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IO LO CONOSCEVO BENE - Ennio Calabria: un gigante della pittura contemporanea

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NARDO' - L’arte illuminava i suoi occhi. Uno scritto appassionato di Pierluigi Parisi.
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L’uomo Ennio Calabria

Il primo marzo 2024 è morto un gigante della pittura contemporanea, Ennio Calabria. Un uomo che ha dedicato la vita alla bellezza e alla verità dell’arte. La parabola biografica dell’ultraottantenne, Ennio avrebbe compito 87 anni il prossimo 7 marzo, ha lasciato un profondo senso di tristezza tra coloro che gli erano vicino. Ennio era un amico che sapeva accompagnare tra i meandri della vita, considerata e apprezzata sia nei suoi massimi sistemi, sia nei suoi dettagli più minuti e apparentemente insignificanti. Un uomo di una sensibilità enorme, come pochi ho avuto il piacere di conoscere. Aveva il tatto e la cortesia di chi aveva dietro di sé una vita densa di esperienze, di chi aveva sofferto e gioito, di chi era soddisfatto e deluso, di chi era stato riconosciuto e di chi non era stato sufficientemente compreso. Un gigante della pittura che non era mai stanco di ricominciare a lavorare con spirito oblativo, con abnegazione e profondo senso di responsabilità intellettuale e artistica. L’arte non era un mestiere, era la sua vita.
L’arte illuminava i suoi occhi. E i suoi occhi illuminano la nostra comprensione del mondo attraverso l’arte. Un uomo che apriva la porta di casa con il sorriso sulle labbra, consapevole che solo nell’autentica condivisione si può essere veramente felici. La sua arte e il suo atteggiamento verso il mondo erano inclusivi, aperti e accoglienti. Il monaco benedettino Elmar Salmann scrisse che siamo fatti per poche persone e spesso non le incontriamo. A volte invece si ha la fortuna di incontrare delle persone come Ennio. La gioia che accompagnava le lunghissime conversazioni con Ennio era permeata dalla reciproca nostra consapevolezza di questo incontro straordinario. Un incontro che si rinnovava ogni volta nella bellezza. Di questa bellezza vogliono essere testimoni queste poche righe.

Il Manifesto per l’arte

Ennio Calabria ha promosso e pubblicato un Manifesto per l’arte in cui delinea il ruolo, il compito e la responsabilità dell’arte nella cultura contemporanea. Di seguito ripropongo alcune riflessione a riguardo.

Rispetto alla cultura dominante, il Manifesto può essere letto come una reazione che segue e rivendica uno spazio, un pensiero, un essere che gli sono propri rispetto alle istanze omologanti, robotizzanti, normalizzanti in cui, si legge, «l’uomo e la vita sono ridotti ad algoritmo». La diagnosi della cultura contemporanea fatta propria dal Manifesto è quella weberiana della Entzauberung, del disincanto per la fine delle «grandi narrazioni», come Lyotard ebbe fortunatamente modo di riassumere. Una cultura accelerata, globalizzata, la cui forza motrice eminentemente spersonalizzante si ritrova nell’apparato della tecnica e dell’economia. In tale scenario anche l’arte è coinvolta, travolta, stravolta, sconvolta e avvolta, e conosce la sua prostituzione, diventando ora merce, ora anonimo prodotto della riproduzione tecnica in cui l’odierna istanza omologante ha appiattito e risolto, relativizzandola, la differenza tra l’originale e la sua copia.

“Crisi” e “autenticità” sono due parole chiavi per la comprensione del Manifesto. La “contemporaneità” è sia la dimensione temporale con cui designiamo l’oggi, sia l’attuarsi simultaneamente di fenomeni differenti. La nostra epoca può essere presa in questa doppia accezione e il Manifesto ne coglie la salienza quando parla di un «assoluto presente», un presente assolutizzato che soffoca ogni retro-spettiva e ogni pro-spettiva. Lo sguardo dell’uomo nell’età della tecnica è asfissiato in un punto temporale presente che si reitera costantemente ed che esprime la massima omologazione temporale. Come il tempo, anche lo spazio si omologa e si contrae in modo puntimforme: «l’aumento abnorme della velocità degli scambi», di qualunque tipo, ha risolto sia lo spazio che il tempo in un punto. Puntificata è la dimensione vissuta dall’uomo contemporaneo.

Il Manifesto descrive icasticamente la nostra cultura con l’espressione “società della superficie”. Eppure, leggendo con attenzione, un aggettivo chiave che attraversa la filigrana dell’intero Manifesto è “profondo”. Lo sfondo culturale contemporaneo ed il Manifesto possono essere visualizzati, e se si vuole spazializzati, in una feconda polarità tra superficie e profondità.

Superficie è la velocità, il presentismo asfissiante, l’inautenticità dell’arte mercificata, l’uomo qualunque disperso tra i minuscoli pezzi della «società sempre più frantumata e robotizzata».

