassionato e beffardo. Ho dovuto alzarmi dalla poltrona e fare quattro passi per collegare quel mio lontanissimo ricordo all’autore del libro e a quel che stavo leggendo. Da lì in poi semplicemente ho sentito palpitare una vita più vera, più umana, più riguardosa della nostra natura, se queste parole non sembrano affettate.

Massimo Vaglio ha sempre la capacità rarissima di prenderti per mano e trasportarti in un suk di odori e sapori ruspanti, o in una latteria che profuma di ammoniaca o in una macelleria disseminata di cacciagione e tutto senza farti sentire in un film distopico ma, al contrario, facendoti sentire distopica l’epoca balorda in cui vivi. Alla fine della lettura ho idealmente ringraziato Daniele Manni per l’eccellente prefazione che restituisce, di quest’opera, il profilo e il valore letterario: io, che mi ero proposto di scrivere qualche riga, mi son sentito esonerato da un’analisi più tecnica e libero di appuntare solo piacevoli sensazioni.

Come quella che pervade il lettore quando Giggi, falegname di grande esperienza, manda al diavolo quell’avaro di Don Memè in un modo così elegante da far impallidire i supposti “signori”. Se un po’ tutti prendessimo esempio dalla dignità di quest’uomo così magistralmente, ironicamente, benevolmente messo in scena, ecco: potremmo forse cominciare una rivoluzione gentile contro i sopraffattori e gli sfruttatori del lavoro che, mai come oggi, scorrazzano indisturbati.