Cronaca

LA PIAZZA DI ENRICO - Un libretto che ha "spopolato". E non solo a sinistra

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NARDO' - Un successo non preventivabile. Il libricino scritto, stampato ed, infine, regalato ai neritini (e non solo) dall'ex sindaco Marcello Risi è andato a ruba. Tanto che ora diffondiamo anche il file PDF del contributo, così che anche chi vive lontano possa rivivere quei momenti di tanti anni fa, brillantemente ricordati dall'autore.Comizio Berlinguer 4 web

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pdf241025_La_piazza_di_Enrico_versione_riveduta.pdf1.79 MB

Un atto d’amore, un moto di malinconia, oppure un rimpianto per quello che sarebbe potuto essere e non è stato?
La piazza “rossa di sera” di Nardò diventa, partendo dai ricordi di un ragazzo della Federazione giovanile comunista dell’epoca, un piccolo e prezioso libretto autoprodotto e distribuito gratuitamente in diverse centinaia copie nelle edicole neritine.

L’autore è Marcello Risi, oggi avvocato e nel recente passato esponente di spicco della sinistra leccese: assessore alla cultura, vicesindaco ed infine sindaco di Nardò nel quinquennio 2011-2016. Sempre dalla stessa parte.

Il protagonista del racconto “La piazza di Enrico”, evocato da due personaggi di fantasia (un nonno ed un nipote) è Enrico Berlinguer, leader del Partito Comunista Italiano, scomparso solo due anni dopo lo straordinario comizio neritino, uno dei tanti di quella indimenticabile stagione politica.
Il 4 giugno 1982 largo Osanna si riempì di oltre settemila persone. Un mese dopo l’Italia avrebbe festeggiato la vittoria ai Mondiali di calcio, con milioni di persone in strada.

Senza Facebook e senza Internet, senza le piazze virtuali, esistevano solo gli spazi “reali”: i luoghi fisici di ritrovo, i circoli, le sedi di partito e le piazze.

- A distanza di oltre quarant’anni c’è nostalgia per quei tempi, per quel modo di comunicare e fare politica che è esistito per secoli ed è stato spazzato via dai post e dai social?

“La nostalgia va sempre assaporata con parsimonia, perché il futuro incombe davanti a noi in ogni istante. Certamente avvertivamo la bellezza di una politica che ci portava a condividere non solo ideali e battaglie, ma anche spazi di quotidiano, pezzi di vita. Il confronto continuo fra militanti ed elettori di generazioni diverse alimentava passioni e nutriva la politica di “vissuto autentico”.

Figure come Enrico Berlinguer o il democristiano Aldo Moro o il socialista Sandro Pertini erano allo stesso tempo i simboli e la forza trainante dell’anima di un paese che cresceva sulle fondamenta dei grandi partiti di massa. Abbassare la saracinesca di quei partiti è stata una follia. Ha privato le nuove generazioni di grandi scuole di vita e di elaborazione. È come se da un giorno all’altro decidessimo di chiudere i licei, o la Normale di Pisa, o la Bocconi, o i Politecnici.”

- A 16 anni si vive anche di ideali. Quali erano i sogni di un ragazzo comunista nel 1982?

“Sono passati oltre quarant’anni. Avevano dentro il fuoco di chi voleva crescere e farsi un futuro, cambiando il mondo e rendendolo più giusto. Era naturale percepire il cammino della propria vita come un sentiero che incrociava quello collettivo. Il partito era uno dei luoghi di snodo. I militanti più anziani erano autentici maestri. Avevano contribuito a costruire l’Italia della democrazia e dei diritti con sacrifici straordinari. Lo capivi dal solco delle loro rughe.”

- Chi era Berlinguer e qual è l’attualità del suo messaggio?

“Berlinguer era il leader del più grande partito della sinistra italiana. Non era un semplice capo, era molto di più. Era un politico di straordinario carisma, dall’aria timida, quasi triste. Il comizio di Nardò è del giugno del 1982. Berlinguer guidava da dieci anni quella che era la più forte anomalia della politica italiana, il partito comunista più grande di tutto l’Occidente. Era felice, così raccontava, per aver conservato fino all’ultimo gli ideali della gioventù. Non accade a molti. Credo abbiano un posto speciale nel Paradiso dei grandi uomini.”

- Se fosse ancora vivo come guarderebbe alla politica di oggi?

“Con lo stesso sguardo, timido, dolce e severo con il quale fino alla morte, assai prematura nel 1984, ha letto e provato a cambiare la traiettoria di una politica che già negli anni ottanta del secolo scorso deragliava sui binari del personalismo esasperato, dell’evanescenza del quotidiano, della frivola vacuità di una comunicazione sempre più priva di contenuti.”

- Quali le parole di Berlinguer che ricorda di quel giorno?

“Fu un comizio di grande coraggio e di grande visione. Berlinguer toccò i temi che gli stavano più a cuore. Ribadì la necessità di difendere il potere di acquisto dei lavoratori, divorato dall’inflazione. In mattinata ne aveva parlato a lungo a Taranto, agli operai dell’Italsider, poi Ilva. Nel 1982 erano 43mila fra diretti e indotto. Oggi non sono più di 14mila in tutto. Insistette molto sul tema della pace, messa terribilmente in pericolo dalla forsennata corsa agli armamenti nucleari che impegnava, l’uno contro l’altro, i due giganti Usa e Urss.

Ricordò Pio la Torre, il dirigente comunista trucidato in Sicilia dalla mafia, con il suo autista Rosario Di Salvo, poche settimane prima. La Torre si era particolarmente battuto contro l’installazione di missili Cruise nella base Nato di Comiso, nel ragusano.

Sottolineò l’importanza di collocare la dignità e il ruolo delle donne al centro della società. Richiamò la politica, ma intendeva i politici, alla sobrietà. È incredibile quanto sia ancora attuale quel comizio.”