NARDO' - “La parte più bella di questa avventura con PortadiMare è che mi sta dando la possibilità di fare quello che forse ho intimamente sempre sognato: andare alla ricerca di storie vere, vissute, per farle un po’ mie e raccontarvele. Quella che segue è una di queste. Nel proporvela, non nascondo che questa volta sono davvero emozionato. Mi auguro di non deludervi. Concedetevi dieci minuti e… buona lettura!”.
Giuseppe Spenga
IL BUONO, IL GIUSTO, IL CATTIVO
Scopriamo dal racconto del protagonista un incredibile fatto di cronaca che coinvolse e sconvolse un nostro concittadino.
Tra i titoli di coda di molti film o racconti capita di leggere la dicitura “ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale”. Non sarà questo il caso.
La Storia che vi stiamo per raccontare ha dell’incredibile, ma ci tengo a precisare che i fatti raccontati sono reali, tutti veri e verificabili dalle cronache giornalistiche e giudiziarie dei tempi in cui si sono svolti, oltre che per essere stati ripresi da scritti a firma di illustri personaggi che hanno fatto la storia del nostro Paese e che sono stati rappresentati in vario modo, anche cinematograficamente, da attori di livello internazionale.
Il fatto di cronaca che racconterò fu così sconvolgente che superò i confini nazionali, meritandosi un articolo anche sul tabloid inglese “Daily Mirror” del 7-luglio-1975. Ma andiamo con ordine.
CAPITOLO 1: PIERPAOLO PASOLINI, “SOGGETTO PER UN FILM SU UNA GUARDIA DI PS”
E’ il 7 agosto del 1975 quando sulla storica rivista settimanale “Il Mondo”, diretta da Mario Pannunzio, Pierpaolo Pasolini, che di lì a qualche mese finirà a sua volta vittima di un brutale omicidio, maturato in circostanze mai pienamente chiarite, commenta un fatto di cronaca accaduto poche settimane prima.
Si tratta di un avvenimento che definire originale nei suoi tragici sviluppi sarebbe riduttivo: è la storia del suicidio di un poliziotto, di nome Vincenzo Rizzi, avvenuto perchè il detenuto che gli era stato affidato in custodia e che lui avrebbe dovuto scrupolosamente piantonare in ospedale, dove era ricoverato, era fuggito approfittando della fiducia che lo stesso Rizzi gli aveva concesso. In seguito a questa evasione accadono due fatti importanti: il poliziotto, come detto, si toglie la vita, stroncato dal senso di colpa per non aver saputo adempiere al proprio dovere; un suo collega, destinato allo stesso servizio, dopo aver svolto delle indagini personali nelle ore di libera uscita, in seguito ad un lungo appostamento riesce a catturare l’evaso, lavando l’onta subita dal collega e riconsegnando il fuggitivo al carcere romano di Regina Coeli.
Non mi dilungherò molto, ma solo per economia di spazio, sulle considerazioni politiche e sociologiche che Pasolini ha espresso su questo fatto di cronaca. Lo stesso articolo era stato preceduto da un altro, apparso questa volta sul Corriere della Sera e datato 18 luglio, ed era qui stato trattato compiutamente con la solita originalità e radicalità di giudizio che hanno caratterizzato tutta la vita artistica del poeta, regista e giornalista italiano.
Il lettore più curioso che voglia approfondire la questione potrà farlo leggendo il libro “Lettere Luterane – il progresso come falso progresso”, edito da Einaudi, una raccolta di articoli scritti da Pasolini nell’ultimo anno della sua vita proprio per il Corriere della Sera e Il Mondo, tra i quali spicca quello a pagina 99, intitolato “Soggetto per un film su una guardia di PS”. Ed in effetti l’intenzione di Pasolini era quella di trasferire il fatto di cronaca su pellicola cinematografica, ma la morte violenta di lì a breve ne avrebbe impedito la realizzazione. E’ la storia della quale stiamo parlando e della quale vi abbiamo finora tenuto nascosta l’origine ed il nome del collega del poliziotto suicida, quello che materialmente catturò il latitante.
A distanza di quarant’anni da quei turbolenti giorni, noi l’abbiamo incontrato e intervistato. E’ di Nardò e il suo nome è Cosimo Damiano Marra.
