NARDO' - Praticare onesto giornalismo - secondo chi vi scrive questo breve preambolo - è come produrre buoni oggetti d'artigianato. Il neritino Mario Nanni, protagonista di una carriera straordinaria, è un giornalista. Molti altri, che si sentono artisti, dimenticano qual è il loro compito principale: farsi capire. Mass media (da medium) vuol significare proprio questo: essere un tramite, un mezzo, tra la fonte (o la realtà che si vuol commentare) e il grande pubblico, la mass(a). Pensiamo, dunque, a noi stessi quando dobbiamo spiegare una questione complessa ad un bambino, ad un anziano, ad uno straniero. Usiamo, in tal caso, un linguaggio "di base", senza metafore o parole ricercate. Nanni, in questi mesi, ha il compito gratificante di fornire relazioni periodiche all'Ambasciata giapponese in Italia sull'attuale situazione politica. Di fatto "lezioni" di politica ai giapponesi, un fatto importante nella relazioni col grande Paese del Sol Levante. L'ultimo report (di una chiarezza, appunto, elementare; da fine analista politico) si legge d'un fiato ed è straordinariamente attuale e "coincidente" con alcuni aspetti del microcosmo politico neritino, soprattutto quando si parla di leadership e partiti. Mario Nanni, che utilizza anche la portella del cuore per informarsi delle cose neritine, regala a tutti i suoi concittadini questa opportunità di lettura. Gliene siamo veramente grati e, da giornalisti del web, aspiriamo a raggiungere la qualità del suo stile asciutto ed essenziale.
Relazione su alcuni temi dell’attualità politica. La crisi di leadership nell’Italia di oggi. Personaggi, scenari, ipotesi
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Nell’attuale politica italiana i leader sono pochi, pochissimi. E si avverte una grave scarsezza di classe dirigente.
Lo si nota soprattutto dal fatto che, nella ricerca dei candidati a sindaco nelle principali città italiane, i partiti siano costretti a guardare a personaggi ‘’esterni’, non politici (esempio: il Pd pensa di candidare l’ex commissario di Expo a sindaco di Milano, sfruttando il successo della esposizione universale; Berlusconi propone di candidare a sindaco di Roma l’imprenditore Alfio Marchini, ma la segretaria di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, che pensa di candidarsi in prima persona, dice di no, e anche il segretario della Lega non è entusiasta dell’idea).
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I leader oggi in campo, quelli veri e quelli presunti.
Si può dire che l’unico leader veramente in campo, e a capo di un suo ‘’esercito’’ pronto a scendere in lizza per le elezioni ( anche se le politiche sono ancora lontane, nel 2018) sia l’attuale premier Matteo Renzi.
Segretario del suo partito e presidente del Consiglio, egli ha già dichiarato i propri obiettivi, non ha rivali nella leadership, nel partito e nel governo.
Ma gli altri leader? Vediamoli uno per uno.
Silvio Berlusconi
Ormai neanche lui pensa veramente di poter guidare una coalizione elettorale, quando verrà il momento.
Berlusconi, si sa, è un combattente nato, non rinuncia facilmente alla lotta. Ma lui stesso sa che per ragioni anagrafiche ( 79 anni) e politiche ( il suo partito è ormai sotto il 10 per cento) non può più chiedere di essere lui la guida massima di uno schieramento politico che non ha più in Forza Italia il suo perno centrale.
Ci sono poi le parole significative e dure dei suoi possibili alleati a ricordargli che ormai Berlusconi non potrà mai essere più ‘’il leader’’ ( in inglese: ‘colui che guida’ ).
Ha detto Salvini: Berlusconi? Lo rispetto, ma lui rappresenta il passato, io guardo al futuro.
E la Meloni: Berlusconi non potrà mai più fare la prima punta, sarebbe come se Maradona volesse ancora giocare nel Napoli!
Più chiaro di così!