Il Manifesto è un invito ad esplorare il profondo: è qui che troviamo «il nostro essere», il vero «motore generativo» della storia in cui siamo calati. Questo essere è il profondo della “società della superficie”, è l’autentico «soggetto», è l’autenticamente sub-iectum, è ciò che troviamo sotto in quanto “gettato sotto”, nelle profondità abissali dell’apparente e del transeunte contemporaneo. Un «essere» che «consiste» di «consapevolezza e inconsapevolezza»: un essere che è oltre ogni rappresentazione e resta, in ultima istanza, mistero a se stesso.

Il Manifesto ribadisce la primarietà dell’essere «essenziale» che si trova al fondo e che perciò è fondamentalmente fondante e fondativo dell’essere autentico. Intorno alla nozione di essere, per come trattata dal Manifesto, si coagulano aspetti e toni, a mio avviso, indici di un sentire religioso: al «pensiero unico» contemporaneo si contrappone tanto «l’unicità» rappresentata dal «soggetto» quanto «il senso della comunità», entrambi esclusi dall’affermazione dell’organizzazione monadica della società occidentale. La «soggettività» si fa latrice della difesa dei «“fondamentali” antropomorfi della specie» umana.

Nel concepire l’essere umano come soggetto unico e irripetibile non si odono gli echi della concezione benedettina dell’uomo inteso come ἅπαξ λεγόμενον? E nel concepire l’essere come profondità spirituale ed autentica, non si rintracciano le intuizioni della mistica renano-fiamminga di Eckhart, Taulero, Suso, per cui il fondo [Grund] dell’anima è senza fondo, l’abisso [Abgrund]? Non si rivendica nel Manifesto una mistica dell’essere pensato in quanto tale al di là di tutti i veli e gli idoli che ce ne facciamo? Dove il «sum» è prioritario sul «cogito»?

E’ da qui che si riparte dunque. Da questo essere che è «forza creativa della coscienza individuale».

Nelle lingue germaniche si apparentano Geist, lo spirito nella sua accezione più ampia, con Geyser, la sorgente d’acqua che prorompe prepotentemente dal fondo-abisso emergendo con forza in superficie, oltre la “superficialità” della terra. L’essere della soggettività cui fa riferimento il Manifesto è questa forza abissale e prorompente, è la forza del protagonista, di colui che sa scendere per primo nell’agone. Il Manifesto «ritiene centrale e strutturale il protagonismo della soggettività»: la soggettività è, nell’agone dell’oggi, il suo presupposto autentico ed ineludibile.

Come non sentire ancora gli echi di una certa religiosità nella concezione di un «pensiero laterale» che «diviene essenziale»? E’ la pietra di scarto che diviene pietra d’angolo. È «l’unicità dell’individuo escluso» da questa «società della superficie» che rivendica tutta la sua salienza, il suo essere sale, sapienza e sapore per un’arte che ha ancora qualcosa da dire e da essere.

La polarità fin qui analizzata tra superficialità e profondità, società contemporanea anomica e anonima da un lato e soggettività dell’individuo autentica e mistica dall’altro, si incontrano in un punto preciso: l’arte. Si legge: «muoviamo dalla pittura e dalla scultura perché ci consentono una prima occasione per esemplificare l’ipotesi di un processo creativo agito dall’inedito ingresso della soggettività dell’essere nella storia».

Siamo ora pronti a cogliere un doppio repentino ribaltamento di prospettiva.

Se prioritario è l’essere sulla condizione umana contemporanea è perché questo è l’autentico e autorale agente della storia. Agente è qui colui che nell’agone per primo agisce. La soggettività autentica è «“voce” dell’unicità dell’umano e della sua verità connaturata alla relazione con l’altro». L’essere è la vox clamans che interpella l’uomo inautentico del Contemporaneo, l’uomo che vive nel perpetuo presente in uno stato di “crisi” permanente, non potendo essere veramente protagonista della (sua) storia distesa tra il passato e il futuro. La vox clamans è per il Manifesto l’arte: «per queste ragioni pittura e scultura devono “dire” e non più “raccontare”, perché, in un processo in divenire, esse saranno l’impronta “autografa” del nostro essere».

Non ci troviamo dunque di fronte ad un Manifesto per l’arte, come recita il titolo, ma siamo stati condotti nel punto in cui originariamente è l’arte ad essere e dover essere per il manifesto, per ciò che prorompendo dal fondo senza fondo dell’essere si manifesta con la forza del protagonista oltre le superficiali superfici dell’agire umano anonimo e senza vocazione. L’arte voca, chiama, interpella il Mani-festo, ciò che si lascia mostrare attraverso la mano dell’artista, mediatrice tra il mondo dei fantasmi e le sorgive corde dello spirito.