CAPITOLO 2: TRAGICA CRONACA DI UN’ESTATE ROMANA
Neretino, 63 anni, sposato e padre di tre figli ormai adulti, l’ex agente di PS in pensione Cosimo Damiano Marra, Mimì per gli amici, ci accoglie nella sua casa in località Cenate e comincia a parlarci della sua vita in divisa: Cosimo è minuzioso, non lesina particolari, anche a rischio di apparire troppo loquace. Uno dei suoi figlio ce lo conferma, affettuosamente: “Papà quando comincia a parlare non si ferma più”, ci dice. Ma Mimì ha l’atteggiamento tipico del poliziotto scrupoloso e appassionato del proprio lavoro: snocciola date, circostanze precise, di ogni superiore cita il grado, ha il classico atteggiamento di chi è abituato a dar conto del proprio operato, di chi compila il famoso “verbale” del quale sentiamo parlare nei film polizieschi americani.
“Nel periodo in cui accadde il fatto di cronaca, poco più che ventenne, ero stato distaccato al commissariato di Vescovio –esordisce- nel quartiere romano di Trieste. Il Dr. Scali, il Vice Questore che dirigeva il commissariato, assegnò me, il mio collega Vincenzo Rizzi ed altri sei agenti ai turni di piantonamento del pregiudicato Pietro Merletti, un delinquente molto scaltro, che scontava una condanna a tre anni per truffa e circonvenzione d’incapace, ricoverato nel reparto di urologia dell’ospedale San Camillo di Roma. La tragica notte tra il 12 e il 13 giugno, poco prima che smontassi dal mio turno di guardia, il collega Rizzi ed il pregiudicato Merletti uscirono dalla stanza di degenza di quest’ultimo, dirigendosi al piano superiore dell’ospedale, dove c’era un telefono a disposizione dei ricoverati. Tutto apparentemente normale, nulla mi insospettì nel fare dei due, non avrei mai immaginato quanto sarebbe accaduto di lì a breve: Merletti era infatti riuscito a convincere il mio collega a lasciare l’ospedale, a farsi accompagnare dalla sua amorosa, Lidia Calicchia, prima per una cena nella pizzeria gestita da lei, poi per un romantico incontro fugace, al termine del quale entrambi sarebbe dovuti ritornare indietro!” “Un favore tra uomini”, insomma, questa la richiesta rivolta dal furbo e smaliziato cinquantenne fuorilegge Merletti all’ingenuo e poco più che ventenne agente Rizzi. “La realtà dei fatti mi giunse invece all’orecchio con una telefonata nella notte- continua Marra- quando dal commissariato mi telefonarono d’urgenza per comunicarmi il tragico epilogo della vicenda: Pietro Merletti al termine della cena era riuscito ad eludere i controlli del mio collega il quale, vinto dalla vergogna, si era suicidato subito dopo il raggiro rivolgendo alla propria tempia la pistola d’ordinanza!”“Suicidio d’onore”, lo definirà efficacemente un articolo apparso sulla rivista “Grand Hotel” dell’epoca.
“Da lì in poi la mia vita non sarebbe stata più la stessa. Ero giovanissimo, avevo una vita professionale davanti, volevo svolgere il concorso che mi avrebbe consentito di salire di grado e quella macchia terribile, unitamente ad una coscienza che gridava vendetta per la morte del ragazzo con il quale avevo fin lì condiviso la stanza del commissariato destinata agli agenti scapoli, rischiava seriamente di compromettere la mia professione e di minare irrimediabilmente il prosieguo della mia intera vita”.
