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OMAGGIO A VITTORIO MY - Ad un anno dalla sua morte

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NARDO' - Questo articolo vuole rendere omaggio a Vittorio My, non solo per quello che ha scritto, ma anche per quello che rappresenta: i tanti «poeti» sconosciuti, che non hanno pubblicato i loro componimenti oppure che, pur con qualche pubblicazione, il più delle volte sono ignorati dagli stessi concittadini. Lo spirito artistico è innato e rimane sempre espressione personale della complessità dei sentimenti, nel mentre ha bisogno della tecnica, che si acquisisce, per diventare arte. Noi rendiamo omaggio essenzialmente ad uno spirito artistico e tramite la sua testimonianza ad ogni spirito artistico.

Ho avuto l’opportunità, tramite i fratelli Antonio e Alfredo Giuranna, di leggere alcuni componimenti poetici del neritino Vittorio My, nato il 3 maggio 1942 e morto il 19 novembre 2022.

Sono inediti e suddivisi in due raccolte, Un alone di poesia e Le perle nere, datate sul dattiloscritto nel 2001. Queste riportano non solo il nome e cognome, ma anche lo pseudonimo «MYPO», indicante forse «My» e «Poesie».

Il nipote, Luigi Mariano, noto cantautore salentino, che vive a Roma, parla di altre raccolte di poesie, nonché di racconti.

Posso subito affermare che, nelle raccolte citate, si tratta di palpiti autentici e schegge espressive non artefatte, che, ai confini della tecnica poetica e dell’organizzazione letteraria, colpiscono e coinvolgono il cuore del lettore, in quanto strettamente connessi all’esistenza dell’Autore.

Il tema di fondo è la solitudine della sua persona, come «passero» e come «gabbiano», che vagano nell’immensità del cielo (Forse); come un «bimbo» (Guardando il tuo volto); come un «vagabondo»: «vaga senza posa – e senza limite» (…) l’umanità lo schiva – lo esonera – senza alcun rimedio – e lo biasima (…) e fletto in me – la tua immagine – per sempre» (Il vagabondo).

Ed è come un «recluso»: «poche cose adornano – la stanza del recluso: - un comodo lettino - per adagiarmi – e un catino per tergermi, - un attaccapanni - per appendere raro indumento – e un finestrino che dà – in un giardino – per respirare un ultimo alito – di vita» (La stanza del recluso).

In effetti, per la sua salute cagionevole, per la sua natura di estraniarsi, anzi astrarsi dalla realtà e per conservare la mente nell’ingenuità di un bambino, dopo i primi passi nel campo musicale frequentando il Conservatorio musicale di Lecce e successivamente nel mondo lavorativo come imbianchino, si era rifugiato nella sua casa in via Regina Elena a Nardò. Sostava spesso sulla soglia di casa con una sigaretta accesa e, nel chiuso delle sue quattro mura, si dedicava sia alla musica del suo armonium, che aveva sostituito il sax, suo primo strumento, sia alla lettura e sia alla composizione di scritti.

La sua compagnia era la gente che passava indifferente e frettolosa sul marciapiede e velocemente in auto.

La fuga dal suo mondo intimistico e solitario era rappresentato dalla fugace visita alterna presso due bar per il caffè di mattina e di pomeriggio.

In questi per la gestione vi erano anche donne, la cui gentilezza veniva dall’illusione di Vittorio trasformata in figure della sua vita sentimentale.

E proprio l’amore diventa l’oggetto della sua riflessione esistenziale e della sua produzione poetica.

Non si esime dal descrivere tra realtà e fantasia anche l’aspetto fisico di una delle sue donne: «Dalla bellezza avanzata – ma non trascorsa; - due occhietti vispi – e innocenti, pronti – a rincorrersi fra loro – come bimbi nei prati. – Capelli fulvi ondeggianti – al tenue vento di primavera».

Dall’abbandono all’illusione, che pur lenisce il suo cuore, passa alla presa di coscienza che tutto è vano e che, comunque, si trova in un mondo reale, anche come le sue donne, che non gli appartiene. Si chiede, infatti, se la donna, che gli appare «come nebbia dorata», è «un sogno o realtà», se è veramente sua, perché il suo cuore è «assetato d’amore», mentre lui è solo «e tanto, tanto infelice». Chiede con insistenza chi sia e se sia presente per prenderlo per mano e condurlo «in un luogo incantato»: è vera o è lui che si illude «come uno stupido – un grande stupido – che precipita – nel vuoto della vita» (M’appari)?