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Sarà stato anche per questo che alcuni esponenti di Forza Italia (il capogruppo dei senatori Paolo Romani, l’ex ministro Maurizio Gasparri, l’ex ministra Maria Stella Gelmini, la senatrice Maria Rosaria Rossi, spregiativamente definita ‘’la badante di Berlusconi’’) non volevano che il leader di Forza Italia salisse sul palco a Bologna con Salvini, durante la manifestazione della Lega Nord ‘’Blocchiamo l’Italia’’.
Temevano che anche visivamente la gente percepisse che Berlusconi era ‘’secondo’’ rispetto a Salvini, e non più protagonista della scena come per 20 anni è stato , ma comprimario.
E quando sono arrivati perfino i primi fischi all’ex Cavaliere, Romani ha detto, rivolgendosi ad alcuni esponenti di Forza Italia invece favorevoli alla presenza di Berlusconi: avete visto, ora lo fischiano, siete contenti ora!?
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Tutto questo ragionamento dove porta? A dire che ormai Berlusconi è finito, è irrilevante, che se c’è o non c’è è lo stesso?
Niente affatto. Non esageriamo.
Berlusconi sa bene che i rapporti di forza tra il suo partito e la Lega sono cambiati, si sono anzi rovesciati: la Lega marcia sul 14-15 per cento, Forza Italia sta precipitando sotto il 10 per cento, ha già perso milioni di voti ( che però, ecco il punto, non sono andati a sinistra, ma sono voti di elettori rimasti a casa, astenuti e nauseati da questa politica italiana; ma forse, è la speranza di Berlusconi, potrebbero tornare a votare se avessero un’altra offerta politica che li convincesse).
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Berlusconi questo lo sa. E sa anche un’altra cosa, e la ripete sempre: il centrodestra diviso perde, unito può vincere. Anzi vincerà, dice lui, che è stato sempre ottimista.
E proprio per non dare l’idea di un centrodestra diviso, Berlusconi è andato a Bologna alla manifestazione della Lega.
Lo ha spiegato lui stesso: non potevo fare questo regalo a Renzi e a Grillo, dare l’immagine di un centrodestra che non esiste.
Per cui la triade Salvini - Berlusconi - Meloni sul palco a Bologna ha voluto dare agli elettori italiani moderati l’idea che il centrodestra c’è, si sta riorganizzando e cercherà di vincere le elezioni.
Cominciando dalle prossime elezioni nelle più importanti città italiane, il prossimo maggio, che saranno un test politico estremamente importante per tutti: per il governo, per Renzi, per il centrodestra, per la sinistra, per Grillo.
In conclusione: Berlusconi in cuor suo vorrebbe ma sa di non poter avere la guida della coalizione politica che sfiderà Renzi e Grillo alle prossime elezioni politiche del 2018 ( nel 2018, peraltro il Cavaliere avrebbe 82 anni, e non è neanche sicuro di potersi candidare).
Ma , come ha detto con una battuta il sondaggista Nicola Piepoli, Berlusconi è come Napoleone: c’è anche se non c’è.
Quindi Berlusconi ha deciso di fare ‘’il padre nobile’’, la guida morale se non quella politica; in realtà centinaia di migliaia di elettori guardano ancora a lui come punto di riferimento. E votano Forza Italia se c’è lui. Naturalmente, vale anche l’inverso.
Insomma, se non da guida politica, Berlusconi potrà fare da valore aggiunto, da garante presso un certo elettorato, da forza di attrazione di elettori che, se non ci fosse lui, o non voterebbero o darebbero il voto ad altre forze politiche.
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Salvini, un leader in formazione
L’altro Matteo della politica italiana vuole essere lui l’anti-Renzi alle prossime politiche ma non tutti nel centrodestra sono d’accordo, Ma al 2018 mancano due anni e mezzo, e ci sarà tempo per trovare un accordo.
Dopo la manifestazione della Lega a Bologna, i giornali hanno scritto: è Salvini la guida del centrodestra, Berlusconi è stato esautorato.
Non è esattamente così.
O, meglio: è esatto che Berlusconi di fatto non è più, non potrà più essere la guida del centrodestra, ma è anche vero che è ancora presto per dire se il capo sarà Salvini.
