NARDO' - "Ascoltando le note della canzone di Fabrizio De Andrè mi accingo a scrivere riguardo alla prima puntata della trasmissione di Fabio Fazio e Roberto Saviano, in cui si è parlato - a mio parere, male - della mia città, Nardò. Stimo e seguo i due giornalisti, ma mi sento in dovere di far luce sulla vicenda, con alcune puntualizzazioni, perché spesso - sicuramente in buona fede - in queste trasmissioni si rischia di generalizzare e, di conseguenza, mal informare".
Quella del caporalato è una triste piaga che segna il nostro territorio. E non è affatto uno spettacolo gradevole vedere uomini sfruttati, mentre noi autoctoni ce la godiamo, d’estate - com’è giusto che sia - magari mangiando una frisa salentina con gli stessi pomodori che raccolgono i lavoratori sfruttati, piuttosto che una succosa anguria, frutto della terra e - anche questa - del loro lavoro. Tuttavia, mi cimento nell’arduo compito di parlare di questo fenomeno, cercando il più possibile di arginare la discussione dal fiume, inevitabile, di retorica.
Nella trasmissione, a mio parere, Yvan Sagnet è cascato nel tranello in cui spesso si rischia di cadere in quei casi: un po’ troppa retorica, luoghi comuni e un tratto un tantino troppo forte nel rimarcare gli aspetti - per carità, lungi da me negarli, o peggio, nasconderli - tristi e negativi della vicenda. È tremendamente vero che il fenomeno del caporalato è una sciagurata piaga che esiste nel nostro territorio, in cui l’estate si riversano uomini disposti a tutto per sopravvivere, e quindi facili vittime dello sfruttamento.
Voglio però attirare l’attenzione dei lettori su ciò che da Yvan non è stato detto durante la puntata: a fronte di una ventina abbondante di caporali, ci sono tanti volontari della Caritas, che hanno dimostrato solidarietà verso gli immigrati, dal fornire coperte all’organizzare eventi pubblici per sensibilizzare la cittadinanza (ricordo, ad esempio, le partite di calcetto o il concerto NoCap). Certamente queste iniziative servono a poco, non salvano queste povere anime da una tale tragedia, ma non credo che, per questo motivo, debbano passare sotto silenzio.
Nardò, non dimentichiamolo, non è nuova all’accoglienza. Sempre senza retorica - lo sottolineo, a costo di ripetermi - voglio ricordare che la mia città è stata insignita della Medaglia d’Oro per l’accoglienza ai profughi ebrei alla fine della seconda guerra mondiale (Jakob Ehrlich e Santa Maria al Bagno possono testimoniarlo). Quindi, perché mai avrebbe dovuto, secondo un inspiegabile gioco da due pesi e due misure, dimostrare intolleranza e inciviltà verso gli immigrati, che vengono nel Salento in cerca di una minima fortuna? Voglio ricordare che l’attuale amministrazione, guidata da Marcello Risi, ha pagato di tasca propria il viaggio da Nardò a Foggia per gli immigrati che si trovavano nella nostra città. Non certo un gesto che si addice ad un comune intollerante. Inoltre, la provincia di Lecce ha stanziato 35.000 euro l’anno per l’acquisto di varie tende dove far dormire i lavoratori. Nel luglio del 2011 il Rotary club di Nardò, in collaborazione con l’amministrazione comunale, ha donato 30 lettini destinati alla masseria Boncuri, dove si trovavano gli immigrati. Sempre a luglio la Nuzzaci Costruzioni, grazie al comune di Nardò, in collaborazione con l’associazione Alla conquista della vita, ha donato 100 giubbetti catarifrangenti ai lavoratori della masseria Boncuri, in quanto percorrevano spesso a piedi tratti di strada molto pericolosi, come quello che collega la zona industriale al centro della città di Nardò. Nello stesso mese, gli assessori della regione Puglia Dario Stefàno ed Elena Gentile sono venuti a Nardò, al fianco dei lavoratori, per informarsi di persona sulle condizioni igienico-sanitarie del luogo in cui gli immigrati lavoravano. La regione ha anche stanziato del denaro per poter dare al campo acqua pulita e condizioni dignitose e si è messa a completa disposizione per l’individuazione dei caporali, attraverso una collaborazione con i lavoratori, con la polizia locale e con la Prefettura
Venendo ad oggi, è stato deciso di convertire il CDA (centro di accoglienza) in cui vengono ospitati gli immigrati in CARA, ossia un centro richiedenti asilo, che resterebbe in funzione non più limitatamente ai tre mesi estivi, bensì per la durata dell’intero anno. Adesso, giunge naturale e immediata una semplice e spontanea considerazione: se abbiamo già dimostrato di non essere in grado - nonostante l’impegno profuso dai volontari - di soddisfare il bisogno di solidarietà di questi uomini che vengono da noi in cerca di lavoro e, per le cattive condizioni di vita, arrivano a cadere a terra stremati, come possiamo permetterci un centro attivo per tutto l’anno? Oltretutto, a causa della crisi del settore - si stima una quantità del raccolto ridotta del 50% - gli immigrati impiegati nei campi lavorerebbero conseguentemente di meno. Il CARA, per questi motivi, risulterebbe essere quantomeno insensato. Se a stento si riesce a garantire una sistemazione dignitosa ai lavoratori per un periodo di tempo limitato, figurarsi cosa potrebbe accadere se i richiedenti asilo dovessero vivere in queste condizioni per 365 giorni l’anno. Se in casa propria non si ha la possibilità di ospitare, di certo non si tiene - a maggior ragione - l’ospite più tempo del dovuto. Altrimenti, già le notizie corrono veloci (e sbagliate); si rischia di farle diventare veritiere.
Francesco Onorato #ComunitàMilitanteAndareOltre#

