PDM - Un Paolo Congedo "per adulti", oggi sulla portella del cuore e non solo.
E li vedevo con quelle facce da travestiti, rozzi e odiosi, e li vedevo strusciarsi l'un l'altro continuamente. Ragazzi, sì, erano ragazzi ed erano puttane ed erano coglioncelli in balia del loro sesso, pronti a tradirle non appena se ne fosse presentata l'occasione. Così andava l'amore, così era da sempre. Così era sempre stato.
Eppure ricordo un tempo fatto di profumi e balocchi. Ricordo il tempo dell'amore. Questo succedeva quando l'autunno caldo lasciava cadere, malinconicamente le foglie rossicce. E le foglie rossicce erano le mie lacrime di gioia.
L'inverno decide per la nuova specie.
I fumi, stagnanti e sottili, avevano impregnato anche i miei calzini a righe -cazzo se mi piacevano-. Avevo passato una mattinata a fare le prove, a guardarmi nello specchio. Alti fin sopra il ginocchio, in cotone pettinato. Colori caldi.
La serata era stata fiacca ma in cucina le friggitrici avevano lavorato ad alti regimi, come sempre e io puzzavo di snack caldo e rancido. Persino la mia pancia iniziava ad afflosciarsi, così come il mio entusiasmo. A sollevarmi il morale, solo l'idea che stava per finire il turno di lavoro. Quelle tre ore di straordinario le avrei scontate con del lavoro in meno. Meglio di nulla. Le avrei fatto la sorpresa e avremmo festeggiato il compleanno allo scoccare della mezzanotte. Proprio come facevamo una volta, da ragazzi e da amati. Da amanti.
Mi accesi l'ultima marlboro light - e ogni volta mi promettevo di ridurle -, lasciandola consumare fra le labbra. La cenere mi insozzava il grembiule bianco, centrando il marchio dell'azienda locale che li produceva. Ancora un quarto d'ora. Ancora un quarto d'ora e avrei finito la serata. Dalla sala volavano bestemmie come in chiesa i sermoni. I boccali colmi di schiuma e birra, come la pioggia futurista di Depero. Un po' per piacere, un po' per dimenticare. Dimenticare.
Tanto la mia donna era a pochi minuti di strada. Questa notte l'avrei tenuta stretta e le avrei ficcato la lingua fino in gola e la mia saliva sarebbe scivolata sulle sue papille gustative, avvolgendomi il cuore.
Era il suo compleanno.
Rosolai ben bene l'ultima bistecca che segnava la fine del mio turno e spalmai sulla piastra un altro cucchiaio di margarina. Se la sarebbe ricordata, questa bistecca. L'avrebbero ricordata lui e il suo colesterolo che sarebbe schizzato fuori dai parametri. Poi appesi al gancio precario il grembiule unto, afferrai la giacca antivento e mi calai il berretto di lana con toni grigi, dai disegni semplici, stilizzati.
Fuori la temperatura era ancora piacevole e la luna, birichina, si divertiva a fare capolino dalle nubi diafane. Per strada il rollio delle gomme e il profumo, che già sentivo, della mia donna, amplificavano la mia aria concupiscente. La salivazione era ad alti regimi.
Parcheggiai nel viale e mi avviai a consumare e ad amarla ancora una volta. Come fosse la prima.
La bottiglia di ferrari alla mia sinistra e nel mio cuore speranze e voluttà.
Apri la porta e subito mi avvolse, accogliendomi come in un abbraccio, il suo odore di donna madre e femmina. Dal riflesso dei mobili laccati e bianchi, mi accorsi che non dormiva. Anzi non dormivano. Eppure l'avevo già perdonata una volta. E lei mi era sembrata così rammaricata per l'accaduto.
In fondo mi rimaneva la scrittura e ne approfittai per scriverle i miei più sentiti auguri.
Io non dimentico,
e come potrei?
Dalle tue labbra
-entrambe-
traboccano abbondanti umori
che non sono i miei,
forse,
o di qualcun altro,
forse.
BUON COMPLEANNO: APRI LE GAMBE, C'È ANCORA SPAZIO















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