Attualmente, è vero, Salvini ha dalla sua l’avere più voti di Forza Italia, e non manca giorno che egli non lo faccia notare.
Ma per essere capo di un’alleanza, bisogna che questo capo sia accettato e riconosciuto dagli alleati, altrimenti l’alleanza non funziona, e alla fine rischia di perdere.
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Questo è il punto: Salvini non è accettato come capo del centrodestra da gran parte di Forza Italia.
A non volerlo, per primo, è proprio Berlusconi: considera Salvini troppo estremista, violento nel linguaggio e nei contenuti ( su uscita dall’euro, sugli immigrati,sull’Europa, sulla Merkel ecc); non lo considera un moderato, e invece, secondo Berlusconi e non solo secondo lui, si vince con il voto dei moderati, si vince ‘’al centro’’, non da posizioni estreme, radicali. ( Questo lo ha capito bene Renzi, che proprio su questa idea vuole costruire il partito della Nazione).
Ma non è solo questa la critica mossa a Salvini per metterne in dubbio la leadership del centrodestra.
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Salvini, dicono in Forza Italia, rappresenta un partito che esiste solo nel Nord: soprattutto in Lombardia, Piemonte e Veneto. Da qualche tempo è penetrata in Toscana e in Emilia.
Ma dal Lazio al Sud la Lega non esiste. Alle ultime elezioni regionali di maggio, la lista ‘’Noi con Salvini’’, che il segretario della Lega aveva presentato per trovare consensi anche nel Centro-Sud, ha avuto risultati minimi, irrilevanti.
Ecco quindi l’obiezione: come può il capo di un partito ‘’non nazionale’’, che è presente solo in una parte dell’Italia, pretendere di guidare una coalizione in tutto il Paese?
L’obiezione è forte, e infatti in Forza Italia, e nello stesso Berlusconi, ha molta presa.
In altre parole, dicono da Forza Italia: senza di noi al Sud, la Lega non vince.
In qualche modo anche la segretaria della Lega , Meloni, può dire la stessa cosa.
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Come risponde Salvini a queste obiezioni?
Per quanto riguarda l’aggressività dello stile, del linguaggio che, secondo Berlusconi, spaventa i moderati ( ma prende anche voti e consensi, d’altra parte: a Bologna, per esempio, ha dato del ‘’cretino’’ al ministro dell’Interno Alfano, tra applausi a scena aperta), si dice che Salvini stia modificando il suo modo di fare, anche nell’abbigliamento: non sempre felpe, ma anche la camicia, secondo una usanza renziana. Spin doctor e consiglieri lo starebbero preparando a un cambio di look e di comportamenti.
Ma a parte questi aspetti, che pure nel mondo dell’immagine hanno un loro peso, Salvini starebbe pensando di cambiare nome alla Lega: non più Lega Nord, ma ‘’Lega dei popoli’’. E con questo nuovo nome, che non sarebbe solo un cambio di etichetta, presentare liste alle prossime elezioni amministrative, per esempio a Napoli, e vedere se la nuova Lega conquista consensi.
( il cambio di nome dovrebbe avvenire al prossimo congresso, previsto in gennaio o febbraio del prossimo anno).
Certo, l’impresa di Salvini di voler sfondare anche nel Centro-Sud non sarà facile. Per 20 anni, da quando è arrivata in Parlamento nel 1994, la Lega ha tuonato contro Roma ladrona, contro i meridionali fannulloni e assistiti dallo Stato, e questa campagna denigratoria la gente del Sud non l’ha dimenticata.
Ci vorrà tempo perché l’atteggiamento verso la Lega cambi, pur in un’Italia senza memoria su tante cose.
Certo, dipenderà anche dai contenuti, dal programma che la Lega presenterà.
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Salvini, comunque, già può vantare il successo storico di aver triplicato i voti della Lega di Bossi, anche se molti studiosi sostengono che la Lega ha raggiunto il massimo e oltre il 14-15 per cento non andrà. Ma i sondaggisti e gli analisti si sono sbagliati più di una volta.
