Spettacolo-Cultura

Dalla lettera di Jakob Ehrlich ai neritini. Con il recupero di un articolo di Michele De Mieri del 2003

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jacobAl Sindaco Sr Marcello Risi, al Vice Sindaco Sr Carlo Falangone, a Vittorio Perrone, Giuseppina Cacudi, Dr. Antonio Vaglio, Paolo Pisacane.

Cari Concittadini, da questo lontano paese vi ricordo e vi saluto, ringraziando la vostra dedica di ricordare in questa Giornata della Memoria a un popolo che ha sofferto tanto.
Devo la mia salvazione a Italia un paese nobile cosi profondo nel mio cuore. Ricordando piu' di mezzo secolo gli anni passati a Nardo' e S.ta Maria al Bagno, a caro amico Vittorio Perrone, il mare le vigne tuto indimenticabile.
Una forza irrestibile mi ha fatto ritornare 12 anni fa.
Vittorio Perrone e Antonio Vaglio hanno riconosciuto il mio amore per Nardo' e Italia e ritornai nel 2007 e ricevere la sorpresa de la mia vita: la Cittadinanza Onoraria. Ringrazio a gli studenti presenti per la loro manifestazione di unità, per rifiutare il razzismo e estendere la mano al prossimo in necessità.
Rimane con voi il dovere di fare questo mondo un posto migliore da vivere. Vi auguro un brillante futuro e una vita piena di felicità.
Guardate in torno a voi e mi vedrete, perché nel spiritu mi trovo sempre nella mia cara Nardo' e specialmente in questa occasione.
Sinceramente, Jakob


Salviamo i murales di Zivi
Michele De Mieri
Diario: Anno II – numero 1 – 24 Gennaio 2003

Una piccola pericolante casa custodisce una grande storia. Misura pochi metri quadri, ha un unico piano ed è stretta dalle sagome dei vicini palazzi nuovi del centro del paese. Porte e finestre sono murate. Negli ultimi giorni del 1944 la guerra non era finita, per fortuna a Santa Maria al Bagno, Nardò (Lecce),nel Salento, non c’era mai stata, almeno non con violenza e orrori accaduti in tante altre zone d’Italia.

Nelle frazioni della marina di Nardò, Santa Caterina e Santa Maria al Bagno, il campo d’accoglienza allestito dagli anglo-americani preparava il cambio dei suoi occupanti, partivano alcune migliaia di profughi jugoslavi (in maggioranza titini liberati dai campi nazifascisti) che avevano sostato mesi nella zona non senza screzi con i locali, e cominciavano a giungere i primi profughi ebrei. In poco meno di tre anni ne sarebbero transitati oltre centomila. Alcuni vi passeranno pochi giorni molti altri, la maggioranza, mesi. Il piccolo centro di Santa Maria al Bagno (che gli ebrei chiameranno Santa Maria della Croce, per via di un crocefisso posto sulla piccola collina dietro il centro abitato) contava non più di quattrocento abitanti in maggioranza pescatori, ma era già una località turistica famosa (vi avevano soggiornato anche Tito Schipa e Arturo Toscanini) con molte seconde case e una fitta schiera di ville dai diversi stili. A guerra finita gli alleati requisirono altre case e ville perché dall’Europa nord orientale il flusso dei sopravvissuti all’Olocausto si faceva più intenso e, organizzati dal Congresso Mondiale Ebraico, moltissimi volevano raggiungere la Palestina.

Tra le tante tragiche storie che ognuno di quei profughi provenienti da Austria, Cecoslovacchia, Ungheria, Jugoslavia ma soprattutto dalla Polonia, c’era anche quella avventurosa e fortunata di Zivi Miller, ebreo polacco sfuggito al campo di sterminio lanciandosi dal treno in corsa. Anche Miller, come i vari Goldstein, Schotten, Horowitz, Weisz, Shilansky, Ehrlich, Lipmann presenti al campo d’accoglienza di Santa Maria, voleva raggiungere la Palestina, e aspettava il momento propizio. Come raccontano molte delle persone più anziane di Santa Maria (ma stranamente molto di più in questi anni, dopo lunghi periodi di silenzio, effetto dei film di Spielberg e di Benigni, della storia di Perlasca) gli ebrei ben presto si sistemarono per bene, creando una stabile comunità con tanto di sinagoga (ora c’è il bar Piccadilly), di kibbutz (Elia si chiamava ed era ubicato nell’attuale masseria Mondo Nuovo) di mensa e di centro di preghiera per bambini (oggi supermarket). Il rapporto dei locali con i nuovi arrivati fu molto intenso e felice rispetto all’esperienza con gli jugoslavi. I contatti furono quotidiani e all’insegna della fiducia, i salentini poi ancora risentivano della povertà causata dalla guerra e cosi in cambio di qualche prodotto della terra potevano avere dai profughi ebrei latte in polvere e scatolame vario che il commando alleato forniva loro in abbondanza. Come non sempre accade in circostanze simili, bisogni reciproci e voglia di ricominciare ebbero la meglio su differenze e diffidenze di ogni tipo (religiose, linguistiche, di costumi) cosìper tre anni alla babele di lingue parlate dagli ebrei (non mancavano oltre agli askenazisti anche quelli di ceppo sefardita) si aggiunse il dialetto neretino.

