NARDO' - Ai fedeli devoti del Santo, amico dei poveri e sofferenti, che vivono in Nardò del suo fascino “Quando avete fatto tutto quel che vi è stato comandato, dite: 'Siamo soltanto dei servitori. Abbiamo fatto quel che dovevamo fare''.
Solo una estensione del testo sacro, che non è nel vangelo della gioia, ha aggiunto “inutili” che non è propriamente evangelico. Ognuno di noi per quello che è, per quello che fa è sempre figlio di Dio che incornicia come preziosità anche gli scarabocchi da conservare nel cuore.
L’aggiunta ha fatto nella storia millenaria della Chiesa e fa ancora oggi tanto comodo a chi esercita il potere e non il servizio per non dover dire almeno grazie ai “lavoratori della vigna” al termine della loro giornata. Un cumulo di sentimenti contrastanti sono spesso lo stato d’animo nei crocevia straordinari della vita ed ognuno poi li vive nelle modalità e stile personale più diversi. Per me è stata una tempesta violenta scatenata da cocenti delusioni, tradimenti di fiducia, ingratitudine, tristezza, sconcerto...
A cinquant’anni di laborioso ed avversato ministero nell’amata Chiesa del Santo in Nardò, sono stato sollevato dall’Ufficio rettoriale ufficialmente per raggiunti limiti d’età richiamati però come pretesto, in realtà per essere ostinatamente di ostacolo a soluzioni di parte ed interessate con una indebita ingerenza nelle problematiche di restauro del Tempio antoniano.
È così che è stato espugnato da guerrieri di carta nascosti nel cavallo di un dato anagrafico, l’estremo baluardo delle chiese storiche neretine sedi confraternali non ancora fagocitato dalla parrocchia Cattedrale come compimento del progetto quasi segreto dei mercanti del Tempio senza alcuna esigenza reale. Notizia a dir poco sconvolgente diventa il fatto che con la nomina del successore, anch’essa pianificata in segretezza e non invece, com’ è prassi, in solitudine e discernimento, si intende consegnare la Rettoria antoniana proprio nelle mani di quel personaggio singolare noto per il tutto fare e un incredibile potere di bilocazione, attualmente parroco e dirigente di Ufficio curiale, che oltretutto si dà vanto di essere influente e determinante nelle scelte decisionali del Palazzo. Intanto, per la verità, non si sa ora dove collocare proprio lui pur essendo scaduto da circa due anni il suo mandato novennale.
Puntualmente, è riapparsa dal fondo del passato una pagina oscura di storia della Sede rettoriale antoniana allorchè il precedente Rettore don Gregorio Gaballo venne difeso da un popolo inferocito dagli attacchi vergognosi di “quattro cani” (così li apostrofa), confratelli invidiosi dell’Opera antoniana per la quale il nostro si sarebbe addirittura arricchito. Accusavano, compatti, chi per l’erigenda Opera vestiva una tonaca consunta.
Allora la reazione per opporsi all’ingiustizia si spinse fino a “murare” la porta principale della Chiesa ed impedire l’accesso a chi con il mandato episcopale doveva prenderne possesso. Viene da chiedersi: cosa è cambiato in questa periferia geografica della Chiesa dopo oltre settent’anni da quelli eventi?
A ben considerare: forse qualche insignificante dettaglio nella sfera formale di stampo farisaico, niente assoluto o quasi niente nella sostanza di una Chiesa degli ultimi e dei poveri, degli indifesi e scartati che papa Francesco va invocando come KW fondamentale del cristianesimo futuro.
(Lettera di don Fernando Calignano, rettore e prima ancora parroco della chiesa di Sant'Antonio, pubblicata sul suo profilo social)
















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