Ora per Salvini, questi 30 mesi che lo separano dalle elezioni del 2018- ma nel frattempo ci saranno le importanti elezioni comunali del 201- li dovrà impiegare soprattutto per:
consolidare i voti della Lega e accrescerli;
ma soprattutto convincere gli alleati che è lui il kingmaker della coalizione, che con lui si vince.
Dovrà insomma studiare da premier. ( e preparandosi a questo, sta cercando di allargare i confini della sua azione politica dandole un respiro internazionale: ha organizzato viaggi in Marocco, in Israele , ma le autorità israeliane gli hanno detto di no; d’altronde egli paga anche il prezzo di un’amicizia politica troppo stretta e troppo imbarazzante per i moderati italiani: quella con Marine Le Pen).
Ma proprio perché si sta preparando al suo ruolo di candidato premier, Salvini sta respingendo le lusinghe e le offerte di candidatura a sindaco di Milano.
L’altro giorno Giovanni Toti, consigliere politico di Berlusconi e presidente della Regione Liguria, lo ha vivamente pregato: Matteo, con te candidato sindaco a Milano, vinciamo, ti devi assolutamente candidare’’.
Cosa ha risposto Salvini? Non posso fare tre cose ( segretario della Lega, eurodeputato e sindaco).
Qualcuno, per convincerlo, gli sta facendo l’esempio di Renzi: che da sindaco di Firenze è poi passato a fare il premier. Ma sono altre storie, altre dinamiche.
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Forse Salvini pensa che questa insistenza per candidarlo a sindaco di Milano sia un modo per toglierlo di mezzo dalla leaderhip del centrodestra ( in Forza Italia non tutti lo amano, lo abbiamo detto; ma anche nella Lega c’è qualcuno che non condivide la sua politica, vedi Maroni, che vorrebbe alleato il partito di Alfano alle comunali, mentre Alfano è stato insultato da Salvini a Bologna).
Domanda:
ma se Salvini, nonostante tutti i suoi sforzi, non riuscisse a convincere gli alleati ad accettarlo come candidato premier del centrodestra, chi potrebbe essere l’alternativa?
E qui veniamo di nuovo alla questione della mancanza di leader, di cui oggi soffre la politica italiana, sia a destra sia a sinistra.
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Esaminiamo un momento la situazione: in Forza Italia, tranne Berlusconi, di cui si è già detto, chi potrebbe oggi fare l’anti-Renzi in una competizione elettorale?
La risposta è semplice: non c’è nessuno. Non c’è un cinquantenne che sia nuovo, trascinatore, unificante, innovativo.
I vari Gasparri, Gelmini, Carfagna, sono ormai usurati. Brunetta, Romani, da escludere.
Fitto? Sarebbe, dico sarebbe, potuto essere lui, ,almeno per ragioni anagrafiche, ,ma è già fuori da Forza Italia.
Sarà stato anche per la schiacciante personalità di Berlusconi, ma in Forza Italia in 20 anni non sono emersi nuovi leader. Semmai dei cloni mal riusciti.
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Che fare allora?
Se Salvini non sarà lui la guida elettorale del centrodestra, quale scenario è possibile?
Si potrebbe delineare un ampio schieramento che comprenda Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia e altre forze minori; questo schieramento, questa armata avrebbe Berlusconi come ’gran patron morale’’ ( e forse anche economico), Salvini come capo politico del centrodestra, e un personaggio ( tutto da trovare) come candidato premier, come punta di lancia, come centravanti che segna, elettoralmente parlando, il goal della vittoria.
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Ma chi potrebbe essere in questo caso? Gli analisti politici hanno già cominciato a esercitarsi lanciando l’abusato slogan del ‘’papa straniero’’ ( cioè di un personaggio estraneo, ‘straniero’ appunto, alla politica militante).
Sarebbe, in questo caso, inevitabilmente, non un politico di professione ( non ce ne sono, abbiamo visto, sul mercato politico) ma un personaggio preso dalla cosiddetta ‘’società civile’’: un imprenditore, un professionista, un manager, un uomo di successo in altri campi .
