Le mie zie materne, Ines, Giulia e Melania, da giovani, erano tabacchine. Solo molti anni dopo, quando il lavoro nella fabbrica di tabacchi era ormai alle spalle e la pensione aveva rallentato il ritmo delle loro giornate, si dedicarono al ricamo. Ma nella mia memoria sono rimaste soprattutto così: donne che all'alba si incamminavano insieme verso la fabbrica, con il grembiule piegato sotto il braccio e la forza silenziosa di chi affrontava ogni giorno una vita di sacrifici.
Questo ricordo è impresso nella mia mente.
Mi rivedo bambina: avrò avuto cinque o sei anni. Dormivo su una poltrona-letto di similpelle marrone che, di giorno, era una semplice poltrona e che, la sera, mia madre apriva con cura per trasformarla nel mio piccolo nido. Al mattino la richiudeva, restituendo alla stanza il suo aspetto di sempre. La cameretta in cui dormivo era accanto alla cucina e, nel periodo autunnale e invernale, venivo svegliata da un rituale che si ripeteva identico, scandendo il tempo della mia infanzia.
All'alba arrivava lei, la cugina Landa. Il suo vero nome era Yolanda, ma tutti la chiamavamo Landa. Abitava in una traversa laterale della “villa”(Viale delle Rimembranze), situata a ridosso del centro storico e ogni mattina percorreva a piedi le strade ancora addormentate del paese.
Era una bella donna, alta e robusta, dal sorriso buono e dagli occhi gentili. A me sembrava una presenza rassicurante, una di quelle persone che mettono serenità solo entrando in una stanza.
Seguendo un itinerario che si ripeteva identico giorno dopo giorno, passava prima dalle sue cugine Ines e Melania. Suonava al portoncino e loro scendevano in fretta. Insieme raggiungevano casa mia, dove spesso dormiva zia Giulia, che le accoglieva in cucina.
Lì, prima di andare al lavoro si concedevano sempre qualche minuto attorno al tavolo, in un rituale semplice e immutabile che apriva ogni nuova giornata.
Ricordo la luce accesa, il profumo intenso del caffè appena fatto e il sommesso intrecciarsi delle loro voci che riempiva la stanza. Tra racconti, confidenze e risate, sedute attorno al tavolo si scambiavano le novità del paese. Parlavano anche delle balle di tabacco accatastate in fabbrica, dei periti chiamati a valutarne il raccolto e della severità della maestra che vigilava sul loro lavoro. Nominavano spesso “lu patrunu Michilinu”, il proprietario della fabbrica, che gestiva insieme al fratello. Contavano i giorni che mancavano alla paga, quelli necessari per i contributi e condividevano le preoccupazioni di un'esistenza scandita dal lavoro e dai sacrifici.
Tra una chiacchiera e un sorso di caffè affioravano spesso i soprannomi, tracce di un mondo che oggi sembra lontanissimo. Ricordo che parlavano di una parente, chiamata"laPittinessa", perché era alta e magra come un pettine.A quei tempi, molte persone erano conosciute e chiamate più con il soprannome che con il nome di battesimo.I soprannomi nascevano da una caratteristica fisica, dal carattere, dal mestiere o da un episodio rimasto impresso nella memoria del paese. Erano nomi che raccontavano storie, custodivano ricordi e rendevano ciascuno immediatamente riconoscibile agli occhi di tutti.
Io ascoltavo tutto. A volte restavo rannicchiata sotto le coperte, cullata da quelle voci, altre volte mi affacciavo assonnata sulla soglia della cucina per osservare quelle donne già pronte ad affrontare la giornata. Non comprendevo davvero i loro discorsi, ma mi piaceva ascoltarli. Quelle voci avevano qualcosa di rassicurante: erano il suono della famiglia, della solidarietà femminile, della vita che si rimetteva in cammino.
Poi arrivava il momento di andare.
Finito il caffè, prendevano il grembiule accuratamente piegato, lo sistemavano sotto il braccio e uscivano. Non lo indossavano mai prima di arrivare in fabbrica. Si avviavano insieme verso la manifattura di tabacchi dei fratelli Antonio e Michele Orlando, dove le attendevano lunghe ore di lavoro.
Erano giornate dure, di quelle che piegavano la schiena e consumavano le mani. Eppure le mie zie e le loro compagne le affrontavano con dignità e coraggio, senza perdere la capacità di sorridere.
Quando il turno finiva, rientravano a casa stanche, con le dita segnate dal lavoro e l'odore delle foglie di tabacco ancora addosso.
Dopo la loro partenza il silenzio tornava in cucina. Io mi rigiravo nel letto e mi riaddormentavo. Più tardi arrivava la mamma a svegliarmi.
Il profumo del caffè lasciava il posto a quello del latte caldo, dolce e denso, con la panna che affiorava dal pentolino. Mia madre riempiva la tazza di latte in cui adoravo inzuppare i biscotti Doria, quelli con i tre buchi.
Nelle orecchie, però, mi restava ancora l’eco delle voci delle zie e della cugina Landa.
Poi mia madre mi faceva indossare il grembiule e mi sistemava con cura il colletto e il fiocco bianco.
Quando arrivava il momento di andare a scuola, trovavo papà ad aspettarmi con la sua Giardinetta verde. Era lui ad accompagnarmi ogni mattina.
Tra i ricordi più vivi legati a Landa ce n'è uno che ancora oggi mi fa sorridere.
Raccontava spesso un episodio accaduto il giorno della sua cresima. La comare scelta da sua madre, come madrina, non avendo la possibilità economica di farle un regalo, si presentò a mani vuote, e disse semplicemente:-Attendi visita-.
In pratica promise un dono futuro che, però, non arrivò mai.
Landa raccontava quella storia ridendo. Diceva di aver aspettato per anni quella famosa "visita" che nessuno le fece mai. E proprio da quella piccola delusione aveva tratto una battuta che l'accompagnò per tutta la vita. Ogni volta che non poteva fare un regalo a qualcuno, sorrideva e ripeteva: -Attendi visita-.
Le zie scoppiavano a ridere ogni volta. Io le guardavo senza capire il motivo di tanta allegria. Da adulta, ho compreso il senso di quella frase e la leggerezza con cui Landa aveva saputo trasformare una mancanza in un ricordo affettuoso.
Forse era proprio questo il segreto di quelle donne. Lavoravano duramente, affrontavano sacrifici, rinunce e fatiche che oggi è difficile persino immaginare. Eppure conservavano la capacità di ridere, di stare insieme, di trovare un po’ di gioia nelle piccole cose.
Ed è così che le ricordo ancora oggi: nelle prime ore del mattino, attorno a un tavolo di cucina, tra il profumo del caffè appena fatto e le risate che precedevano una lunga giornata di lavoro. Un piccolo mondo di donne forti e semplici, i cui volti e le cui voci porto ancora nel cuore.















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