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SAN MARTINU TI ‘NA FIATA - Buona festa a tutti

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L’11 novembre ricorre la festa “ti Santu Martinu”.WhatsApp Image 2025 11 11 at 08.12.26

San Martino, nato nel 316 a Sabaria, figlio di un tribuno romano, fu educato secondo i principi cristiani. Arruolato nell’esercito, a Amiens incontrò un mendicante seminudo e divise con lui il suo mantello, visione che lo spinse a farsi battezzare e a lasciare la vita militare per diventare eremita. Successivamente divenne vescovo di Tours, dedicandosi alla carità, alla conversione dei pagani e al contrasto delle eresie, fondando il primo monastero europeo. Morì l’8 novembre 397 a Candes-Saint-Martin ed è patrono di militari, sarti, osti, mendicanti e albergatori.

Anticamente, nel Salento, il giorno di San Martino segnava uno dei momenti più attesi dell’anno contadino. Era il tempo in cui la terra, ormai spoglia dei suoi frutti, invitava al riposo e alla gratitudine. Si diceva che San Martino fosse l’ultimo giorno dell’anno agricolo e che, come ogni fine, portasse con sé anche un nuovo inizio.

San Martino non era solo una festa: era un rito di passaggio, un momento di riconoscenza verso la terra e verso la vita stessa.

Le famiglie neretine tiravano le somme del raccolto, ringraziavano per ciò che avevano ricevuto e si preparavano all’inverno con animo sereno.

Per i neretini la mattinata dell’11 novembre iniziava con un fermento speciale: nelle case contadine l’aria era carica di un’attesa antica, quasi sacra. Gli uomini, con gesti esperti e precisi, controllavano le botti del vino nuovo, impazienti di assaggiarne il primo sorso, come se ogni goccia fosse un piccolo rito di rinascita, tramandato di generazione in generazione.

Le donne, invece, animavano la casa con i preparativi della festa: lucidavano le stoviglie, tiravano fuori le tovaglie ricamate dalla “cascia”, impastavano il pane, accendevano il fuoco e raccoglievano le rape nell’orto. Ogni movimento era sicuro, misurato, frutto di anni di esperienza e tradizione. Tutto intorno parlava di vita, di attesa e di quel modo semplice e antico di celebrare San Martino.

Quando calava la sera sul paese e sulle campagne, le case si animavano di voci e passi. La luce calda dei lampioni illuminava i vicoli più nascosti e quellapallida della lunasi posava sui filari d’ulivo, sugli orti, sulle pietre bianche dei muretti a secco, mentre le fiamme tremolanti delle lampade a petrolio danzavano all’interno delle abitazioni. Dalle cucine si sprigionavano profumi irresistibili: l’olio che sfrigolava, le castagne che scoppiettavano, il pane appena sfornato. Bastava respirare quell’aria per capire che la festa stava per iniziare: le famiglie si sarebbero presto raccolte attorno alla tavola, tra racconti, sorrisi e bicchieri di vino nuovo.

Le massaie si muovevano rapide e precise attorno al focolare: affettavano il pane appena sfornato, friggevano ” li purpette ti cavallu ‘mpastate cu lu mieru”, “rrustianu la sardizza e li castagne”, “nfucavanu li rape” controllavano la cottura della “carne a pignatu”,  “sdiacavanu lu boccacciu ti li mature” e … I bambini le osservavano in silenzio, affascinati dal ritmo di quei gesti antichi. Senza rendersene conto, assorbivano i riti e le parole che, di generazione in generazione, trasformavano il giorno di San Martino in un racconto d’amore per la terra.

Il momento più atteso giungeva quando il capofamiglia, con gesto solenne, spillava il vino dalla botte e lo versava “intra li quali” (nelle brocche di terracotta). Un istante di silenzio calava nella stanza: in quel liquido rubino si rifletteva un anno intero di fatica, attesa e speranza in un buon raccolto. Poi, lo distribuiva nei bicchieri e con voce ferma ma colma di gioia, invitava tutti a bere, pronunciando parole semplici, intrise di riconoscenza verso la terra generosa e verso le mani che, con pazienza e lavoro, l’avevano coltivata. “Lu mieru nueu“(il vino novello) era simbolo di rinascita, promessa di tempi buoni e memoria di un legame profondo tra l’uomo e la sua terra.

Aveva inizio la festa. Le donne di casa portavano in tavola i piatti preparati con cura e amore: l’aroma del pane caldo e delle pietanze si univa a quello del vino nuovo, mentre l’aria si riempiva di voci, risate e tintinnii di bicchieri.

La musica popolare dava ritmo alla serata: organetti, tamburelli e canti improvvisati accompagnavano la pizzica, accendendo l’entusiasmo dei presenti.

Quando poi il fuoco nel camino si spegneva e la casa tornava quieta, restava nell’aria quell’odore familiare di pane, vino e legna bruciata. Era il profumo di San Martino, custode di gesti antichi, di memoria e di riconoscenza.

Ancora oggi, a Nardò, la sera di San Martino conserva quello stesso spirito di unione. Le famiglie si ritrovano attorno alla tavola per banchetti ricchi di tradizione. Così, da secoli, ogni San Martino diventa una piccola festa di cuore e di memoria, dove il vino non è solo bevanda, ma simbolo di stagioni, legami e tradizioni che si rinnovano di generazione in generazione.

BUON SAN MARTINO A TUTTI! 

Mariella Adamo e Lucia Bove