NARDO' - Dal 2 giugno del 1946 possiamo dire: lo Stato siamo noi. Uno Stato di cui fanno parte tutti gli italiani e le italiane,finalmente divenute cittadine a pieno titolo perché col diritto di voto si ritrovano ad esercitare i diritti politici. Si realizza,dunque,il sogno mazziniano di una Repubblica democratica: sovrano è il popolo.
Il popolo italiano riscattò i vent'anni della dittatura fascista, che avevano negato l'identità e la coscienza del cittadino,riducendolo ad un mero ingranaggio della ferrea macchina statale.
Al referendum l'affluenza al voto raggiunse il dato storico del 90% tra gli aventi diritto, un dato che nelle elezioni attuali è calato drasticamente. La sfiducia nella classe politica ha portato alla rassegnazione di molti, all'indifferenza di troppi. Eppure, lo ribadiamo, "lo Stato siamo noi".
Piero Calamandrei,partigiano e padre costituente, in una conferenza tenuta a Milano il 26 gennaio del 1955, raccontò agli studenti che lo ascoltavano l'aneddoto di due contadini in viaggio su un piroscafo, in un mare in burrasca. Uno dei due, mentre il piroscafo rischiava di affondare, allarmò l'altro, che rispose: "Che mi importa? Non è mica mio!". Tale è l’atteggiamento di chi mostra indifferenza per la politica. E invece, la “res” è “pubblica”, tutti abbiamo la responsabilità di essere partecipi e di tutelare la democrazia che noi stessi abbiamo scelto. Ora non possiamo adagiarci su ciò che abbiamo ereditato e non possiamo essere indifferenti.
Il diritto di voto è senza dubbio una tappa fondamentale dell'emancipazione femminile, e il 2 giugno 1946 è la data simbolo di questo evento. Migliaia di donne per la prima volta poterono esprimere la loro opinione, seppure in ritardo rispetto alle donne americane e inglesi, in linea con gli uomini già da tempo.
Tuttavia, la parità tra i generi oggi non è ancora nei fatti compiuta, come dimostrano i dati sulla presenza delle donne nelle istituzioni e nel mondo del lavoro.
Inoltre, sono inquietanti i casi dei femminicidi. Bisogna battersi per sradicare quella concezione della donna che li alimenta. Ancora una volta, non possiamo essere indifferenti.
Indifferenza e disimpegno sono i mali da cui dobbiamo guardarci. Era quello che sosteneva Giacomo Ulivi, fucilato il 10 novembre 1944 sulla Piazza Grande di Modena in quello che possiamo considerare il suo testamento spirituale. Giacomo Ulivi morì a 19 anni.
"Cari amici - scrive Giacomo Ulivi- vi vorrei confessare innanzi tutto, che tre volte ho strappato e scritto questa lettera. L’avevo iniziata con uno sguardo in giro, con un sincero rimpianto per le rovine che ci circondano, ma, nel passare da questo argomento di cui desidero parlarvi, temevo di apparire "falso", di inzuccherare con un patetico preambolo una pillola propagandistica. E questa parola temo come un’offesa immeritata: non si tratta di propaganda ma di un esame che vorrei fare con voi. Invece dobbiamo guardare ed esaminare insieme: che cosa? Noi stessi. Per abituarci a vedere in noi la parte di responsabilità che abbiamo dei nostri mali. Per riconoscere quanto da parte nostra si è fatto, per giungere ove siamo giunti. Ecco per esempio, quanti di noi sperano nella fine di questi casi tremendi, per iniziare una laboriosa e quieta vita? (...) Benissimo, è un sentimento generale, diffuso e soddisfacente. Ma, credo, lavorare non basterà; e nel desiderio invincibile di "quiete", anche se laboriosa è il segno dell’errore. Perché in questo bisogno di quiete è il tentativo di allontanarsi il più possibile da ogni manifestazione politica.
È il tremendo, il più terribile risultato di un’opera di diseducazione ventennale, di diseducazione o di educazione negativa, che martellando per venti anni da ogni lato è riuscita ad inchiodare in molti di noi dei pregiudizi. Fondamentale quello della "sporcizia" della politica, che mi sembra sia stato ispirato per due vie. Tutti i giorni ci hanno detto che la politica è un lavoro di specialisti (...) Teoria e pratica concorsero a distoglierci e ad allontanarci da ogni attività politica. (...) Lasciate fare a chi può e deve; voi lavorate e credete, questo dicevano: e quello che facevano lo vediamo ora, che nella vita politica ci siamo stati scaraventati dagli eventi. (...) Credetemi, la cosa pubblica è noi stessi: ciò che ci lega ad essa non è un luogo comune, una parola grossa e vuota. (...) Al di là di ogni retorica, constatiamo come la cosa pubblica sia noi stessi, che ogni sua sciagura è sciagura nostra...per questo dobbiamo prepararci. Può anche bastare, sapete, che con calma cominciamo a guardare in noi, e ad esprimere desideri. Come vorremmo vivere domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere. Ricordatevi siete uomini, avete il dovere se il vostro istinto non vi spinge ad esercitare il diritto, di badare ai vostri interessi. Avete mai pensato che nei prossimi mesi si deciderà il destino del nostro Paese, di noi stessi: quale peso decisivo avrà la nostra volontà se sapremo farla valere; che nostra sarà la responsabilità, se andremo incontro ad un pericolo negativo? (...) Oggi bisogna combattere contro l’oppressore. Questo è il primo dovere per noi tutti: ma è bene prepararsi a risolvere quei problemi in modo duraturo, e che eviti il risorgere di essi ed il ripetersi di tutto quanto si è abbattuto su di noi. Termino questa lunga lettera un po’ confusa, lo so, ma spontanea, scusandomi ed augurandoci buon lavoro.”
Rossella Calciano, Alessandra Chiffi, Silvia Ingusci
Classe III A Liceo Classico “G. Galilei”