Ma che sia una! E’ ora di fare sul serio: sospendere l’ecotassa e chiudere il ciclo.
Sono anni che in Puglia si discute di come chiudere il ciclo dei rifiuti e sono altrettanti anni che, estate dopo estate, quando l’emergenza arriva, si ricorre alla solita pezza a colore per evitare di far saltare il banco. Una situazione intollerabile, che mi nausea personalmente, perché da anni propongo possibili soluzioni che cadono nel vuoto. Oggi ci troviamo di fronte al paradosso per cui la Regione, invece di incentivare la raccolta differenziata, chiede sostanzialmente ad alcuni Comuni di sospenderla perché non è in grado di smaltirla, salvo poi continuare ad applicare l’ecotassa (che si applica a chi non raggiunge il 75% di differenziata) anche a quei Comuni.
Alla luce di questo, la prima cosa che si dovrebbe fare è sospendere l’ecotassa per i Comuni salentini che oggi si trovano in questo paradosso. E’ una questione di giustizia e di serietà da cui non si può più continuare a sottrarre. C’è poco da girarci intorno, si tratta di un disservizio la cui responsabilità è imputabile esclusivamente alla Regione Puglia. Ed è paradossale accusare i sindaci – com’è stato fatto nei giorni scorsi - di non volere sul proprio territorio gli impianti di compostaggio, perché questa è una semplificazione con cui si cerca maldestramente di far ricadere sulle comunità locali colpe che non hanno. Innanzitutto è fondamentale stabilire di quali impianti si parla. Se si tratta di grossi impianti da 70mila tonnellate (o più) a combustione anaerobica, non solo i Comuni fanno fatica ad assorbire il disagio sociale che questi comportano in territori in cui è ormai impossibile accendere anche solo un cerino, ma fanno bene a opporsi. Questo genere di impianti, infatti, al termine del processo producono biogas e percolato, un liquido altamente inquinante. Il biogas viene immesso in rete, il percolato viene ulteriormente lavorato e dà origine a quello che viene impropriamente chiamato compost, ma che in realtà è un nuovo rifiuto chimico da smaltire in discarica.
Se vogliamo davvero superare l’impasse dobbiamo pensare, invece, a impianti di piccola taglia – non più di 25mila tonnellate – a digestione aerobica. In questi impianti, attraverso un processo di ossidazione, avviene la trasformazione dell’umido triturato in compost: né più né meno di quanto avviene nelle compostiere di comunità o in quelle familiari.Impianti di questo tipo sono socialmente più “accettabili” e non producono alcun tipo di rifiuto, che è ciò verso cui dobbiamo tendere per chiudere davvero il ciclo.
Altro aspetto fondamentale riguarda il Css, ossia il Combustile solido secondario che si ottiene dallo smaltimento dell’indifferenziato negli impianti di biostabilizzazione. Il Css va bruciato. E come si brucia il Css? essenzialmente in due modi: consegnandolo ai cementifici o alle acciaierie o costruendo termovalorizzatori. Insomma, continuando a inquinare. E questo è ancora più inaccettabile, perché scegliere di continuare a inquinare significa continuare ad avvelenare il territorio e quindi di far ammalare le persone. Ma non finisce qui. Chi si ammala ha bisogno di cure e spesso queste cure avvengono fuori regione. Ebbene, la Regione Puglia spende 206 milioni l’anno per la cosiddetta “mobilità passiva”, ossia per coloro che si curano al di fuori dei confini regionali.
Gli attuali impianti di biostabilizzazione che producono Css sono facilmente convertibili in fabbriche dei materiali e del riuso, da cui recuperare tutto il possibile dalla frazione secca del rifiuto.
Da tempo sostengo che un vero cambio di rotta per la gestione del ciclo dei rifiuti - dalla produzione, alla raccolta e quindi allo smaltimento - passa attraverso la trasformazione dell’Agenzia territoriale regionale in un’Azienda speciale garantisca una gestione integralmente pubblica del ciclo dei rifiuti e quindi degli stessi impianti. Questo è fondamentale per ridurre il rischio di infiltrazioni mafiose e per creare nuova e sana occupazione. Basti pensare che secondo il rapporto 2019 sulle Ecomafie di Legambiente, la Puglia è oggi la terza Regione d’Italia per reati ambientali dopo Campania e Calabria. Un simile modello si fonda sull’introduzione della tariffa puntuale, basata sul principio europeo di “paga quanto produci”, che si può leggere anche come “meno produci, più risparmi” e che ha come obiettivo tendenziale il cosiddetto “rifiuto zero”.
Di tutto questo mi piacerebbe discutere in Consiglio regionale se e quando avremo la possibilità di leggere il nuovo Piano dei rifiuti. Arrivati a questo punto, non ci sono più scuse che tengano.
Consigliere regionale Pd in Puglia
















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