PDM - Il nuovo racconto della domenica con un Paolo Congedo affamato. Buona domenica e buon pranzo.
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BUON PRANZO
Forse, banalmente, fu solo tenerezza quella che provai quella mattina, nel centro di Caprarica. Lei, sulla ottantina ma ancora pimpante, alle prese con il traffico e, soprattutto, alla guida della sua cinquecento dalla vernice ancora originale - che lasciava trasparire la necessità di una rinfrescatina-, procedeva senza fretta e noi ne avevamo ancor meno.
Per noi, tutto era vita ed era un ripetersi di eventi e di giorni. Per noi il tempo aveva subito un collasso ed era rimasto quello di sempre, quello di Sophie Marceau e lei era ancora la mia mela ed era, soprattutto, la mia Eva. Sapienza e tentazione. Era ciò che avevo sempre cercato, ed era più di quanto avessi potuto mai desiderare.
Inforcai gli occhiali e li indossai sostituendoli a quelli da sole. E gli occhiali da vista avevano una lente scheggiata ma a me non importava più nulla dell'eredità da vanesio che avevo ereditato dai miei anni giovanili. Adesso avevo lei, e questo mi saziava. Questo mi gratificava appieno.
Ricordavo sempre gli anni in cui eravamo stati lontani, come gli anni del lutto. Ricordavo quegli anni e non potevo fare a meno di piangere. Piangevo anche allora e in quei tempi potevo permettermi solo quello. Il resto erano lussi impossibili.
Dei primi anni del nostro incontro, ricordo la tenerezza con cui la guardavo mangiare e ancora oggi, a pensarci, la rivedo come fosse davanti ai miei occhi increduli. Increduli che lei mi fosse predestinata.
Giorno dopo giorno la vivevo e di lei mi mancava tutto. Eppure l’avevo vicina.
Mai una volta ricordo di essermi saziato con la vista, mai una volta ricordo di essermi saziato d’averla vicina. Stretta.
Eppure oggi era al mio fianco e lo sarebbe stata per sempre, perché lei era il mio “per sempre”, lei mi gratificava di sogno.
Le misi una mano sulla gamba e la guardai ancora una volta, come allora. Lei sollevò lo sguardo, se pur lentamente, e strinse gli occhi, sorridendomi. Io le carezzai il mento ancora fresco e le sussurrai un “ti amo” da bocca affamata.
A casa ci aspettava un presepe che avevamo curato fin nei dettagli nella disposizione delle luci. Avevamo raccolto il muschio insieme e lo avevamo selezionato. Era importante avere del muschio profumato, in casa, era importante sentire gli odori di una primavera che avevo colto tardi.
Rallentai scalando in seconda, mentre il traffico iniziava ad intasarsi. La signora del chiosco di fiori, all’angolo, ci sorrise. Noi ricambiammo sereni, fermi al semaforo mentre un ragazzino attraversava con lo skate.
Mi piaceva sentire il rombo della mia macchina ma ancor più mi deliziava scoprirmi intento a nutrirmi di lei.
Arrivati a destinazione, aprì lo sportello e feci il giro: lei mi aspettava sempre con un sorriso. Le aprì la portiera e la presi in braccio. Quanto adoravo il tragitto che mi separava da casa. In quegli istanti lei era mia come non mai, in quegli istanti il suo profumo mi invadeva le carni e di lei amavo la vita.
Con difficoltà aprì la grata e la porta. Poi la posai sulla sua sedia a rotelle e ci avviammo in cucina.
Buon pranzo.















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