NARDO' - Il nome Chiara deriva dal latino “clarus” che significa luminoso, chiaro, illustre, famoso.
L’11 agosto la Chiesa Cattolica ricorda Santa Chiara d’ Assisi.
Il nome Chiara deriva dal latino “clarus” che significa luminoso, chiaro, illustre, famoso.
Chiara nacque ad Assisi (in Umbria) nel 1194. Discendente da una famiglia appartenente ad una classe sociale elevata, sin da giovane fu attratta dall'esempio di Francesco d'Assisi e dalla sua scelta di povertà. A soli diciotto anni scappò dalla casa paterna, ubicata vicino alla cattedrale di Assisi, uscendo da una porta secondaria per seguire la sua vocazione religiosa ed unirsi al movimento francescano guidato da San Francesco d'Assisi. Il padre tentò invano di convincerla a ritornare a casa, ma Chiara decise di rifugiarsi nella chiesa di San Damiano. In quel luogo fondò l’ordine delle “povere recluse”, successivamente chiamate clarisse, di cui fu nominata badessa.
Chiara si distinse per la sua profonda spiritualità, la sua vita di preghiera e penitenza e la sua fedeltà alla regola francescana.
Si spense l'11 agosto del 1253.
Le sue spoglie sono custodite nella Basilica di Santa Chiara ad Assisi.
Il 25 settembre del 1255 è stata dichiarata santa da Papa Alessandro IV.
Santa Chiara è la patrona di Assisi ed è la protettrice degli oculisti, degli ottici, delle lavandaie, delle stiratrici, dei vetrai e delle ricamatrici.
L'iconografia di Santa Chiara è caratterizzata da diversi simboli che riflettono la sua vita e la sua spiritualità. La santa viene raffigurata con l'abito francescano, che rappresenta la sua adesione all'Ordine francescano e la sua scelta di povertà e semplicità, il velo nero che simboleggia la sua consacrazione a Dio e la sua vita di clausura, il giglio che rappresenta la purezza e la castità e l'ostensorio che ricorda l'episodio in cui Santa Chiara, durante l'assedio di Assisi, nel 1240, mostrò l'ostensorio ai soldati, scacciandoli e salvando la città.
A Nardò, in Via G.Zuccaro, vi è una chiesa dedicata a Santa Chiara adiacente al monastero delle Clarisse, il più antico dell'Italia meridionale. Il monastero fu costruito nel 1256, tre anni dopo la morte di Santa Chiara, sui resti di una preesistente fortezza, di cui sono ancora visibili i motivi di merlatura
Il conte di Nardò, Tommaso Gentili, aprì le porte delle mura della città medievale per accogliere le prime monache provenienti da San Damiano, tutte di nobile famiglia. A loro si unirono presto molte giovani donne delle nobili e facoltose famiglie neretine e della Terra d'Otranto, che spinte dall'amore per la povertà e la spiritualità scelsero di abbracciare la forma di vita di San Francesco e di Santa Chiara d'Assisi.
Con il passare del tempo lo spazio del convento diventò insufficiente per ospitare il gran numero di monache e perciò nel XV secolo, sotto il pontificato di Paolo V, fu ampliato ad opera dei vescovi Luigi e Girolamo De Franchis.
Nel passato il monastero era dotato di una chiesetta, collocata all’interno delle sue mura. La chiesa era costruita interamente in muratura con volta a botte sorretta da archi a sesto acuto, aveva un solo altare ed era abbellita con affreschi di santi dell’ordine francescano, di cui non resta più alcuna traccia. Reputandola scomoda, per decisione del vescovo Orazio Fortunato, fu intrapresa la costruzione di una nuova chiesa, quella attuale, intorno al 1693, mentre era abbadessa Margherita Zuccaro.
Lo stesso vescovo celebrò il rito di consacrazione il 31 maggio 1698 quando l’abbadessa era Agnese Acquaviva d’Aragona, come è confermato dalla lapide posta sulla controfacciata.
Le monache clarisse inizialmente seguirono la Regola di Santa Chiara approvata da papa Innocenzo IV nel 1253, che prevedeva la povertà assoluta e la clausura. Tuttavia, non tutti i monasteri di clarisse accettarono questa regola, quindi papa Urbano IV approvò una nuova regola nel 1263, nota come Regola Urbaniana. Questa regola permetteva alle clarisse di possedere beni stabili in comune, infrangendo il privilegio della povertà concesso precedentemente.
Con la nuova regola il monastero si trovò a possedere nel territorio neritino diversi beni da cui traeva grandi introiti ed enormi rendite derivanti dal commercio dei prodotti, dalle decime e dall’affitto dei terreni ecc.
Nel passato, era comune che le famiglie aristocratiche o benestanti donassero ingenti somme di denaro o beni ai monasteri, quando la propria figlia entrava in convento. Queste donazioni, note come "doti", servivano a garantire il sostentamento delle figlie e, in alcuni casi, a finanziare la costruzione o l'ampliamento del complesso monastico.
