NARDO’ - Per capire i numeri della Caritas e di questa crisi sociale, è necessario dargli una faccia. Bisogna vedere queste persone non solo in grafici e percentuali, ma anche in storie e volti. La pratica quotidiana dei bollettini epidemiologici delle 18.00 potrebbe averci abituato male. Con don Giuseppe Venneri, direttore della Caritas diocesana di Nardò-Gallipoli, diamo invece uno sguardo dentro i dati.
Don Giuseppe, cosa ci dicono gli ultimi dati a livello locale?
Sono numeri che non lasciano spazio a fraintendimenti, perché ogni intervento effettuato viene registrato sulla nostra piattaforma online per monitorare costantemente tutte le richieste soddisfatto da ogni singola parrocchia.
Il dato che emerge è che la crisi economica esiste, è reale. Le famiglie che si sono rivolte alla Caritas, o per i pacchi o per il pasto, sono famiglie che provengono da situazioni che fino a febbraio erano accettabili. Famiglie, anche se monoreddito in alcuni casi, che non avevano mai conosciuto il timore della fame. Il dramma umano è questo: non si parla di famiglie che hanno avuto difficoltà solo a pagare bollette o mutui, ma famiglie che si sono rivolte a noi per fame.
A Nardò prepariamo 180 pasti al giorno. E non lo spiego perché qualcuno ci dica che siamo bravi, ma per sottolineare che l’emergenza è profonda. Però non ho sentito nessun sindaco parlare della cassaintegrazione non arrivata, o dei ritardi con l’erogazione dei 600 euro promessi dal governo. O ancora, pochi sindaci hanno ammesso di non essere stati in grado di amministrare le risorse messe in campo dalla Regione Puglia per comprare le derrate alimentari. Questi sono problemi di gestione della crisi a livello istituzionale. Alcuni comuni sono stati virtuosissimi, altri meno. Su Nardò, le parrocchie non hanno mai smesso di fare la loro parte. Magari avremmo gradito un coinvolgimento da parte del Comune più strutturato, anche perché la Caritas porta con sé un’esperienza di 50 anni di storia in questo senso.
Ma si può avere contezza del totale delle richieste, anche oltre quelle ricevute dalla Caritas?
Non so quale sia la proporzione in termini assoluti, ma perché è mancato un coordinamento della rete di solidarietà, delle istituzioni e associazioni che hanno fornito aiuto. Posso dire con certezza però che ci sono state delle sovrapposizioni, sul territorio in generale, dove alcune persone sono state assistite più e più volte.
Mi sento di dover fare una critica rispetto alla gestione di questa emergenza, in tutti i comuni della diocesi. È accaduto che l’assistenza con il pacco alimentare coincidesse con selfie, la sponsorizzazione smodata, la pubblicità. Beh, qui c’è la differenza tra carità e assistenzialismo. Nel momento in cui scatta un’emergenza tutte le iniziative sono giuste e doverose. Ma che questo stile diventi poi un modo di agire consolidato, ecco, questo non va bene.
Chi sono i nuovi poveri a Nardò?
Alle persone che già abitualmente assistevamo se ne sono aggiunte altre. E non erano semplicemente sottotraccia: non erano proprio poveri. Persone che fino a 40 giorni fa avevano una bottega, un lavoro. Questi nuovi poveri sono operai in cassaintegrazione, artigiani e negozianti che hanno dovuto chiudere, lavoratori in nero o alla giornata. Anche persone insospettabili.
Al Centro d’ascolto, chi ha bisogno di aiuto incontra un operatore che appunto ascolta, chiede, si informa, dà anche un volto e un nome al bisogno reale. È importante perché c’è un aumento dei bisogni anche dal punto di vista psicologico. Sarà cambiata la forma dell’aiuto che diamo, ma non la sostanza. Il supporto psicologico, i progetti in questo senso, l’accompagnamento e l’orientamento, sono tutte prassi che noi gestiamo abitualmente. Tutto ciò contribuisce a dare un volto al bisogno. La crisi non è “la crisi”: sono “persone che si trovano in crisi”.
È possibile che i numeri siano aumentati anche per il superamento, diciamo così, di un certo stigma nel chiedere aiuto?
Penso di sì. Lo stigma, la vergogna, sono state superate dalla necessità. Anche se penso che, di fatto, molte situazioni di povertà siano ancora sconosciute. Nel Sud Italia c’è ancora forte il legame familiare, quindi c’è una solidarietà che tende a farsi carico dei bisogni del fratello, della sorella. Però una situazione del genere può insegnare a tutti qualcosa di importante: dare più valore al concetto di essenziale. È chiaro che uno ha timore a chiedere aiuto, ma perché prima si vedevano le difficoltà e la povertà lontanissime da sé. Il virus invece ci sta insegnando che siamo tutti fragili, per qualche motivo.
A volte succede anche perché siamo abituati ad apparire più forti di quello che siamo. Evidentemente c’è una cesura, ci dovrà essere, tra quello che eravamo prima e quello che saremo dopo. Altrimenti non avremo imparato nulla. Ma se così sarà, vorrà dire che avremo fallito questa occasione alla grande. Gli sforzi saranno valsi a tamponare la situazione d’emergenza, ma non a ripensare ciò che eravamo prima.
Dobbiamo comprendere il valore dell’uomo rispetto a tutte le altre strutture che ci siamo dati – le leggi, il profitto, il sistema di produzione. Per esempio, tutti abbiamo dovuto rinunciare all’eucarestia, alla messa, ma la Chiesa lo ha fatto perché viene prima l’uomo. Il lavoro, ad esempio, è diventato un feticcio a volte. Si sono sacrificati diritti, dignità, ma il lavoro è un mezzo – non un fine. All’inizio e alla fine, c’è sempre la dignità dell’uomo.
