NARDO' - Gregorio Durante, già un mese fa, poteva essere un uomo libero grazie ad un indulto del quale non ha potuto beneficiare.
Di conseguenza non sarebbe morto in carcere, anzi quasi sicuramente non sarebbe morto perché i suoi familiari l'avrebbero curato per tempo così come fecero in altre due occasioni di recrudescenza della sua malattia, nel 1995 e nel 2003. Quelle cure che in carcere non ha mai ricevuto.
Nemmeno lui lo sapeva, e non l'ha mai saputo perché, nel frattempo, è morto in carcere il 31 dicembre scorso: il suo avvocato, Francesco Fasano di Racale, aveva proposto un appello alla luce di una sentenza a sezioni unite della Corte di Cassazione che prende in considerazione l'ipotesi “lieve” della violazione dell'articolo 74, quello che riguarda l'associazione per delinquere per la quale era stato condannato il 33enne.
Lo sapevano solo lui, il legale, e la madre Ornella Chiffi. Custodivano questa segreta speranza con un proposito: fare una sorpresa a Gregorio, alla moglie Virginia ed ai due bambini.
Ma non è andata così perché nella notte tra il trenta e l'ultimo dell'anno scorso Durante è morto da solo in una cella del carcere di Trani, devastato e ridotto ad uno stato catatonico a causa di una serie di crisi epilettiche originate da una encefalite virale.
Un mese fa Fasano ha discusso comunque – e non solo per questione di principio ma anche per chiedere pene più severe per quanti sono indagati per questa morte: quattordici persone in tutto – il ricorso davanti alla prima sezione della Corte d'Appello di Lecce presieduta da Domenico Cucchiara che ha stabilito che non vi fosse ostacolo alcuno all'applicazione dell'indulto per i reati per i quali Durante era stato condannato. E la sentenza recita proprio che Durante è morto “ciononostante” avesse ragione: gli sarebbe toccato uno sconto di pena, derivante dall'indulto, pari a due anni di reclusione.
Per la famiglia, per lo zio Antonio che insieme a mamma Ornella le ha provate tutte nel tentativo di far capire ai vertici del carcere di Trani che il giovane non simulava e che stava davvero male è una nuova coltellata, un dolore che si rinnova: “Potevamo tirarlo fuori da lì e curarlo così come avevamo fatto in passato, portandolo anche a Milano nel prestigioso istituto Carlo Besta, specializzato in questo genere di patologie. Invece no – conclude Antonio – non ci hanno voluto ascoltare, tutte le nostre richieste sono cadute nel vuoto ed oggi scopriamo anche questa vicenda. E' dolore che si aggiunge al dolore”.

