Spettacolo-Cultura

COSTRUIAMO LA SPERANZA, PROGETTIAMO IL FUTURO - Parla don Giuseppe Venneri. Con tantissime *FOTO* e tutti i *NOMI* di chi ha dato una mano

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NARDO' - Una bella storia di grande umanità parte dalle Parrocchie di Nardò e Gallipoli e raggiunge l’Uganda: ce la racconta Don Giuseppe Venneri, vicedirettore del Centro Missionario della Diocesi e di Caritas Diocesana.

“Padre Raffaele di Bari è il 22° martire comboniano deceduto un un’imboscata a circa quattro chilometri dalla missione di Pajule, mentre era diretto ad Aciolibur per celebrare la santa Messa. Improvvisamente - erano circa le ore 10.30 locali - si udì una scarica di fucileria e poi l’esplosione di una bomba. Era un colpo di bazooka sparato contro l’auto. La granata colpì la macchina dalla parte del guidatore, trapassò la portiera e il fianco del Padre, quindi s’infilò nel cruscotto e finì la sua corsa nel vano motore. 
P. Raffaele fece appena in tempo a gridare per tre volte: “Ahi! Ahi! Ahi!” e non disse altro.”

Chi volesse approfondire la biografia di questo straordinario martire missionario può farlo consultando il sito www.comboni.it, nella sezione “martiri comboniani”. Ne resterà commosso.

A noi lo ha raccontato per la prima volta Don Giuseppe Venneri, vicepresidente del Centro Missionario Diocesano e di Caritas Diocesana, ufficio pastorale della Diocesi, accogliendoci presso la sede del Centro dove abbiamo a lungo parlato delle iniziative e dei progetti all’estero della nostra Diocesi, in particolare di quelli che riguardano l’Uganda.

“Tutto ha inizio” - esordisce Don Giuseppe – “proprio dalla figura del Padre comboniano: ho svolto il mio tirocinio formativo a Barletta, città natale di Don Raffaele, sacerdote dalla straordinaria vocazione missionaria, ed è lì che ho conosciuto anche Francesca De Luca e Padre Leonsyo, i primi due contatti attraverso i quali la Provvidenza divina ha cominciato a costruire un ponte ideale con l’Uganda. Durante questi mesi abbiamo infatti avviato un embrionale progetto di adozione a distanza di alcuni bambini ugandesi. In seguito, supportati con paternità ed entusiasmo da Don Giuliano Santantonio, parroco della Cattedrale di Nardò, pensammo di donare a questi bimbi un’esperienza in Italia. Il nostro pensiero fu benedetto dal Vescovo che provvide alle spese finanziarie, grazie anche all’ospitalità gratuita dell’Oasi Tabor, che concesse vitto ed alloggio. Fu così che nell’Agosto del 2015 Daniel ed Anna Gloria, la loro mamma adottiva Helen, infermiera e vedova ugandese, Padre Leonsyo, Joseph e altri due ragazzi adolescenti, Monica e Paul, raggiunsero Nardò. Qui trascorsero quasi un mese, ospiti della nostra comunità. Era il mese di agosto e ricordo il grande entusiasmo che animò quell’esperienza: la vista del mare, la meraviglia che caratterizzò i volti di quei bimbi per ogni incontro che facevamo. Per alcuni di loro era la prima esperienza di viaggio nella loro vita fuori dalla terra natale”.

Nardò, città insignita della medaglia d’oro all’accoglienza, come si è comportata nei confronti di questi ospiti?

“La nostra Città ha profuso uno sforzo straordinario di solidarietà in quella e, in seguito, anche in altre occasioni. Le istituzioni civili, nella persona del sindaco e degli assessori, hanno partecipato anche personalmente in quei giorni alle varie iniziative. Fummo accolti ufficialmente a Palazzo di Città ed anche questa fu una novità per i nostri ospiti: in Uganda di fatto la democrazia non esiste, essendo il potere centrale detenuto da un sovrano che governa da oltre trent’anni. Uno degli aneddoti che mi piace raccontare è legato ad un episodio anch’esso provvidenziale: desiderosi di far visitare ai ragazzi una struttura sportiva, ci orientammo un giorno a far visita al Palazzetto dello Sport. Per puro caso quel dì la struttura era aperta per consentire l’allenamento della squadra di Basket, la “Andrea Pasca”, guidata dal presidente Carlo Durante.
I ragazzi si divertirono molto e restarono incantati. Poco prima di andar via, dopo aver raccontato alla dirigenza della squadra la loro storia, il presidente Durante ci chiese in che modo potesse fornire un aiuto concreto a questi ragazzi. La sera prima Padre Leonsyo mi aveva raccontato dell’esistenza nel villaggio di Pajule di un vecchio rudere abbandonato che loro avevano in animo di ristrutturare, senza però avere le disponibilità finanziarie per farlo. Avevamo trovato ed era proprio davanti a noi il benefattore in grado di realizzare quel progetto! Il presidente dell’ “Andrea Pasca” di Nardò si propose di offrire l’intera somma necessaria. Nel dicembre del 2016 partimmo per il nostro primo viaggio in Uganda con l’intento, tra le altre cose, di inaugurare la casa ristrutturata con questi fondi, adibita a centro di ascolto per la popolazione del villaggio ugandese di Pajule, nella provincia di Pader, dove attualmente sono concentrati i nostri sforzi missionari”.

