SALENTO - PdM intende partecipare a questa giornata di riflessione e propone l'intervista realizzata dal direttore della portella del cuore a Tilde Montinaro, sorella del caposcorta di Giovanni Falcone, Antonio.
La voce di Tilde Montinaro è secca, decisa, perentoria: “non bisogna abbassare la guardia nemmeno adesso che hanno preso di mira i nostri figli: la mafia non si combatte se si piega la testa”. Ma poi si scioglie, in una lenta e malinconica riflessione, quando pensa al dolore di questi nuovi martiri e lo associa a quello che ha dovuto affrontare, vent'anni fa, sua madre.
La signora Montinaro è la sorella di Antonio, caposcorta del giudice Giovanni Falcone ucciso nell'esplosione di Capaci nel maggio del 1992. Ma non è questo l'unico episodio che collega la sua storia personale con la tentata strage di Brindisi; no, il filo è doppio perché fu sua madre, diciassette anni fa, ad inaugurare proprio quell'istituto, teatro dell'attentato. La donna è morta l'anno scorso, l'otto maggio, a Calimera, e quest'anno l'associazione contro tutte le mafie, Libera, per ricordare la sua scomparsa ha "battezzato" un vino coltivato nelle terre sequestrate alla Sacra Corona Unita proprio con il nome di Antonio Montinaro. Fili che si incrociano.
La signora Tilde sta per partire alla volta di Brindisi, per partecipare alla manifestazione nonostante debba essere celebrata la comunione della figlia: “è una questione morale, un moto della coscienza: non riesco davvero a restare qui e sento il dovere di andare e di unirmi agli altri. So che c'è don Ciotti e farò di tutto per raggiungerlo”.
Tilde Montinaro ha una associazione, Nomeni, che sensibilizza contro i comportamenti mafiosi. E' lì che ha trasformato il suo dolore privato in impegno civile e quotidiano: “battersi è una parola troppo grossa perché, a volte, non si sa neppure contro chi si starebbe combattendo”.
“Noi dobbiamo avere, innanzitutto, il coraggio di provare la paura. E' uno stato d'animo che non dobbiamo perdere mai – dice - perché ci tiene in allerta. Poi bisogna avere un altro coraggio: quello di alzare la testa ed andare avanti perché tentano continuamente di completare il loro disegno, di portarci lì dove volevano: in un clima di questo genere, in cui vige il terrore”. Spiega che le similitudini con quanto accaduto vent'anni fa ci sono; pare come se – oggi come allora – qualcuno voglia mandare segnali allo Stato in un momento di transizione e di incertezza dal punto di vista politico e sociale.
Ma perché prendere di mira una scuola? “Perché in questo modo hanno attaccato i figli di tutti noi, il bene più caro di cui si dispone. E' il tentativo reale di terrorizzare, di far rinchiudere la gente dentro casa per custodire ciò che si ha senza pensare a quel che accade fuori”. Vogliono farci chiudere gli occhi.
“E' un disegno terribile – spiega - ma dobbiamo attivare i nostri anticorpi: non bisogna fermarsi perché altrimenti non avrebbe senso il lavoro fatto fino ad oggi né la testimonianza di quanti sono stati uccisi, le loro opere, la loro attività. A partire da chi non c'è più come Borsellino, Falcone, mio fratello Antonio, Vito, Rocco ed i ragazzi che lo hanno seguito per tanti anni e poi dal '95 tutto il lavoro che ha svolto Libera. Non bisogna arrendersi ma uscire da casa e continuare a testimoniare”.
Per la sorella del giovane Antonio, morì che era solo trentenne, ogni momento della giornata è un ritorno al passato, in viaggio a ritroso nel vortice di quei giorni: “sì, ma mi creda – e la voce si scioglie, il respiro rallenta - il mio primo pensiero di oggi è andato immediatamente ai genitori di quella studentessa. Ho rivisto il grande dolore, la sofferenza di mia madre e il suo sopravvivere a tutti questi anni”.