“Inizialmente fui ufficialmente assegnato ad una pattuglia che aveva il compito di ritrovare l’evaso, compito che avrei dovuto assolvere entro tre mesi, pena un duro provvedimento disciplinare. Ma il mio sforzo in tal senso non si risolse solo nell’eseguire degli ordini impartiti durante l’orario di lavoro. Cominciai così un minuzioso lavoro d’indagine personale, che mi portò dapprima a procurarmi le foto segnaletiche del Merletti, quindi a studiare approfonditamente il suo fascicolo, alla ricerca di notizie utili per la sua cattura. Ero venuto a conoscenza dell’esistenza di un’amante, una donna quasi trentenne, Lidia Calicchia appunto, proprietaria di una pizzeria nel quartiere romano di Centocelle. Non sapevo però dove abitasse, così, dopo l’orario di lavoro, mi misi a pedinarla per scoprire dove fosse casa sua. Dopo non poche peripezie riuscii a scoprirlo e sedici giorni dopo il suicidio di Vincenzo, in seguito a diversi appostamenti, una sera decisi di passare all’azione: la donna abitava al terzo piano di una palazzina. Mi appostai armato di coraggio, pazienza e della mia pistola al piano immediatamente superiore, in attesa che il latitante si presentasse alla porta della sua amante. Il 29 giugno, il giorno di San Pietro, era l’onomastico del ricercato e ricordo che quella notte fu particolarmente buia. Rannicchiato al quarto piano della palazzina non vedevo nulla, ma sentivo la porta del palazzo cigolare ad ogni apertura. Contavo i piani che gli inquilini degli appartamenti percorrevano. Una rampa di scale…e niente; due…e nulla; tre…ecco il mio uomo! La particolarità quella volta fu rappresentata dal fatto che Pietro Merlettidi piani ne percorse quattro, giacchè si nascondeva sulla soffitta, e quindi improvvisamente me lo ritrovai davanti: vinsi il panico, gli intimai l’altolà! e, dopo pochi istanti, l’evaso si ritrovò suo malgrado le manette ai polsi. L’avevo catturato. Avevo lavato l’onta subita dal mio collega, avevo “vendicato” la morte del mio amico.
Una curiosità, che in un certo senso “mi costò cara” e che a distanza di 40 anni vi confido in esclusiva: per comunicare l’avvenuta cattura e richiedere l’intervento immediato dei colleghi non composi il 113, il numero della Questura: non mi fidai del mio dirigente. Chiamai invece i Carabinieri, guidati all’epoca dal Capitano Tomaselli, del quale invece avevo cieca fiducia e la cui professionalità da lì a qualche settimana (30 settembre 1975, ndr) si dimostrò determinate per risolvere un altro caso di cronaca nera molto controverso accaduto in zona, la famigerata strage del Circeo. Fu un periodo molto traumatico della mia vita, personale e professionale e quell’avvenimento, col tradimento della fiducia del mio collega da parte di quel delinquente, mi fece maturare un sentimento di diffidenza verso tutti. Sviato da una paura poi dimostratasi ingiustificata, sentii di non potermi non potermi fidare. Fu il capitano Tomaselli che, smentendo i miei timori, consegnò il detenuto alla Polizia, avendo per cura di ammonire il funzionario di PS a non prendersi i meriti della cattura, che era e sarebbe dovuta rimanere come mio unico ed esclusivo atto di solitario valore! Il fatto fu giudicato in maniera naturalmente negativa dal mio superiore, che invece avrebbe evidentemente gradito “condividere” il merito con la squadra mobile e mi costò l’encomio, mai ricevuto, sostituito con un modesto premio in denaro.
Spesso mi chiedono quali siano state le motivazioni che mi hanno spinto a compiere questo gesto, da molti ritenuto non a torto fuori dall’ordinario” (lo abbiamo fatto anche noi, dopo essere rimasti sbalorditi, a bocca aperta durante lo svolgimento del racconto, ndr). Colgo un cedimento nella freddezza espositiva del poliziotto Cosimo Marra: da qui in avanti è l’uomo che parla, non più il pubblico ufficiale. La moglie ci porta un plico che trabocca di riviste consumate dal tempo e ritagli di giornali dell’epoca, da Novella 2000 a Gente, da Repubblica alla Domenica del Corriere, Il Tempo, Grand Hotel, addirittura un ritaglio del quotidiano inglese Daily Mirror! Li custodisce come reliquie e, ci confida, è stato il padre, artigiano neretino titolare di una piccola fabbrica di bevande gassate, a collezionare scrupolosamente tutti i pezzi di stampa dedicati alla vicenda giudiziaria dell’eroico figlio Mimì. Orgoglio paterno. La mamma, invece, apprese tutto dalla stampa ed a fatti ormai consumati telefonò in Questura per criticare l’intrepida incoscienza del figlio! Cuore di mamma, storie ed emozioni d’altri tempi.