In questi casi ci sono state, in passato, anche autocandidature, poi abortite, e anche cosiddetti ‘’cavalli di ritorno’’ (l’ex presidente della Ferrari e ora di Alitalia, Luca Cordero di Montezemolo , sarcasticamente etichettato come Monteprezzemolo per la sua ubiquità nelle ipotesi politiche futuribili;
l’ex banchiere ed ex ministro Corrado Passera, che con il suo movimento ‘’Italia Unica’’ pensa di candidarsi a sindaco di Milano e poi a premier; ma parafrasando un detto di Stalin sul Papa, ci sarebbe da domandarsi: quante divisioni ha Corrado Passera?
In questi giorni si sta facendo il nome dell’imprenditore Diego Della Valle, proprietario dell’industria di calzature Tod’s. Marchigiano, parente dei Della Valle che hanno la proprietà della squadra di calcio Fiorentina, socio di Montezemolo nella società ferroviaria che gestisce i treni ‘’Italo’’, molto critico verso Renzi, ma in passato critico anche verso Berlusconi, una volta molto presente nei talk show. Mecenate, almeno nei modi nuovi consentiti dalla società del profitto: ha dato 25 milioni per il restauro del Colosseo, su cui campeggia il marchio di fabbrica delle sue calzature.
Ogni tanto questo imprenditore confessa l’intenzione di scendere in campo, di buttarsi in politica, ma poi rinvia sempre la decisione.
Giorni fa avrebbe di nuovo manifestato questo desiderio. A lui stanno guardando alcuni esponenti di Forza Italia, decisi a lasciare Berlusconi per protesta contro il suo eccessivo avvicinamento a Salvini, ma soprattutto timorosi di non essere rieletti alle prossime elezioni; in un listone di centrodestra, è stato calcolato da alcuni sondaggisti, a Forza Italia toccherebbero non più di 30-40 seggi.
( Quanto basta per gettare nel panico una serie di piccoli e medi notabili del partito di Forza Italia che, a causa di vecchie e nuove emorragie, ha ispirato alcuni battutisti, autori di impietosi calembours: ‘’Farsa Italia’’ , ‘’Scorza Italia’’).
A Della Valle stanno guardando anche i parlamentari radunati attorno a Fitto e al sindaco di Verona Flavio Tosi, uscito ( espulso) dalla Lega.
Per ora le carte sono tutte coperte.
In politica, come a teatro, conta molto la tempestività: è importante quando si entra in scena. Non si entra né troppo presto né troppo tardi.
Contatti tra Della Valle e pezzi del mondo politico di centrodestra sono in corso, ma a quanto è dato sapere, Della Valle farebbe l’annuncio di una sua discesa in campo alcuni mesi prima , almeno nove, delle elezioni politiche; cioè, facendo un po’ di conti, verso l’autunno del 2017. Ma nel frattempo? In questi due anni che mancano che farebbe?
Si farebbe vedere in tv, per non sparire dall’attenzione degli elettori, terrebbe contatti, tesserebbe possibili alleanze.
Una ipotesi Della Valle candidato premier del centrodestra, al momento, però risulta altamente improbabile.
Troppe le gelosie e le rivalità tra i partiti di centrodestra e gli uomini che li compongono.
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Grillo: un leader anomalo nei suoi pregi e nei suoi limiti
Di tutti i leader della politica italiana, presente e passata, Beppe Grillo, fondatore del Movimento 5 stelle, si può considerare il più anomalo.
Per vari motivi.
Di leader ‘’anomali’’, ‘’eccentrici’’ ce ne sono anche stati :
Il commediografo napoletano Guglielmo Giannini nel Dopoguerra diede vita a un movimento, il partito dell’Uomo Qualunque, ed ebbe anche rappresentanza parlamentare.
Un leader carismatico e un po’ guru come Marco Pannella ha guidato una piccola ma agguerrita formazione politica, il Partito radicale, protagoinista di tante battaglie civili che hanno modificato in positivo la società italiana.
