NARDO' - Il fuoco è un elemento purificatore che simboleggia il desiderio di lasciarsi alle spalle quello che appartiene al passato per rinnovarsi.
Tanti sono i modi di dire utilizzati dai neretini, che fanno riferimento al fuoco: ”fuecu mia”,per esternare un momento di paura, “ha mpicciatu lu fuecu”,per indicare colui che è motivo di lite, “no scherzare cu lu fuecu”,per avvertire che non bisogna affrontare i pericoli con leggerezza.
Il culto di S. Antonio Abate (denominato “Sant’Antoniu ti lu fuecu” in volgare neretino) risale ai primi secoli dell’era cristiana e si estende in occidente grazie ai bizantini. La sua diffusione nel meridione si spiega con il carattere ascetico del suo monachesimo e la tradizione rurale del culto. Il Santo era particolarmente venerato in campagna, tanto che il 17 gennaio, il giorno a lui dedicato, si faceva cominciare l’anno agricolo. La data segnava un momento importante per l’agricoltura perché scandiva il tempo tra le semine e i raccolti.
S. Antonio fu il fondatore del monachesimo orientale, il protettore degli animali domestici, (in particolare del maiale) e il guaritore dell’ “herpes zoster”, volgarmente denominato “fuecu ti sant’Antoniu” (fuoco di S.Antonio),Guariva le persone affette da questa malattia spalmando un emolliente ricavato dal grasso del maiale.
Tanti sono i racconti e leggende legati alla figura del Santo. Si racconta che l’eremita, originario dell’Egitto, lottasse per strappare le anime dagli inferi e che disceso nell’inferno avrebbe furtivamente preso un tizzone di fuoco che poi avrebbe portato sulla terra per donarlo agli uomini.
Il falò ricorda il legame tra il fuoco e il Santo, strenuo oppositore dei diavoli e delle fiamme dell’inferno.
Tra le tradizioni neretine legate alla festa dedicata al Santo ricordiamo il pellegrinaggio alla cripta di Sant’Antonio Abate, ubicata presso la masseria Castelli Arene, dove anticamente si faceva una veglia di preghiera e la proclamazione del Vangelo in lingua greca. Seguiva l’accensione della focara e la degustazione di pettole e vino.
Nel centro storico, nel pomeriggio della vigilia della festa di Sant’Antonio si faceva una processione a cui partecipavano gli animali, con un fiocco rosso legato al collo. La processione si concludeva in Piazza Osanna con la benedizione del bestiame. Dopo tutti si disponevano attorno ai falò rionali per accendere la “focara” e per recitare il Santo Rosario e le Litanie. La focara era allestita con ”sarmente“ (tralci di vite) recuperati dalla rimonda dei vigneti e “taccari” (legni secchi). Tutti si impegnavano nella raccolta della legna per realizzare una pira maestosa in modo da competere con gli altri rioni. Sulla sommità si issava l’effigie del Santo e all’interno si inserivano dei fuochi d’artificio. Il clima allegro e conviviale favoriva la preparazione di lunghe tavolate e di abbondanti grigliate. Sulla brace si arrostivano fette di pane casareccio, fettine di cavallo, costate di maiale, salsicce aromatizzate con frasche di mirto e “mboti” (involtini preparati con interiora di agnello avvolti da budelline). Si gustavano anche le “pettule” (palline di pasta lievitata e fritta). Il tutto annaffiato da ottimo vino rigorosamente fatto in casa. Era una festa a cui non potevano mancare canti e balli. Il paese era pervaso da odori, suoni e bagliori. Il crepitio delle fiamme stupiva ed affascinava piccoli e grandi. Alla fine, gli ultimi tizzoni rimasti si raccoglievano nei bracieri e si portavano a casa per riscaldare le stanze oppure nello “scarfaliettu” o nella “monica” per riscaldare il letto prima di andare a dormire. Le ceneri invece venivano raccolte nelle “limbe” (contenitori di metallo smaltato) e utilizzate per fare”lu cofanu”(il bucato).
Alcune di queste tradizioni continuano ad essere tramandate nel tempo per trasmettere alle nuove generazioni la devozione al Santo e i riti e costumi del territorio.
Mariella Adamo e Lucia Bove.
















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