Spettacolo-Cultura

IL RACCONTO DI UNA TRADIZIONE - Ricordi appesi alla calza

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Un tempo, nel Salento, secondo la tradizione, la sera del 5 gennaio i bambini lasciavano sotto il camino una grande calza, sperando che la vecchina la riempisse di sorprese.Col tempo, quella semplice calza divenne il simbolo della festa: non solo scaldava i piedi durante il freddo invernale, ma era anche un oggetto semplice e facilmente reperibile, perfetto per contenere piccole sorprese, alla portata di ogni famiglia.

Nella cultura contadina, la calza assumeva un significato ancora più profondo. L’inverno era un periodo duro, segnato dal gelo e dalla scarsità di cibo, in attesa della rinascita primaverile della natura. Per questo motivo, la calza non era soltanto un semplice involucro, ma un dono prezioso per le famiglie più povere, un capo caldo che veniva poi arricchito con ciò che si aveva a disposizione, come frutta secca e dolci.

La notte dell’Epifania era carica di magia. I piccoli, con il cuore che batteva forte, appendevano le loro calze sotto la cappa del camino, sperando che la Befana le notasse. Alcuni mettevano in bella vista anche le scarpe: si diceva che, avendo spesso consumato le sue, la Befana poteva prenderne un paio nuovo lasciando in cambio i doni; se non ne aveva bisogno, le riempiva comunque di sorprese.

La calza, però, restava la preferita, specialmente quella di lana, che si allargava facilmente e poteva contenere più dolciumi possibili.I più furbi non si accontentavano delle proprie e appendevano quelle lunghe e nere della mamma o della nonna, che erano più capienti.

Così, mentre tutti dormivano, la vecchietta volava silenziosa sui tetti, lasciando dietro di sé un pizzico di meraviglia e tanti sorrisi.

In tempi più remoti la Befana donava ai bambini mandarini, arance, noci, nocciole, arachidi, fichi secchi, caramelle, qualche cioccolatino e, ai più fortunati, persino dieci lire. Ai più birichini, però, lasciava il carbone, non quello dolce di oggi, ma quello vero, duro e nero, per ricordare che la bravura contava.

La porticina segreta dei miei ricordi si apre e dall’ombra scivola l’ultima Befana della mia infanzia, portando con sé giocattoli profumati di innocenza e meraviglia. Avevo circa nove anni e desideravo con tutto il cuore una bambola parlante, un passeggino e un servizio di tazzine da caffè.

Aspettai con trepidazione la sera del 5 gennaio. Posai con cura la calza vicino al camino, sperando che la magia funzionasse davvero. Poi lasciai sul tavolo della cucina un bicchiere colmo di latte e qualche biscotto, per permettere alla Befana di rifocillarsi. Immaginavo che volava nel buio, tra i tetti, a bordo della sua scopa e mi chiedevo come avrebbe fatto a entrare in casa senza farmi sentire nulla. Eppure ero sicura, senza ombra di dubbio, che lei ci fosse davvero. Andai a letto presto con l’intenzione di restare sveglia per sorprenderla.
Resistetti a lungo, sforzandomi di tenere gli occhi aperti nel buio, ma alla fine il sonno ebbe la meglio. Mi addormentai con la speranza che la dolce vecchietta avesse notato quanto ero stata brava durante l’anno. La notte sembrava non finire mai: scorreva lenta, carica di attesa.Ogni piccolo rumore, amplificato dal silenzio, faceva sobbalzare il mio cuore, come se da un momento all’altro potesse accadere qualcosa di magico. Non dormivo davvero: restavo sospesain un fragile dormiveglia. Quando finalmente la luce del mattino cominciò a filtrare dalle tende, mi svegliai di colpo e corsi in cucina, con i piedi nudi sul pavimento freddo e con gli occhi ancora pieni di sonno. I biscotti scomparsi e il bicchiere di latte ormai vuoto erano la prova che la magia aveva davvero bussato alla mia porta. Ricordo ancora l’emozione nel vedere la calza appesa al camino, gonfia di sorprese e accanto tre doni. Il cuore mi esplodeva di felicità e gratitudine. Aprii i pacchetti e trovai tutto ciò che avevo sognato.

Un’ondata di gioia mi travolse e un sorriso illuminò il mio volto. Ogni dono accese in me una scintilla: la bambola parlante sembrava sorridermi, il passeggino mi invitava a spingere piccoli mondi di fantasia e le tazzine scintillavano come se custodissero segreti meravigliosi. Tra l’odore della legna che ardeva nel camino e il calore della casa, sentii davvero che la magia esisteva. La bambola era stupenda: sulla schiena aveva un piccolo meccanismo con un disco che le permetteva di ripetere alcune frasi. Per me, bambina, era un’emozione incredibile, quasi magica. La toccavo con delicatezza, ascoltando la sua voce, convinta che nulla al mondo potesse essere più perfetto di quel momento. C’era poi il passeggino, piccolo ma prezioso, che mi faceva sentire importante: potevo portare a spasso la mia bambola come una vera mamma. E non mancava il servizio da caffè, fragile e delicato, con cui avrei potuto organizzare mini ricevimenti per le amiche, trasformando ogni incontro in un momento di complicità e fantasia.
Accanto ai doni c’era la calza traboccante di caramelle Rossana, cioccolatini Boero, formaggini di cioccolato, biscotti Bovolone, pesciolini e rotelle di liquirizia e… ahimè, anche un pezzo di carbone dolce. Quello scherzi della Befana, buffo e inatteso, aggiungeva un pizzico di sorpresa a un momento magico. Sfiorare le piccole delizie, annusarne il profumo e assaggiarle rendeva tutto indimenticabile. La Befana non si limitava a portare i doni: era colei che donava gioia, capace di trasformare ogni sorpresa in pura felicità.

Ancora oggi, se chiudo gli occhi sento quell’emozione pura, quell’entusiasmo semplice, come se un pezzetto di magia fosse arrivato direttamente dalle sue mani.

Mariella Adamo