La prima donazione al monastero di Santa Chiara è registrata in data 12 maggio 1363, dal notaio G. Vernichione de Neritono e fu quella lasciata da Matteo Granafei, che donava ogni diritto proveniente dal Casale Cilini. Tantissime sono state le donazioni di masserie (Masseria Santa Maria delle Campure con cappella e cripta annesse-1376,masserie( masseria Nucci, masseria Boncuri e masseria Santa Chiara-1750, feudi (feudo di Agnano-1400),e casali (casale di Agnano-1400). Il monastero inoltre aveva il diritto di patronato sull’Ospedale di Sant’Antonio della Pietà-1402.
Nel XIX secolo, in particolare nel periodo successivo all'Unità d'Italia, si verificò una significativa soppressione dei monasteri e la confisca dei loro beni da parte dello Stato. Questo provvedimento fu motivato da ragioni politiche, volte a ridurre l'influenza della Chiesa cattolica e da ragioni economiche per acquisire le ricchezze accumulate dagli ordini religiosi ed utilizzarle per le esigenze dello Stato.
Successivamente il monastero di Santa Chiara fu riscattato dal vescovo Giuseppe Ricciardi e fu ripristinato nelle sue funzioni.
Nel corso dei secoli, ha subito diverse trasformazioni e restauri. Un esempio è rappresentato dal terremoto del 1743, che causò danni e rese necessari interventi di ristrutturazione che si estesero fino al terzo decennio del XVIII secolo.
Attualmente il monastero ospita una comunità di monache guidata dalla badessa Suor Chiara Veronica Guidoni.
Nel passato le monache si dedicavano alla produzione di ostie per la celebrazione eucaristica. ”Li spizzatore”, ossia i ritagli delle ostie scartati durante la produzione, venivano donati in buste. I bambini accompagnati dai genitori si precipitavano davanti alla ruota o botola, una specie di bussola girevole, dove ad attenderli c’era una suora pronta a consegnare ad ognuno di loro, in cambio di una piccola offerta, un sacchetto di “spizzatore”. Le monache ,inoltre, confezionavano e ricamavano paramenti liturgici e producevano dolci e liquori che vendevano all’esterno.
Attualmente, il monastero di Santa Chiara a Nardò affronta notevoli difficoltà economiche per sostenere la sua vasta struttura, poiché gli aiuti economici sono diminuiti rispetto al passato, quando i conventi accoglievano giovani donne provenienti da famiglie nobili e facoltose, che portavano con sé donazioni e lasciti significativi.
Per sostenersi, le monache clarisse continuano a vendere prodotti realizzati con dedizione, come: dolci, marmellate, liquori e manufatti all'uncinetto. Il lavoro manuale non solo garantisce l'autosufficienza economica del monastero, ma rappresenta anche un'espressione concreta della loro spiritualità e dedizione. La vita delle suore di clausura è caratterizzata da un equilibrio armonioso tra preghiera e lavoro, scandito da un ritmo ben strutturato.
Nei giorni che precedono la festa liturgica di Santa Chiara, che cade l'11 agosto,le clarisse si riuniscono in preghiera durante i vespri e le celebrazioni eucaristiche.
La chiesa di Santa Chiara è adornata con cura, sia all'esterno che all'interno, per rendere omaggio alla santa. Le luminarie esterne creano un'atmosfera festosa e accogliente, mentre i preziosi paramenti liturgici all'interno sottolineano la solennità della celebrazione e la sacralità del luogo. Le linee eleganti, le ricche decorazioni e le opere d'arte di grande valore storico e artistico si fondono armoniosamente, creando un'atmosfera di pace, serenità e spiritualità che avvolge i visitatori e i fedeli.
Nella seconda cappella a destra della navata è situato un altare su cui campeggia la statua di Santa Chiara. Ai piedi della statua è collocato un reliquiario contenente una reliquia ex ossibus della santa. La parte anteriore dell'altare è adornata con un paliotto in seta ricamato con fili d'oro, mentre la cappella è arricchita da un bellissimo parato appartenente allo straordinario corpus di manufatti tessili conservati nel monastero. Il parato del XVII secolo, realizzato con la tecnica del ricamo su canovaccio, probabilmente fu donato dalla famiglia Acquaviva tramite la badessa suor Agnese Acquaviva d'Aragona. Rappresenta un esempio eccezionale dell'arte del ricamo meridionale del XVII secolo. Presenta decorazioni con varietà botaniche, putti e animali esotici. Il monastero ha custodito e protetto questo tesoro con cura e dedizione, riconoscendone il valore artistico e storico.
Nella terza cappella a destra vi è un altare dedicato alla santa. È stato ricostruito nel 1844. Sulla pala dell’altare è presente un dipinto ad olio su tela raffigurante S. Chiara che libera la città di Assisi dall’assedio dei Saraceni. Di recente l’opera è stata attribuita da L. Galante ad un allievo di Luca Giordano, Andrea Miglionico (Piano del Cilento, 1663-1718).
La festa di Santa Chiara rappresenta un’occasione speciale per celebrare la vita e l’esempio di questa santa e per riflettere sulla sua eredità spirituale. La chiesa e il monastero di Santa Chiara sono veri tesori per la città di Nardò. Sono luoghi di pace e serenità che accolgono chiunque desideri immergersi nella bellezza e nella spiritualità.
Mariella Adamo e Lucia Bove