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Però mai in Italia un partito di massa, e tale è il movimento dei cinque stelle (ogni giorno è in crescita di consensi, come dicono i sondaggi, ormai è oltre il 27%) è stato guidato da un comico, da un attore, insomma da un personaggio che riempiva le piazze e spopolava sugli schermi tv con i suoi spettacoli satirici.
L’altra anomalia è che il capo di questo movimento non fa politica nel modo tradizionale, cioè non guida il suo partito a tempo pieno, ma fa anche altro: soprattutto continua a fare spettacoli, tournée all’estero.
Terza anomalia: guida il suo partito a modo suo, in modo del tutto differente dagli altri partiti.
Non con riunioni di direzione, segreteria ecc, ma dando la linea attraverso il web, la rete, e ogni tanto mandando parole d’ordine e messaggi. O accorrendo a Roma con incursioni improvvise per sedare contrasti, riportare la pace nel movimento, soprattutto nei gruppi parlamentari.
Grillo ha messo la tecnologia al servizio del suo modo di fare politica, usa l’innovazione telematica come strumento di consultazione e di collegamento con gli elettori e gli iscritti.
Questo modo di procedere, in un Paese come l’Italia che vede la gente impegnata tutto il giorno a consultare telefonini, smartphone, social network ( cosa che ha fatto infuriare persino il Papa, che ha invitato a non usare questi strumenti almeno a tavola, quando si mangia in famiglia), questo modo di procedere, dicevo, ha spiazzato gli avversari, e ha conquistato l’opinione pubblica.
In questo è il segreto , almeno uno dei segreti, del successo di Grillo. Ma anche un suo limite, perché non tutta la popolazione italiana, specialmente quella over, usa questi strumenti tecnologici.
C’è poi il paradosso, ma tale fino a un certo punto, di un leader che pur amando l’innovazione tecnologica rifugge dalle tv, anzi per mesi ha letteralmente impedito ai suoi di comparirvi, facendo proprio un noto slogan: mi si nota di più se vado in tv o se non vado?
E infatti di Grillo e dei 5 Stelle nei talk show si parlava lo stesso. Ne parlavano gli altri, gli avversari! Mai un’assenza è stata così presente!
Un leader innovativo nella comunicazione, quindi.
Perciò suona francamente sballata la definizione data da un sondaggista, che ha detto, riferendosi a Grillo: un ‘’vecchio’’ guida un movimento nuovo; un nuovo ( alludeva a Renzi) guida un partito vecchio.
Questo sondaggista non tiene presente un punto, decisivo: che Grillo guida un movimento nuovo proprio perché è innovativo il modo, il linguaggio, l’approccio, i contenuti del messaggio che egli ha lanciato sul mercato politico.
Dati a Grillo i meriti che gli spettano, si deve aggiungere tuttavia che egli non è un leader politico nel senso tradizionale e anche ‘’tecnico’’ del termine.
Una caratteristica importante e discussa del suo fare politica è, per esempio, il rifiuto delle alleanze con altre forze politiche.
Dietro questo rifiuto c’è la presunzione di una orgogliosa alterità ( essere altro e, ‘’ovviamente’’, migliore) rispetto al resto delle forze politiche: questa mentalità comporta il rischio di cadute nel moralismo, nel qualunquismo e nel populismo ( queste ultime tre parole sono anche tre spiegazioni del successo elettorale dei 5 Stelle alle elezioni del 2013).
Ma dietro il rifiuto di alleanze con gli altri partiti, c’è l’idea che in politica l’accordo, per sua natura, è disdicevole, il compromesso sempre negativo, la trattativa sempre una spartizione e un imbroglio.
C’è insomma un’idea degradata della politica, un’idea della politica ‘’com’è’’, e non come ‘’dovrebbe essere’’.
