PDM - Un nuovo racconto breve di Paolo Congedo.
AL SUO FIANCO, IN SILENZIO
Il sole filtrava appena, nella sua stanza da letto. Lei, sotto le lenzuola
quanto basta, le labbra socchiuse e il respiro regolare. A tratti, come uno
spasmo, un singulto. Lei era l'archetipo di donna che avrei amato, con cui mi
sarei lasciato andare con tutti i sensi, era donna completa. Le sue labbra
sagomate e la sua pacatezza, il gentil modo, mi colpirono la prima volta che la
vidi. Il suo caschetto nero e la sua preparazione, l'intelligenza, fecero il
resto. Donna e madre.
Controvoglia, aprì gli occhi assonnati e li diresse verso il letto, vicino,
dove sua sorella dormiva ancora beata.
Si fece coraggio e mise fuori dalle lenzuola, ancora tiepide, il piede destro.
Poi anche quello sinistro fece la sua parte e si fermò, seduta e sonnecchiante,
a pensare alla sua vita. La sfiorai appena, con un bacio leggero sulla tempia e
lei sentì e sorrise.
Si avviò in cucina cercando di fare il minor rumore possibile anche se aveva
voglia di scuotere sua sorella e di svegliarla urlandole in un orecchio: la
notte prima avevano ascoltato insieme la radio e il dj le aveva salutate in
diretta. Che risate si erano fatte. Subito dopo lei si era messa a dormire
mentre la sorella, con la luce accesa, leggeva un romanzo. Lei aveva faticato a
chiudere occhio.
Aprì il frigo e mise fuori il brik del latte. Quella confezione in tetrapak l’
aveva odiata da sempre: non c’era poesia nella forma.
Le cinsi la vita e la tenni stretta per pochi attimi e lei tirò indietro la
testa, poggiandola sulla mia spalla, e socchiuse gli occhi.
Mi piaceva da morire abbracciarla: lei era stato il mio unico amore. Prima di
lei il nulla, dopo di lei solo il veleno.
Divorò con foga i biscotti immersi nel latte e scappò in camera per vestirsi.
Sua sorella la guardava da sotto le lenzuola e sorrideva pensando alla notte
precedente, ai lamenti di lei, a quando si era alzata dal letto, sonnambula, e
si era diretta verso la veranda. Ci avrebbe pensato nel pomeriggio a farle il
resoconto perché lei, ovviamente, non ricordava nulla di quanto era accaduto.
Indossò un paio di jeans e una camicia leggera, chiara. Un foulard a dare il
tocco di classe. Inforcò i grandi occhiali da sole e si avviò al lavoro, io le
tenni dietro.
Come ogni mattina, negli ultimi dieci mesi, non riuscì a resistere dal passare
da casa dai miei. Tornare nella mia camera la faceva stare bene. Salutò mia
madre, che la strinse forte e si avviò silenziosa. Era tornata triste e non
riuscivo a strapparle un sorriso, uno dei suoi…
Come sempre si sedette sul mio letto ed io affianco a guardarla. La libreria…
Afferrò ‘l mal de’ fiori di Carmelo bene, il mio regalo per lei. Sfogliandolo
cadde una lettera, scritta a mano, una grafia incerta.
- Ho provato a scrivertelo perché volevo che tu lo sapessi da me, con parole
garbate, senza eccesso di tono. Volevo che tu sapessi quanto t’ho amata e di
quali malinconie ti accarezzavo, di quale gioia ti amavo in silenzio. Si, in
silenzio. Il silenzio che ci ha tenuti distanti e il silenzio che non mi farà
più vivere. Questo ricordo ti te: la distanza. La distanza che mettesti fra noi
quando decidesti di amare l’altro.
Ho un ottimo ricordo di te, non credere. Mi ricordo tutto, fin nei dettagli.
Ricordi? Te lo dissi qualche giorno prima che, qualcosa, in me, si spezzasse.
Senza rancore, ma senza nessun sentimento, neppur minimo, che mi lega a te, ti
abbraccio. Ti abbraccio e ti auguro tanta vita, la mia, se stai leggendo queste
righe, sarà finita con la tragedia.-
Fu allora che si aprì il varco e oltrepassai la luce.
Lei piangeva ancora.















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