NARDO' - Caro direttore, ascoltiamoli, sono nostri figli e nostri nipoti.
Oggi in 40 città, nelle piazze d’Italia, gli studenti stanno manifestando con uno slogan significativo, “Non si può morire di scuola”.
A scatenare la protesta è stata la morte dello studente Lorenzo Parelli, di 18 anni, schiacciato da una putrella in una fabbrica di Udine nel suo ultimo giorno di tirocinio. Una forma di alternanza scuola-lavoro tipica degli istituti professionali. Istituita al tempo della mirabolante riforma della “Buona Scuola”, introdotta dal governo Renzi nel 2015 e votata da tutto il plaudente centrosinistra, essa si presentava per quello che si rivelerà essere: propaganda ideologica per far credere ai giovani che quell’esperienza sarebbe stata utilissima per trovare lavoro al termine degli studi, tutto ciò mentre il tasso di disoccupazione giovanile oscillava intorno al 30%.
Un incidente statisticamente prevedibile in un Paese dove ogni giorno ci sono in media quasi quattro morti sul lavoro. Un malessere che viene da lontano. Gli studenti dicono, «Siamo una generazione senza sogni e aspettative, e questo ci fa essere così arrabbiati», È da questa estraneazione che la scuola dovrebbe ripartire per fare dell’apprendimento un processo di acquisizione e arricchimento di competenze e capacità, di curiosità per ciò che non si sa, al fine di formare cittadini e cittadine consapevoli, dotati di spirito critico e interrogante. «La scuola deve formare persone capaci di scegliere e non soggetti funzionali al mercato del lavoro», dicono oggi studenti e studentesse in lotta nelle piazze. Ascoltiamoli, sono nostri figli e nipoti.
Maurizio Maccagnano, sindacalista dissidente
















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