Come ulteriore testimonianza di questa lunga e accettata ospitalità nelle carte dell’archivio del comune di Nardò ci sono documentati circa trecentocinquanta matrimoni, per chi inaspettatamente si vedeva scampato all’orrore nazista la voglia di ricominciare appieno doveva essere fortissima, così tanti non vollero aspettare di giungere in Palestina o in America (ma anche in Canada e Australia). Erano in prevalenza matrimoni tra ebrei che si celebravano prima in Comune e poi in sinagoga; proprio ad uno di questi celebrato il 26 febbraio 1946 fra Benek Goldstein e Nela Fuks risulta come testimone Golda Meyer, futuro primo ministro dello Stato d’Israele. In realtà la presenza di Golda Meyer fu ben più importante e piuttosto costante, svolse per la comunità un importante ruolo di guida politica e a Villa Personé (oggi De Benedittis, dove aveva risieduto fino alla smilitarizzazione del campo anche il comandante degli alleati, un ufficiale inglese probabilmente anche agente del servizio segreto che, sembra una barzelletta, si chiamava James Bond) incontrava i capi della comunità, le autorità alleate e italiane, di fatto la villa divenne il Municipio Ebraico e lei una sorta di sindaco, mentre era alla vicina villa vescovile che si fermava quando era a Santa Maria David Ben Gurion, che come presidente del Congresso Ebraico organizzava anche le partenze dai porti pugliesi delle navi dirette in Palestina. Mentre certe e documentate sono le presenze di questi due futuri capi dello Stato d’Israele, meno probabile è il passaggio negli stessi luoghi di Moshe Dayan (anche se una sorta di leggenda locale tende a raccontarne le gesta di eccellente tiratore di carabina, con tanto di benda che cronologicamente avrebbe invece messo solo anni dopo, ferito durante un’azione di guerra). Altro futuro personaggio della scena politica israeliana che sostò a Santa Maria fu Dov Shilansky, in seguito anche presidente della Knesset dal 1988 al 1992.

Questi i protagonisti della grande storia del futuro Stato ebraico passati dalla marina neretina, ma Zivi Miller che faceva, in mezzo a migliaia di sopravvissuti come lui, in attesa di raggiungere la Palestina? Qui il racconto vuole, e così infatti accade, che il giovane ebreo polacco s’innamori e sposi Giulia My, ragazza di Santa Maria che per amore abbracciò la religione ebraica (unico caso in paese di matrimonio misto). All’amore non dovettero essere del tutto estranei né il racconto dell’eroica fuga né l’abilità artistoide che il giovane, aiutato da alcuni coetanei, dimostrò di avere quando illustrò la storia del suo popolo nelle pitture che fece in una piccola casa del centro di Santa Maria. La casa ora murata e pericolante.

Nei murales affrescati da Miller nel 1946 è narrato il sogno del popolo ebraico ospitato a Santa Maria (ma il concetto è ovviamente più universalistico) di raggiungere la Palestina: un ponte umano dal Salento giunge fin dentro la stella di David; ma come tutti i progetti anche questo prevede un (ulteriore) nemico che Miller raffigura nei soldati inglesi a guardia delle frontiere dei territori agognati (e di un altare ebraico), soldati che sbarrano la strada a una giovane madre con bambini al seguito. Un’iconografia semplice ed efficace che risente del clima del sionismo socialisteggiante dell’epoca. Alcuni mesi dopo Zivi e Giulia, e man mano tutti gli altri ospiti del campo d’accoglienza, eludendo la sorveglianza inglese partirono alla volta di Israele e per molti anni si diedero ad edificare in quella nuova terra la loro vita, lasciando alla memoria la custodia dei mesi trascorsi sulla costa salentina: fu qui che molti videro il mare per la prima volta, altri impararono a nuotare, qualcuno a pescare. Passano molti anni e le tracce di quel passaggio vanno scomparendo, almeno fino alla metà degli anni Ottanta, quando la passione di Paolo Pisacane, rianima un ritorno d’interesse sul passato della zona, ma è soprattutto la scoperta dei murales di Miller a incuriosire non solo gli abitanti della zona. A questa piccola rinascita non fa però seguito un reale intervento delle istituzioni locali, in particolare del Comune di Nardò che da anni avrebbe dovuto stanziare dei fondi per un museo della memoria e per tentare di salvare i murales, già sfuggiti a un incendio e minacciati da umidità e instabilità della costruzione.

Quanto costa la memoria di Santa Maria al Bagno? Quando chi ricorda quello straordinario momento di ospitalità non ci sarà più, ci saranno almeno i murales di Zivi Miller? Da pochi mesi c’è una giunta a presenza ulivista che potrebbe salvare quella casa. «Da alcuni anni mi capita d’incontrare», dice Pisacane, «giovani stranieri che girano per il paese: sono i figli, in alcuni casi i nipoti, di alcuni dei tanti ebrei che come testimoniano alcune lettere e dichiarazioni si considerano, da allora, un po’ figli di questo piccolo paese dove ricominciarono ad avere fiducia nel prossimo. Intorno a loro, attraverso le loro testimonianze abbiamo cominciato a ritrovare molte persone che da qui sono passate. Ludek Goldstein prima e Jakob Ehrlich poi sono venuti a trovarci, altri mandano foto e pagine di ricordi, tanti ricordano i murales».

L’anno scorso è stato a Santa Maria Yzahaak Miller, il figlio di Zivi (morto ad Haifa) ma non ha potuto vedere i murales realizzati da suo padre, così com’era già accaduto a sua madre Giulia My. Ora la vedova dovrebbe far visita: speriamo che possa entrare in quella piccola casa e dopo di lei, negli anni futuri, anche tante altre persone.