Come è stata questa prima esperienza?

Il viaggio ha sancito una sorta di “salto di qualità” della nostra azione missionaria, passata da iniziativa parrocchiale legata all’impegno di relativamente pochi ma determinati volontari del gruppo della Cattedrale, al coinvolgimento di tutta la Diocesi: il rito di “Invio in missione” tenuto dal Vescovo ci ha investiti di una responsabilità di rappresentanza dell’intera Diocesi. Uno dei rischi che si corrono e che bisogna assolutamente evitare quando si fanno queste esperienze è quello di personalizzarle. Noi siamo semplice ed umile strumento, un catalizzatore di entusiasmo e di coinvolgimento, ma nulla sarebbe possibile senza la fattiva e proficua cooperazione di tutte le parrocchie, delle associazioni, dei privati che contribuiscono con le loro offerte, con le istituzioni. L’attuale amministrazione comunale ha seguito il solco della precedente in questa strada e ne siamo felicissimi. E, come è facile intuire, la forza di tanti è sicuramente maggiore rispetto al pur rispettabile, ma comunque esiguo, impegno di pochi”.

Qual è l’attuale situazione in essere in Uganda, relativamente alla vostra organizzazione missionaria ed ai progetti in itinere?

“Il Vescovo mi ha inserito nell’Ufficio Missionario come vicedirettore (il direttore è Don Giuseppe Calò, n.d.r.). Il Centro cura attualmente relazioni stabili con le autorità locali ugandesi, sia quelle civili (Sindaco, Prefetto della provincia di Pader, Provveditore alla Salute ed agli Studi), sia con quelle religiose (il Vescovo John Baptist Odama ed i sacerdoti con cui collaboriamo). Tutto ciò che facciamo nasce sempre dall’ascolto delle reali esigenze locali di chi vive lì…”

Scusami se ti interrompo, Don Giuseppe, ma mi sembra di veder realizzato in queste parole lo slogan politico nazionale “aiutiamoli a casa loro”, o sbaglio?

“Questa è un’osservazione che ci viene fatta, ma, indipendentemente dalle rispettabili opinioni politiche di chiunque ci rivolga la domanda, vorrei far notare che le missioni non sono una sorta di colonialismo religioso. Non si tratta di far arrivare nei paesi in questione dei soldi che, preda spesso dei potenti locali, si perderebbero per strada molto prima di arrivare a destinazione. No! “Aiutiamoli a casa loro” si risolve spesso in un egoistico “togliamoceli dai piedi” e questo non ha senso. La solidarietà, la carità, se non sono supportate da un progetto che parta dal reale ascolto dei destinatari, si riduce semplicemente in un aiuto dato a pioggia che, qualora riuscisse e a raggiungere l’obiettivo, non risolverebbe i reali problemi strutturali di questi popoli. Ciò che serve è l’ ascolto e poi un progetto”.

Ci puoi parlare di questi progetti, quindi?

Le fondamenta sulle quali poggia la nostra missione in Uganda sono rappresentate dai principi di Padre Raffaele di Bari, lo abbiamo detto all’inizio. Padre Raffaele salvò dalla guerra Padre Leonsyo, il nostro principale punto di riferimento a Pajule. Quest’ultimo, diventato sacerdote, ha dato vita a “Peace Together Uganda” (seguitela qui: https://www.facebook.com/PeaceTogetherUganda/), un’organizzazione che promuove la scolarizzazione dei bambini orfani della guerra civile ugandese, un terribile conflitto interno che ha devastato il tessuto sociale del paese africano, tra la fine degli anni 80 e i primi otto del 2000. In circa vent’anni, oltre 20.000 bambini furono rapiti per essere utilizzati come schiavi sessuali o soldati dei capi ribelli. Tanti furono costretti a uccidere i loro stessi genitori. Potete immaginare il grado di allucinazione anche mentale che molti di loro, finito il conflitto, hanno dovuto sopportare. Da Natale scorso abbiamo avviato come Ufficio Missionario, in collaborazione con la Caritas Diocesana, la costruzione di una scuola a Pajule, proprio per riprendere con forza le radici e l’esempio di Padre Raffaele di Bari. Ma questo è solo uno dei progetti in cantiere.

Già PortadiMare.it ha dedicato un articolo nel 2016 al primo Progetto “Dwon Lotino”, che in lingua Asholi significa “la voce dei bambini ( http://www.portadimare.it/news/cronaca/13952-in-uganda-per-l-uganda-foto-e-progetto-dei-volontari-partiti-da-nardo ): è un progetto di educazione scolastica supportato da amici e famiglie delle parrocchie e dal centro Missionario della Diocesi Nardò-Gallipoli, un programma di educazione scolastica i cui destinatari sono proprio i bimbi vittime della guerra civile in Nord Uganda, con la possibilità tra l’altro di affidamento alle famiglie ugandesi degli orfani, assicurando loro il supporto da parte delle famiglie italiane. Il sostegno a distanza ha un costo annuale di 160 euro per ogni bambino che si intende aiutare. Per questo progetto ci tengo a ringraziare l’Ingegnere gestionale neretino Marco Presicce, che segue e coordina egregiamente i lavori.