Cosimo apre davanti a me il numero 28 di Novella 2000 datato 12 luglio1975, sfoglia la rivista alla ricerca di un trafiletto che altro non è se non l’editoriale del direttore Giulio Orecchia e legge nelle sue parole la risposta alla nostra domanda, che in tanti gli hanno già rivolto : “Di altrettanto interesse è pure la cronaca che compare alle pagine 10-11. Un fatto, quello dell’agente di pubblica sicurezza che si butta anima e corpo in un’indagine difficile con lo scopo di acchiappare il sia pure involontario colpevole della morte di un amico e collega, ci regala un po’ di ottimismo. Se non altro dimostra che il vocabolo AMICIZIA ha ancora un significato”
Ringraziamo Mimì e la sua famiglia per la cortese ospitalità e le informazioni che ci ha fornito. Non avremmo mai immaginato, visti gli sviluppi di questa storia straordinaria, di avere tra i nostri concittadini un esempio così fulgido di attaccamento al dovere ed a valori che anche oggi, a distanza di 40 anni da quei giorni, suonano ancora nuovi. Pierpaolo Pasolini, che non realizzerà mai il film che forse aveva già immaginato quando scrisse l’articolo per Il Corriere della Sera (correva l’anno 1975), definì questo episodio “un episodio di obbedienza”…”a una serie di norme, e quindi di valori che definiscono una cultura ora scomparsa”. Figuriamoci parlarne al giorno d’oggi, nel 2018.
CAPITOLO 3: IL FILM, ALLA FINE, LO HANNO FATTO ALTRI
Siamo nel 1994, sono trascorsi quasi vent’anni dalla tragica estate romana che fa da sfondo alla vicenda di cronaca nera fin qui raccontata, ma evidentemente l’emozione non si è esaurita del tutto e quel “soggetto per un film su una guardia di PS” pensato e sognato da Pierpaolo Pasolini anima le fantasie di un altro regista italiano, Giulio Base. Per realizzare il suo film poliziesco, il giovane regista torinese vuole ispirarsi alla storia dei due poliziotti, il suicida Vincenzo Rizzi ed il vendicatore Cosimo Marra, che cattura dopo un lungo appostamento il detenuto evaso Pietro Merletti. Il cast reclutato per mettere in scena il film è composto da attori di caratura internazionale: il poliziotto neretino Marra diventa Claudio Amendola (Lorenzo, detto “Lazzaro”, il suo nome nel film); il collega tradito da eccesso di fiducia e romanticismo, Rizzi, è interpretato da un giovanissimo Kim Rossi Stuart (Andrea); per interpretare la parte dell’evaso senza scrupoli viene scelto Michele Placido (Sante Carella il personaggio della pellicola). Il film, presentato da Mario e Vittorio Cecchi Gori e prodotto da Claudio Bonivento, Vittorio Cecchi Gori e Rita Rusic, è ambientato questa volta nella Questura di Torino. La trama si concede diverse digressioni romanzate rispetto ai fatti di cronaca realmente accaduti, ma l’impianto di fondo della trama originaria rimane pressoché immutato.
La pellicola, lo diciamo a margine, non incontrerà mai i favori della critica cinematografica. Secondo i maggiori critici italiani che lo hanno giudicato, il film non riesce a reggere il confronto con i supereroi dei polizieschi americani del tempo, dei quali tenta di imitare le gesta, in maniera evidentemente poco o per nulla efficace. Nonostante il cast di spessore internazionale, il film non decollerà mai. Oggi resta una copertina d’epoca ed un VHS impolverato in qualche cineteca privata. Noi il film l’abbiamo visto, condividendo in parte le critiche mosse dagli esperti del settore.
Mimì Marra, alla fine del nostro incontro, nonostante la lettera personale ricevuta dal regista Base ed il rapporto epistolare che c’è stato tra i due, la pensa a proposito come noi e come la critica del tempo.
Congedandoci, ci confida: “Con Pasolini, probabilmente, sarebbe stata tutta un’altra storia!”.
GIUSEPPE SPENGA
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Poliziotti, il film di Giulio Base
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Daily Mirror - 7/7/1975
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Eva Express del giugno 1975
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Gente 1975
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Grand Hotel 1975
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Il Mondo 1975
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Lettere Luterane
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La Domenica del Corriere 1975
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Lettera a Cosimo Marra di Giulio Base
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Novella 2000
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Pierpaolo Pasolini
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Prima pagian de Il tempo - 13/07/1975
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Oggi - Giugno 1975
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Retro film Poliziotti
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