Con il Giovedì Santo ha inizio il Sacro Triduo Pasquale, che rappresenta il fulcro dell’Anno Liturgico cristiano, in cui si fa memoria della Passione, Morte e Risurrezione di Gesù. Le diverse celebrazioni che si svolgono durante il Triduo Pasquale non sono eventi separati, ma sono tappe di un’unica grande liturgia, che va dallaMessa "in Coena Domini"del Giovedì Santo fino allaDomenica di Pasqua.

Nel passato, a Nardò, il Giovedì Santo rappresentava un momento di intensa spiritualità e profonda devozione. Il Triduo si apriva al mattino con la celebrazione della Messa Crismale, presieduta dal Vescovo insieme al clero nel Cappellone del Santissimo Sacramento della Cattedrale. La partecipazione dei neretini era sentita e numerosa, segno di un forte attaccamento alle tradizioni locali e ai riti religiosi propri di questa giornata.
Tra le pratiche più significative del Giovedì Santo vi era l’allestimento “ti li Sipurcri”(dei Sepolcri). Dal punto di vista liturgico il termine più corretto è “Repositori” o “Altari della Reposizione”, che sono luoghi in cui viene riposta e custodita l’Eucaristia.
I “Sepolcri” venivano preparati nelle parrocchie, in alcune chiese del territorio parrocchiale e soprattutto nella Cattedrale. L’addobbo del Sepolcro, fatto con cura dalle comunità e dalle confraternite, era sontuoso: tessuti pregiati, damaschi e broccati, accuratamente custoditi nel corso degli anni, ne impreziosivano ogni dettaglio. Sull’Altare della Reposizione si esponeva il Santissimo Sacramento. I gradini dell’altare, generalmente scelti tra quelli laterali della chiesa insieme alla mensa, venivano adornati con ciotole o piccoli piatti, nei quali erano stati fatti germogliare semi di frumento, lupini, ceci, cicerchie e lenticchie su tufo o bambagia.
La semina avveniva circa quindici giorni prima, così da far coincidere la crescita dei germogli con la festività. Caratteristica essenziale era che i germogli si presentassero candidi. Per ottenere questo effetto, i contenitori venivano custoditi in ambienti completamente oscuri. Alcune persone li riponevano persino nei cassetti dei comodini, provvedendo ad annaffiare i semi solo dopo il tramonto, affinché la luce non alterasse il candore dei germogli, simbolo di rinascita e purezza. Poco prima dell’esposizione, i contenitori con i i germogli venivano decorati con fiori di campo e nastrini.
Nelle abitazioni regnava il silenzio, mentre nelle strade si respirava un’atmosfera di composto raccoglimento. Anche il pasto rifletteva questo clima perché era semplice e frugale. Si consumava pasta fatta in casa, condita con ricotta “scante”(forte) e mollica fritta.
Nel pomeriggio i fedeli partecipavano alla Messa in Coena Domini, in memoria dell’Ultima Cena e dell’istituzione dell’Eucaristia. Durante la celebrazione, il sacerdote compiva il rito della lavanda dei piedi, rievocando il gesto di amore di Gesù verso i suoi discepoli e benediceva il pane. Quest’ultimo veniva poi distribuito ai fedeli, che lo conservavano con cura per utilizzarlo in caso di temporali.Al termine della celebrazione, le croci venivano velate, le campane “ttaccate” (legate) fino alla Veglia Pasquale, gli altari spogliati di ogni ornamento e l’Eucaristia riposta nell’Altare della Reposizione, unico spazio che rimaneva addobbato per l’adorazione dei fedeli.
Al termine della Messa in Coena Domini, i neretini si dirigevano verso la Cattedrale, le chiese parrocchiali e le rettorie per compiere la tradizionale visita ai Repositori. La consuetudine prevedeva che il numero dei Sepolcri visitati fosse sempre dispari e per questo i fedeli ne visitavano tre, cinque o sette. Ogni numero aveva un simbolismo profondo: il tre evocava la Trinità, il cinque ricordava le piaghe di Gesù e il sette richiamava i dolori della Vergine Maria.
Le persone giunte davanti al Santissimo Sacramento, pronunciavano la seguente giaculatoria: “Sipurcru isitatu, ti lacrime bagnatu, ti la tesoreria ti la Vergine Maria”. La preghiera veniva ripetuta per tre volte, seguita da altrettanti Padre Nostro, Ave Maria e Gloria al Padre. Alcuni fedeli deponevano un obolo nella cassetta delle offerte, destinato all’acquisto della cera che illuminava il luogo sacro e a sostenere le spese del culto. Quando entravano in chiesa, le donne si coprivano il capo con un velo nero o uno scialle nero e gli uomini si toglievano la “coppula” (cappello) come segno di rispetto e di devozione verso Dio. Durante il tragitto, recitavano il Santo Rosario.
Il tempo dedicato alla visita dei Repositori si protraeva fino alla recita dell’Ora Terza dell’Ufficio delle Ore, che venivano cantate in latino nella Cattedrale dal Breviario del Venerdì Santo.
M.A. e L.B.