NARDO' - Dalle "palle del Toro" in poi, l'urbanistica racconta molte cose: Non cultura, ma forza. Non stratificazione della memoria, ma sostituzione. Non restauro dell’identità, ma colata di cemento che regola e, all’occorrenza, cancella.
Caro Direttore, ci sono decisioni che, sotto l’apparenza neutra della tecnica, tradiscono una visione del mondo. La demolizione della scuola di via XX Settembre non è stata soltanto un atto amministrativo: è stata una scelta simbolica, un gesto politico nella sua forma più esplicita. Un monito, verrebbe da dire. E i moniti, si sa, non sono mai innocenti.
Ogni comunità si racconta attraverso i propri segni. All’ingresso della nostra amata Nardò, il benvenuto è affidato alle "palle del Toro": un simbolo vigoroso, inequivocabile, che celebra la forza. Nulla di male, in sé. Ma quando la cifra di una città diventa esclusivamente muscolare, quando l’immaginario collettivo si appiattisce sull’impatto e sull’imponenza, allora anche le scelte urbanistiche finiscono per parlare lo stesso linguaggio. Non cultura, ma forza. Non stratificazione della memoria, ma sostituzione. Non restauro dell’identità, ma colata di cemento che regola e, all’occorrenza, cancella.
Dalle macerie di via XX Settembre è nata la nuova scuola nella zona 167. Costruita nei tempi previsti, con i fondi del PNRR spesi fino all’ultimo euro. Un plauso, senza ironia, per l’efficienza: in un Paese dove i finanziamenti evaporano con la rapidità delle promesse elettorali, completare un’opera pubblica rispettando tempi e bilanci è meritorio. Ma amministrare non è soltanto far quadrare i conti. È decidere quale idea di città si vuole costruire.
Non siamo di fronte a un’Araba Fenice che rinasce dalle proprie ceneri, né al celebrato “Modello Caivano” in salsa neretina, evocato forse più per suggestione che per sostanza. Siamo davanti a una struttura moderna, dotata di comfort e tecnologie avanzate, inserita però in un quartiere che da anni vive una condizione di abbandono sociale e culturale. Qui sta il punto: la scuola non è un oggetto isolato, è un organismo che respira l’aria del contesto in cui è collocato.
Immaginare che i nostri bambini debbano giocare in un campetto affacciato su balconi pericolanti, circondati da edifici che raccontano incuria e marginalità, significa consegnare loro un’immagine ambigua del futuro. Più riformatorio urbano che laboratorio di cittadinanza. Più contenimento che emancipazione. E non è questione di estetica: è questione di simboli interiorizzati. I luoghi educano quanto i maestri.
Si è scelto di demolire invece di rigenerare. Di trasferire invece di ricucire. È la politica della sostituzione, non quella della trasformazione. Si abbatte ciò che è imperfetto e lo si rimpiazza con qualcosa di nuovo, confidando che la modernità dell’involucro supplisca alle fragilità del tessuto. Ma la città non è un plastico, è un organismo complesso. E senza pianificazione, senza una visione che integri scuola, quartiere, servizi, cultura, si rischia di spostare il problema di qualche chilometro, non di risolverlo.
Manca, soprattutto, l’idea che la cultura sia un bene immateriale decisivo. Non un’appendice imposta dalla normativa, non un capitolo di spesa da compilare per dovere, ma un ascensore sociale autentico. Quella che qualcuno, con aria di sufficienza, definirebbe “metafisica del bene immateriale” è in realtà la sostanza stessa di una comunità. Senza memoria, senza emozioni condivise, senza luoghi che parlino alla coscienza collettiva, la scuola diventa solo un edificio efficiente.
Chi, come il sottoscritto, ha creduto nel civismo di Emiliano - capace di imbarcare sensibilità diverse in nome di una sintesi alta - deve oggi riconoscere una responsabilità: aver forse contribuito, con ingenuo entusiasmo, a indebolire gli anticorpi critici della città. Quando si accetta tutto in nome dell’unità, si finisce per non distinguere più tra sintesi e sommatoria, tra visione e gestione.
Oggi subiamo una politica che sembra fondarsi sul muscolo della demolizione. Si governa con la ruspa, si comunica con l’inaugurazione, si misura il successo con il taglio del nastro. Ma si è smarrita la passione, e soprattutto il dubbio filosofico - quello che dovrebbe interrogare ogni scelta pubblica: che tipo di cittadini stiamo formando? Che immagine della città stiamo consegnando alle nuove generazioni?
La forza del cemento è rassicurante: è visibile, fotografabile, quantificabile. La forza della cultura è più discreta, meno spendibile in conferenza stampa. Ma è l’unica che resiste alle stagioni politiche.
Senza questa consapevolezza, anche la scuola più moderna rischia di essere soltanto un edificio ben riscaldato, efficiente e tecnologico. Non il luogo in cui si forma una coscienza, ma l’ennesimo monumento alla supremazia dell’immediato sul pensiero.
E una città che preferisce l’immediatezza al pensiero, Direttore, non è una città forte. È soltanto una città rumorosa.
Con osservanza,
Vincenzo Candido Renna
















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