In questo senso, con le sue idee, un movimento come i 5 Stelle dovrebbe ‘sporcarsi le mani’ e mostrare come si possa fare una politica di alleanze che non sia una resa, un compromesso nel senso nobile e non nel senso deteriore e moralistico in cui viene inteso anche nel linguaggio comune, mentre dovrebbe essere recuperata la nozione partendo dal suo senso tecnico-giuridico, di un accordo tra le parti che s’impegnano a rispettarlo e ad attuarlo.
In questo senso, negli anni ’70 l’allora segretario del Pci, Enrico Berlinguer, all’indomani del golpe cileno che portò all’assassinio del presidente Salvador Allende, lanciò l’idea di un ‘’compromesso’’ tra forze cattoliche e forze di sinistra per cementare la democrazia in Italia e farla progredire verso una democrazia compiuta. E proprio perché questo ‘’compromesso’’ doveva avere, nella proposta di Berlinguer una portata storica, egli lo chiamò ‘’ compromesso storico’’.
Altri tempi, si dirà, altri leader.
Non a caso, proprio in questi giorni, quotidiano ‘’l’Unità’’, giornale fondato da Antonio Gramsci, fondatore del Pci e per tanti anni nume dei comunisti italiani, si stanno pubblicando testimonianze e articoli sulla politica di Berlinguer, sulle sue idee e sulla sua eventuale eredità politica.
Tornando a Grillo e ai giorni nostri, possiamo dire però una cosa che va a suo onore , ed è questa.
Il leader dei 5 Stelle è consapevole per primo lui, di non essere un leader politico nel senso tradizionale, con i pregi e i difetti cge ciò comporta, come abbiamo visto.
Dimostra di saperlo, per esempio, quando dice che alle elezioni politiche non vorrà essere lui il candidato premier.
Grillo, intelligentemente, si accontenta di essere il demiurgo, la guida morale, l’ispiratore del movimento.
E in questa consapevolezza, egli si mette al di sopra di tanti cosiddetti leader politici tradizionali.
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Ora nuovi leader crescono, nel movimento 5 stelle. Leader non ancora consolidati, ma che lasciano intuire dalla loro azione politica un profilo promettente.
Parliamo per esempio di Luigi di Maio, 30 anni, attuale vicepresidente della Camera, e da molti indicato come possibile anti-Renzi alle prossime elezioni politiche.
Parliamo di Alessandro Di Battista, 35 anni, uno dei più tenaci e combattivi deputati dei 5 stelle, ipotizzato come possibile candidato a sindaco di Roma.
In un primo momento sembrava che il movimento 5 stelle pensasse per il Campidoglio a un nome esterno, ‘’di prestigio’’, ma pare che alla fine stia facendosi strada l’idea di lanciare uno del movimento, e se questa idea vincerà, dovrebbe essere proprio Di Battista a essere lanciato nell’arena politica per il dopo Marino.
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A sinistra del Pd manca un leader "unificante’". Se non lo troveranno, si rischiano altre frantumazioni
Come era stata già annunciato un mese fa, a sinistra del Pd, è nata una ‘’cosa rossa’’ ( Alfano, spregiativamente, ha chiamato, all’opposto, ‘’una cosa nera’’ l’adunata di Bologna con Salvini-Berlusconi-Meloni)
Alcuni deputati usciti dal Pd – l’ex sottosegretario all’Economia ed economista Fassina, il deputato vivacemente anti-renziano D’Attore sono i più conosciuti - i parlamentari di Sel, il partito di Vendola, alcuni intellettuali, uomini di cultura, amministratori - hanno dato vita a un nuovo raggruppamento a sinistra del Pd, e l’hanno chiamata ‘’Sinistra Italiana’’ ( SI).
Di questa formazione non fa parte, almeno per adesso, il deputato Pippo Civati, che per primo uscì dal Pd. Ha deciso di strasene per conto suo, a capo di un suo proprio movimento chiamato ‘’Possibile’’.
Qualcuno, nel Pd, ironizza,: è la scissione dell’atomo.