Eppure continua ad amare e soprattutto ad illudersi: «Donna cara, non essere restia, - non essere arida. - Accetta questo cuore – che si è corroso per te – affinché non dovrai pentirtene – e poi piangerai di non avermi amato. - Salva questo cuore che vaga – nell’oblio affinché non mi passa – il sentirmi solo e il maliardo tempo – mi condurrà nelle tenebre» (Ho paura).

Lotta, ma alla fine si arrende: «Ho perduto l’amore – l’unica donna – nella quale avevo fiducia – è diventata sorda – e arida, si è prosciugata – come una pietra di San Michele» (Mi sento infelice). Ma perché? «Forse per te son figlio – di un Dio minore. – Non ti sei nemmeno – accorta che io esistevo – e che il mio cuore batte – batte e mi martella tanto – che spasima dal dolore e d’angoscia» (Forse son figlio di un Dio minore).

Prende, altresì, consapevolezza che la sua vita si è consumata «senza una meta» e la sua vita è «nulla», «atona» e «priva di accento» (Mi sento). Si sente «vecchio e stanco», mentre guarda il mare dove vaga la sua mente, attanagliata da tanti ricordi, che nostalgicamente lo spingono a versare lacrime sulla sua vita (Guardando il mare).

Un amore, quindi, il suo, che lungo la scia di non pochi poeti (si pensi al Petrarca) non lascia scampo alla sofferenza, ancor più acuita nel momento in cui deve dare il suo addio alla musica «cara compagna della mia giovinezza» (Addio, musica), perché profondamente stanco e deluso così come -e qui sorge una delle poche schegge di rendere universale il dolore- «tutto il mondo» che è «avvolto nella tristezza – e nel dolore» (Novembre).

Non vi sono sprazzi di fiducia e di consolazione? Ed ecco il ricordo della mamma affettuosa. Ed ecco la invocata morte, presente in diversi componimenti, Ed ecco la sua spiritualità cristiana (non fu praticante dopo la morte della madre). Questo è il suo mondo di approdo. Nella sua solitudine, nel suo mancato amore femminile, nella «cattiveria degli uomini» unica speranza rimasta alla sua vita è «l’infinito amore verso Dio» (Ora piango in silenzio).

Sente lo scorrere della vita, mentre di giorno in giorno il suo cuore vorrebbe «gridare d’angoscia» (Sento), senza «aver fatto nulla», per cui «quanta gente – riderà di me! – Con voce beffarda – diranno ogni sorta – di parole e improperi» (Passa la mia vita).

Dinanzi a questo componimento mi sono sentito chiamato, come persona e come cristiano, direttamente in causa… e mi vedo, pur nelle poche volte, indifferente passare per via Regina Elena e lanciare fugace e sospetto il mio sguardo sul volto triste e senza sorriso, sulla sua figura trasandata e, come pensavo, asociale e assorto nel nulla, solo impegnato nel nervoso fumare della sigaretta, senza fermarmi, anzi senza nemmeno rivolgere il mio saluto. Ad una fraterna persona, ad una persona di profonda sensibilità artistica, ad una persona in cerca di amore, ad una persona in piena sofferenza esistenziale!

E ancora una volta è rimasto solo e abbandonato ad illusioni caduche e, astratto dalla realtà terrena, che aveva il diritto di vivere a piene mani, guarda verso l’alto, dove il sole dovrà pur tornare a risplendere (Tornerà a risplendere il sole).

E a noi di lui, come ulteriore torto e come umana ingratitudine, può soltanto rimanere il «nulla», come intravede nel suo canto? E anche i suoi scritti, pur segnati su pagine concrete, col tempo dovranno diventare «cenere» (Un giorno non lontano)?

Non può essere né deve essere. Pertanto mi auguro che questo mio scritto serva perché la sua memoria non svanisca nel «nulla» e le sue pagine con i suoi componimenti, sprazzi di un’anima sensibile e di un cuore sofferente, non diventino «cenere». Ho inteso rendere omaggio a Vittorio My, non solo per quello che ha scritto, ma anche per quello che rappresenta: i tanti «poeti» sconosciuti, che non hanno pubblicato i loro componimenti oppure che, pur con qualche pubblicazione, il più delle volte sono ignorati dagli stessi concittadini. Lo spirito artistico è innato e rimane sempre espressione personale della complessità dei sentimenti, nel mentre ha bisogno della tecnica, che si acquisisce, per diventare arte. Io rendo omaggio essenzialmente ad uno spirito artistico e tramite la sua testimonianza ad ogni spirito artistico.

Mario Mennonna