BELLITALIA - Un caso nazionale, ormai, che troverebbe la sua massima applicazione nel Salento.
Il signor Gino, contadino che lavora in provincia di Mantova, produce ogni anno centinaia di cocomeri. Li innaffia con cura, attende che arrivino alla perfetta maturazione prima di raccoglierli e venderli, quasi sempre in giornata, ai mercati generali di Milano. Coltivare ogni anguria gli costa dai 22 ai 25 centesimi al chilo. Quel frutto che il signor Gino si impegna tanto a far venire su arriverà sulla tavola di Giulia, commessa milanese di 27 anni, un paio di giorni dopo.
E sarà stato pagato almeno sei volte in più rispetto a quanto costava 48 ore prima. Eccolo qui, il caro anguria: ogni anno, secondo la Coldiretti, vengono prodotte almeno 30mila tonnellate di cocomero rosso in Lombardia, soprattutto nelle zone agricole tra Mantova e Cremona. La maggior parte di questa produzione finisce sulle tavole dei lombardi, milanesi innanzitutto. Che però lo arrivano a pagare anche 1,90 euro al chilo.
L’anguria viene coltivata da maggio ad agosto: «Quelle che arrivano sulle tavole milanesi - spiega Alberto Albuzzo, presidente di Ago, l’associazione che riunisce i grossisti ortofrutticoli del mercato di Milano - hanno provenienze diverse: dalla Lombardia alla Sicilia, fino alla Grecia e al Sudamerica. Ovviamente, a seconda della provenienza cambiano i tempi di consegna, che vanno da un minimo di due giorni a un massimo di due settimane. Di conseguenza, anche i costi variano». Costi che si aggirano, al momento della produzione, sui 22-25 centesimi per chilogrammo se si tratta di un prodotto di qualità media, «ma possono arrivare anche a 50 o 70 centesimi al chilo nel caso di un frutto di ottima qualità», puntualizza Albuzza.
A questi prezzi si aggiungono gli aumenti applicati dai grossisti: siamo al secondo gradino della filiera. Ai mercati generali, un prodotto di qualità media verrà venduto con un prezzo tra i 28 e i 30 centesimi al chilo. Tra gli 80 e i 90 centesimi quello, invece, «al top della qualità». Dall’ingrosso al dettaglio il prezzo sale ancora. E raddoppia di nuovo, arrivando a 1,50 euro al chilo, se non a 1,90. «I costi - spiega Dino Abbascià, alla guida di Fida, la Federazione che riunisce i venditori al dettaglio cittadini - variano a seconda della qualità. A Milano la clientela richiede un buon prodotto: non possiamo offrire merce che non sia di prima scelta, perché rischieremmo di perdere clienti». Più contenuti, invece, i prezzi della grande distribuzione, anche perché spesso i supermercati acquistano direttamente dal produttore: in pratica, un passaggio della filiera viene saltato, e i prezzi per i consumatori si attestano tra i 40 e i 50 centesimi al chilo.
Rincari finiti? Ancora no. Già, perché a Milano resistono (anche se in pochi) i 'baracchini', i chioschi che ogni sera, da giugno a settembre, offrono anguria e ciotole di frutta da mangiare sul posto, sotto i lampioni, con piatti e posate di plastica. Una tradizione tutta milanese, a cui chi trascorre l’estate a Milano non rinuncia. Nonostante i prezzi: una sola fetta di anguria costa 4 euro. Se un tempo erano decine, oggi i 'baracchini' sopravvissuti alla crisi e al giro di vite sulle norme igieniche iniziato dal Comune nel 2001 e proseguito dalla Asl nel 2004, sono solo tre. Sono in piazza Po, in piazzale Brescia e all’angolo tra piazza Ohm e via Santa Rita da Cascia, e i milanesi ne subiscono ancora il fascino. Nonostante il caro anguria.

