NARDO' - Sabato scorso si scendeva in piazza per ricordare Abdullah Mohamed. E per l'ennesima volta si è parlato di "fare rete", lavorare "in sinergia" per non arrivare più a pronunciare la parola "emergenza extra-comunitari". Sarà la volta buona, il punto di svolta tanto declamato? Servirà l'estremo sacrificio di un 47enne sudanese, morto di lavoro mentre raccoglieva pomodori, a rompere l'inerzia di un sistema che ha ramificazioni in ogni piega della società e delle istituzioni?
L'iniziativa, nata quasi spontaneamente dopo la tragedia di lunedì scorso, ha visto partecipare numerose associazioni, sigle sindacali e rappresentanti politici. Nel cuore della città di Nardò si è visto il sindaco Marcello Risi, l'assessore Carlo Falangone, il consigliere provinciale Giovanni Siciliano, il neo-eletto al consiglio regionale Cristian Casili e tanti altri come l'ex-assessore della prima Giunta Risi, l'avvocato Vincenzo Renna, impegnato in prima linea per il riconoscimento dei diritti dei lavoratori stagionali.
Un sit-in silenzioso, dicevamo, per dimostrare che anche a Nardò, a volte, si possono respirare valori, solidarietà e umanità. I volontari delle associazioni hanno esposto alcuni striscioni di carta che successivamente verranno donati alla famiglia del lavoratore. I messaggi sono sintetici ma efficaci, quasi come slogan che non necessitano di lunghe descrizioni per essere compresi. Si va dal "perdonaci fratello se noi cristiani non ti diamo neppure l'ospitalità della soglia" al "per Abdullah Mohamed, vittima di schiavismo" per passare al duro "Stop all'economia mafiosa che uccide". La famiglia del 47enne ha apprezzato l'iniziativa ma non è potuta scendere in piazza a raccogliere l'affetto delle persone perché, per motivi burocratici, è dovuta rientrare a Palermo.
Resterà, negli occhi di chi ha partecipato, un momento di raccoglimento per allontanare la solitudine che sembra ancora oggi, dopo decenni di problematiche mai risolte e un episodio tragico, la parte più forte. Significativa, del resto, l'assenza in piazza di lavoratori stagionali. Il risultato di anni di "separazione", quasi un apartheid fisiologico violato solo da alcuni gruppi di volontari che, singolarmente, si occupano tutti i giorni di politiche migratorie. E non solo con le parole ma con i fatti, sul campo e tra i campi. Azioni di solidarietà in solitaria che rischiano di non avere l'effetto risolutivo tanto sperato perché mancanti quasi di una visione globale del problema. Anche in questo caso, di fronte ad un episodio come la morte di una persona, si è quasi riusciti a dividersi, organizzando due iniziative simili, di solidarietà e di vicinanza.
Siamo proprio sicuri sarà la volta buona?
















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