PDM - Liberamente tratto da: Desisti. Ma non è un consiglio!
Il profumo inebriante dei narcisi mi permeava, dandomi possibilità, nel contempo, di sentirmi solo eppure in compagnia di me stesso. Un po’ come riprendere la sua stessa storia e ritornare a specchiarsi nelle acque, evitando la compagnia della ninfa Eco. Il narciso profuma per se stesso e non lascia spazio agli odori né alle forme di quanti lo circondano. Il narciso si bea di suo e si carezza piano e per ogni sguardo rubato dai passanti, lui non si cura: non vive per loro. L’ingerenza del fiore può portare alla morte.
Il mio 2013, per essere franchi, iniziò all’insegna di un fiore meraviglioso che, per associazione, mi portò allegria: l’ibiscus. Di colpo mi tornò alla mente il viso sereno di Renata Fonte, in quella storica foto che la ritrae con un ibiscus schiuso fra i suoi capelli lunghi. Pareva quasi si sentisse al sicuro sotto l’egida di quel fiore rosso. La storia le diede torto, non bastò il rosso della sua passione a proteggerla.
Il bouquet che avevo fra le mani era composto da queste due varietà di fiori meravigliosi e solari. Un po’ di nebbiolina metteva pace fra le due varietà. Io procedevo di buona lena, anche se l’animo era chiuso in sé stesso e l’umore viveva di emozioni altalenanti. Andavo a trovarla, andavo nel sancta sanctorum che le avevo dedicato e andavo per darle l’addio definitivo, l’addio incondizionato. Percorrevo, per l’ultima volta, il tragitto che ci avrebbe visti insieme.
I ricordi si accavallavano e sovrastavano gli stessi, un po’ come una corsa di cavalli e le sue urla ad incitarli e lo scalpiccio degli stessi scommettitori incalliti che attendono di ritirare il premio.
Tutto era stato sofferto in quel rapporto, fin dall’inizio, e il tragico epilogo da tragedia greca, mai era stato ipotizzato, mai nessuno poteva immaginarlo.
…quante notti trascorse al suo fianco e quante carezze le avevo soffiato… Ricordo la mia notte che le regalai nell’assoluto entusiasmo che mi tenne sveglio fino al mattino che mi trovò innamorato come non mai.
Avevo vissuto. Avevo vissuto e le avevo regalato i miei sogni, tutti. Anche quelli di cartoncino su cui si intagliavano i cuoricini come quelli che si regalano i teenager.
Forse un giorno l’avrei dimenticata, forse un giorno l’avrei odiata maggiormente, ma non quel giorno. Quel giorno era speciale e sanciva la nostra rottura, il distacco senza ripensamento ma pieno di rammarico.
In quella prospettiva mi avviai verso la separazione.
Giunto ai margini del campo, annusai a pieni polmoni e mi vennero gli occhi dolci al pensiero di lei. Poi mi premurai di spezzare il gambo, ad uno ad uno, dei fiori che la rappresentavano e lanciai lontano il bouquet.
Sulla strada del ritorno, quasi per una combinazione di quelle impossibili, lei mi incrociò. Era in macchina. Rallentò fino a fermarsi ma lasciò chiuso Il vetro del finestrino. Io la guardai con viso schifato. Non era più lei. Lei, lei era un’altra cosa, cantavano i Toromeccanica.
Le diedi le spalle e continuai il mio cammino: ero vedovo.
Il racconto è liberamente ispirato all'ultima fatica dei Toromeccanica: Desisti
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