Un altro bellissimo progetto lo abbiamo chiamato “Pianta la Speranza”: i capi villaggio, come forma di riconoscenza per gli sforzi di scolarizzazione che stiamo compiendo, ci hanno donato un appezzamento di terreno, che noi abbiamo affidato a famiglie locali per la coltivazione organizzata di arachidi, cotone, mais, legumi e l’allevamento dei maiali. Sono le famiglie locali che decidono cosa coltivare ed una parte del raccolto serve a loro come sostentamento, mentre l’eccedenza viene venduta in mercati locali e gli introiti vengono spesi anche per mantenere efficienti i mezzi di produzione, utilizzati gratuitamente da tutti i contadini. Un esperimento anche sociale, oltre che produttivo, per rinsaldare rapporti e relazioni familiari minate dalla guerra civile da poco conclusasi.

Il terzo progetto è denominato “Costruiamo il Futuro” e lo si deve alla generosità di due benefattori, Valentina e Matteo, due giovani sposi, grazie alle donazioni dei quali è stato possibile acquistare e recintare un terreno sul quale abbiamo avviato la costruzione di una scuola materna ed elementare. I bambini che sono già sostenuti nello studio dalle famiglie della nostra Diocesi avranno così una scuola tutta loro che sarà aperta alle necessità di tutta la popolazione di Pajule. Nel dicembre scorso l’amministrazione comunale di Nardò ha confermato l’interesse e le generosità della precedente, patrocinando l’evento “Mission Is Possible”, una raccolta di fondi promossa dal Centro Missionario, legata all’evento artistico musicale che ha visto promotore tra gli altri del bassista neretino Valerio Bruno, sostenuto anche da tanti amici e attività private, per la costruzione della scuola di Pajule.

Infine, il progetto “Maria Maleng”, che in lingua Asholi vuol dire Santa Maria, che denomina il centro medico aperto a Pajule accanto alla casa accoglienza della quale abbiamo parlato in precedenza, realizzata nel 2015. Si tratta di un centro medico e di un dispensario farmaceutico, curato dalla Dott.ssa Elisabetta Manieri Elia di Nardò. Gli abitanti di Pajule hanno la possibilità di accedere gratuitamente, oppure, per chi può, a pagamento, ai farmaci quali antimalarici, cortisonici, antipiretici, ai test per l’epatite, ecc. Il pagamento avviene anche con il metodo della concessione del credito, che verrà estinto nel tempo, al fine di responsabilizzare la popolazione locale. E’ l’unica struttura del genere in un raggio di 20 km.

Per chiudere, vorrei rivolgere un messaggio ai neretini facendo riferimento ad un altro progetto in cantiere, avviato nel novembre scorso, che abbiamo denominato “Wang-Oh”, il racconto delle origini degli anziani appartenenti al popolo Acholi e rivolto ai bambini, affinchè si possano tramandare a questi ultimi le radici dei loro nonni. Con un messaggio di speranza per il futuro e di esempio per il nostro presente: l’Uganda, paese africano poverissimo, ha accolto circa 60.000 profughi dal Sud Sudan dilaniato anch’esso da una sanguinosa guerra ancora in corso. Nel mio ultimo viaggio ho avuto modo di visitare, guidato da Padre Leonsyo, lo sconfinato campo profughi sudanese in territorio ugandese, gestito dall’ONU e dall’esercito locale. Il campo è una realtà davvero immensa dove però si realizza una vera integrazione con la popolazione del posto, fondata sul lavoro e la conoscenza. E’ innegabile che in Italia esista un problema legato all’immigrazione, ma non è favorendo l’emarginazione attraverso politiche di mera sussistenza e sostegno finanziario fine a se stesso che questi nostri fratelli potranno mai integrarsi. Anche qui servono progetti di inserimento, perché vivere nell’ozio finisce con l’abbrutire queste persone, facendo emergere tutto il peggio del quale l’essere umano è tristemente capace.

“Costruiamo la Speranza, progettiamo il Futuro”, questo lo slogan col quale abbiamo in effetti caratterizzato la nostra missione umanitaria ed è questo il faro che deve illuminare il nostro cammino!

PER DONAZIONI: “UFFICIO DIOCESANO PER LA COOPERAZIONE MISSIONARIA TRA LE CHIESE”
Iban: IT 37 B 03111 79820 000000060257 (Ubi Banca, fil. Nardò) . Si può indicare nella causale il nome del progetto che si vuole finanziare.

PER INFO: potete seguirci su Facebook https://www.facebook.com/missionardogallipoli/ e attraverso il nostro sito internet ufficiale https://centromissionario.diocesinardogallipoli.org/ (qui troverete anche tutta la galleria fotografica, della quale di seguito vi forniamo alcuni scatti più significativi).

(GIUSEPPE SPENGA)

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