NARDO' - Caro Direttore, Il PNRR, la storiella della rana bollita e i prestiti esteri, che pagheremo noi classi lavoratrici.
È inutile nasconderlo, quando Draghi è stato chiamato alla Presidenza del Consiglio il compito era salvare le fortune della classe benestante, garantire una nuova accumulazione del capitale, rilanciare una nuova fase neoliberista. Il discorso di Mattarella, di ieri, alla camera per il suo re-insediamento è stato in linea con questo dettato.
Il PNRR, fatto passare come il grande piano che risolleverà le nostre fortune, invece è un prestito e per quanto riguarda l'Italia, questo strumento garantirà risorse per 191,5 miliardi di euro, da impiegare nel periodo 2021-2026. Delle quali 68,9 miliardi saranno sovvenzioni a fondo perduto e 122,6 miliardi saranno finanziamenti in forma di prestiti a tassi agevolati.
Questi regali, ai proprietari dei grossi capitali, sono stati finanziati in larghissima parte sotto forma di debito, che in tempi non lontani si farà pagare alle classi lavoratrici.
Il Piano di resilienza e rilancio (PNRR) è costruito non per affrontare la crisi ambientale e invertire la tendenza, ma per garantire nuovi profitti dei capitalisti italiani a conferma di quanto già visto a livello internazionale con la COP 26 dove ogni paese ricco pensa solo a se stesso.
Tuttavia la crisi di direzione delle classi dominanti, di fronte alla pandemia, non è risolta, anzi. Si esprime nella sua difficoltà a darsi partiti coesi e stabili, superando la frammentazione e in grado di esercitare un'egemonia forte nella società; spinge la classe dominante a ricercare forme istituzionali molto più verticali, presidenzialiste, svuotando sempre più le assemblee parlamentari a vantaggio degli esecutivi, ricercando, in determinati momenti di crisi o impasse, strumenti bonapartistici di gestione del potere, come in parte è avvenuto con il governo e la figura di Draghi.
L’elezione del presidente della Repubblica - che costituisce un’ulteriore modifica nei fatti dello spirito della Carta del ’48, un'anomalia nell’equilibrio dei poteri e delle funzioni di garanzia - con un parlamento frammentato e i partiti divisi tra loro ed anche al loro interno, ha messo in luce tutte queste difficoltà; ha evidenziato anche i limiti della gestione Draghi, il conflitto tra il grand commis del capitale e i partiti che comunque devono rispondere a una base sociale e ottenere consensi nelle scadenze elettorali.
Rileggiamo per un attimo Noam Chomsky, in merito alla crisi pandemica, quando afferma: «In generale, questa crisi è l'ennesimo, importante esempio del fallimento del mercato, proprio come lo è la minaccia della catastrofe ambientale. Il governo e le multinazionali farmaceutiche sanno da anni che c'era la forte probabilità di una grave pandemia, ma siccome non giova al profitto prepararsi a questa eventualità, non si è fatto nulla«.
È come il principio della rana bollita, usato dal filosofo americano Noam Chomsky. Una metafora dei popoli, i quali, accettando passivamente il degrado, le vessazioni, la scomparsa dei valori e dell'etica, accettano di fatto la deriva della società.
La morale di questa storia è, quando un cambiamento avviene in maniera sufficientemente lenta e graduale, sfugge alla coscienza e non suscita nessuna reazione, nessuna opposizione da parte dei popoli. Vale per le rane come per le persone.
La stessa Rosa Luxemburg, in merito ai prestiti esteri, descrive, già nel 1952, che il susseguirsi di prestiti (nel nostro caso PNRR) internazionali progressivamente trascinano un popolo in un abisso senza fine. Ella mostra che le condizioni imposte, ai suoi tempi, dai banchieri britannici rendevano impossibile il rimborso del capitale, al fine di pagare gli interessi si rendevano necessari nuovi prestiti.
Rosa Luxemburg mostra come il capitale britannico si fosse accaparrato, a prezzi stracciati, ciò che ancora apparteneva allo Stato, e una volta ottenuto ciò, come il governo britannico, a trovare un pretesto per invadere militarmente l'Egitto e stabilire il dominio, che ricordiamo, durò fino al 1952.
Dunque, lo scenario è questo: negli ultimi mesi un ulteriore attacco alle condizioni di vita delle masse popolari si manifesta con un consistente rilancio dell’inflazione, in particolare dei prodotti energetici che determina una forte pressione su molti settori produttivi e soprattutto un forte aumento dei prezzi dei beni di prima necessità. La ricaduta sulla vita delle classi lavoratrici e popolari è enorme, dati i loro livelli salariali e di stipendio, tra i più bassi dell'Europa, per non parlare poi dei pensionati e della condizione di estrema precarietà lavorativa di tante persone. E’ questa la crisi sociale di cui non si parla, ma che in termini di costi continueremo a pagare, come diceva la Luxemburg, e che difficilmente reagiremo perché siamo come la rana di Chomsky.
Grazie Direttore.
Maurizio Maccagnano, sindacalista dissidente
















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