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In realtà quella della frammentazione, delle scissioni, degli spezzettamenti, del frazionismo, è una antica e funesta tradizione della sinistra italiana, cominciata nel 1921, quando a Livorno, alla vigilia dell’avvento del fascismo di Benito Mussolini ( che durò in Italia per 20 anni), il Partito socialista italiano, fondato nel 1892 a Genova, subì una grave scissione: da una parte i riformisti, dall’altra i massimalisti, che volevano la rivoluzione ( quella russa era avvenuta da cinque anni); questi ultimi uscirono e fondarono il Partito comunista d’Italia ( poi, nel dopoguerra, diventato Pci, partito comunista italiano).
Questo raggruppamento di Sinistra Italiana pensa, come prime mosse, a formare dei gruppi parlamentari alla Camera e al Senato, e a presentare delle liste alle prossime elezioni amministrative ( ricordiamo, ancora una volta, che si voterà a maggio o giugno 2016 in molte città italiane: le più importanti sono Torino, Milano, Trieste, Bologna, Roma, Napoli, Cagliari.
Secondo i primi calcoli dei sondaggisti, soprattutto della sondaggista Alessandra Ghisleri, di Euromedia Research, un raggruppamento di questo tipo potrebbe attestarsi sul 7-8 per cento.
Alle amministrative, un risultato di questo genere farebbe prendere un bel po’ di consiglieri, e influenzare anche la vittoria dei sindaci.
Alle politiche, il discorso è diverso: se cambia l’Italicum e viene modificato il premio di maggioranza per darlo alla coalizione che prenda il 40 per cento e non alla lista, come prevede ora la legge, Sinistra italiana potrebbe decidere di allearsi con il Pd entrando in coalizione con esso.
Ma se l’Italicum dovesse rimanere com’è adesso, Sinistra Italiana se si presenta da sola, rischierebbe di sparire, per cui dovrebbe chiedere al Pd di entrare nel listone. Lo chiederebbe, dopo la scissione avvenuta?
Ma nessuno ha colto un possibile significato che stava alla base della dichiarazione di Fassina. Forse il deputato di Sinistra Italiana ha mandato un messaggio a Renzi: cambia l’Italicum se no potremmo votare Grillo, e rischi di perdere le elezioni.
Renzi intanto che fa?
Cerca di capire quali siano le reali forze di questa Sinistra italiana, e soprattutto che capacità ha di assorbire altri deputati del Pd.
Sinistra italiana spera che anche Bersani, capo della sinistra Pd, faccia il grande salto e passi con essa. Ma Bersani, almeno finora, non passa, anzi ha criticato quelli che se ne sono andati. Egli continua ostinatamente a difendere l’integrità della ‘’Ditta’’ ( così chiama il partito).
Intanto una cosa è certa: tra le difficoltà, i problemi, che Sinistra Italiana ha da affrontare, ce n’è uno, importante, e forse il più importante: non ha un leader unificante, che si elevi al di sopra degli altri, capi e capetti.
Perché questo è un problema importante? Perché un leader forte, riconosciuto, autorevole, potrebbe diventare un polo di attrazione e di riferimento per altri pezzi di Pd che non condividono la linea e la politica di Renzi, né la sua gestione del partito.
In attesa che questo leader emerga, Sinistra Italiana cerca di parlare alla base degli elettori del Pd: e in questa base ha molte possibilità di trovare consenso, se è vero, comè vero, che gli iscritti al Pd sono drasticamente diminuiti, e che Renzi ha un forte consenso presso l’opinione pubblica, ma forse meno tra gli elettori presenti e soprattutto futuri del Pd..
Per ora Renzi manda segnali ostili.
‘’Non è di sinistra, dice, fare nuovi piccoli partiti che non vinceranno mai. E’ di sinistra invece fare le cose: le riforme, abbassare le tasse’’ ecc.’’
Ma Renzi non ignora, né potrebbe ignorare, che la presenza di una forza di sinistra a sinistra del Pd, e quindi a lui ostile, non è da sottovalutare.
Potrebbe diventare il contenitore e il rifugio di tutti coloro che, a sinistra, non approvano Renzi o che da Renzi si sentiranno delusi.
















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