NARDO' - “Non dobbiamo abituarci alla guerra, anzi bisogna respingere come una tentazione il fascino degli armamenti potenti e sofisticati". Quanto è vero questo grido di dolore di Papa Leone XIV che purtroppo ci fa prendere atto della verità che l'umanità è più vicina a una guerra nucleare con conseguenze umanitarie e ambientali catastrofiche.
Una singola detonazione nucleare su qualsiasi grande città causerebbe vittime di massa, travolgerebbe i sistemi sanitari, innesterebbe un'interruzione del clima globale e una carestia che potrebbe colpire milioni di persone.
La guerra e la violenza armata incentivano ulteriormente gli Stati a cercare armi nucleari e l'unico percorso affidabile per la sicurezza è la diplomazia e l'eliminazione irreversibile delle armi nucleare. Il percorso per la pace non può basarsi sulle bombe nucleari e sulle truppe pronte alla guerra, ma sul dialogo, la cooperazione e la giustizia sociale; ogni volta che in una parte del mondo scoppia un conflitto e si affida alle armi la soluzione delle controversie ad essere sconfitta è la persona umana.
Mi chiedo se ci stiamo abituando alla guerra con uno stato d’animo che sta metabolizzando quello che sta avvenendo come un qualcosa che non ci riguarda perché apparentemente lontano e con il rischio di divenire vittime della “ cultura dell’indifferenza “ assistendo impotenti a quello che avviene in l’Ucraina, Israele, Russia , Gaza, Iran e negli altri sessanta conflitti attivi in tutto il mondo.
Pensandoci bene il nostro adattamento passivo rispetto al tema specifico della guerra si concretizza in tre atteggiamenti che vediamo diffondersi attorno e dentro di noi.
Il primo è che di fronte a un fatto così enorme come una guerra aperta in terra d’Europa, non possiamo farci niente, siamo spettatori impotenti, non c’entriamo nulla, non dobbiamo dare risposte, non ci sentiamo coinvolti in quello che accade e vogliamo tornare il più velocemente possibile alla nostre occupazionigiornaliere. Di fronte alla sproporzione degli eventi in cui siamo immersi e l’impotenza dell’azione individuale, l’irresponsabilità rischia di essere la cifra distintiva del nostro tempo.
Il secondo atteggiamento è l’adattamento dell’indifferenza pensando che quello che sta succedendo non è un affare nostro ma di altri. Cioè rientrata la paura di una estensione della guerra che potesse arrivare a coinvolgerci direttamente, se la sbrighino tra di loro russi , ucraini, israeliani , palestinesi e Iracheni .
L’ultimo è che la guerra è solamente materia di eserciti e di governi, della Nato e dell’Onu, cioè di tutte quelle istituzioni a cui deleghiamo l’azione concreta.
Questo è l’adattamento dell’idiota, nel senso greco del termine, cioè dell’uomo privato, inesperto e incompetente e perciò del tutto sottomesso a una élite supposta potente, colta, capace, esperta.
Questi tre modi di reagire convergono nel rafforzare una delle tendenze di fondo di una vita sociale in cui ci sembra di sapere tutto, ma diventiamo indifferenti e incapaci di agire, capaci di digerire tutto, anche le situazioni più scabrose compresa la guerra.
C’è però una modalità diversa di prendere atto della situazione e di cambiare. Un’occasione per risvegliarci, un modo per essere presenti diversamente, per dare il nostro piccolo, ma importante contributo.
Noi non possiamo fermare il conflitto ma la nostra umanità si può risvegliare di fronte al dramma di una guerra crudele e accogliere con spirito diverso i rifugiati di queste guerre, diventare costruttori di pace, sollecitati dalla crisi energetica e conoscendo poco quale sarà l’impatto della guerra sul riscaldamento globale accelerare i nostri piani in tema di sostenibilità a partire dal cambiamento dei nostri stili di vita.
Infine la nostra reazione più proficua è quella culturale-politica. Il nostro modo di guardare la realtà va aggiornato impegnandosi prima di tutto a capire un po’ di più il mondo, a conoscerlo nella sua complessità e poi, contrastando il gioco pericoloso che punta a militarizzare gli animi.
A chi ci sta spingendo a pensare alla cultura della guerra e a un pianeta scenario di un conflitto inevitabile con un irrimediabile scontro di civiltà, occorre rispondere e rafforzare il dialogo tra le culture, immaginare confini porosi che siano luoghi di incontro e non di scontro, sostenere una prospettiva politica orientata a rifondare il bene comune della pace e non alla guerra.
Pantaleone Pagliula
















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