NARDO' - L'amico americano fa una capatina in Italia, a Venezia, e noi ne approfittiamo per andare a trovarlo. Per lui è una festa ed è anche l'occasione per salutare, attraverso la portella del cuore, tutti i neritini che sono persone molto speciali ed hanno segnato indelebilmente la sua esistenza. In coda l'articolo tradotto (benissimo, da Serena Marchese!) del Palm Beach Post con la sua incredibile avventura.
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In fuga dai nazisti. Un abitante di Boynton ricorda
Palm Beach Post Staff Writer
Jakob Ehrlich è nato a Sarajevo, ha fatto carriera come cantante jazz a Buenos Aires, ha incontrato sua moglie su una nave proveniente da San Paolo, ed è emigrato negli Stati Uniti più di 50 anni fa.
Eppure, se c’è un ambasciatore perfetto per l’Italia, è Ehrlich, residente a Boynton Beach dal 2000.
“Per me, l’Italia, si identifica con i miei salvatori. Non solo per me, ma per molti, molti altri ebrei”, dice Ehrlich, che ha 78 anni e ringrazia anche i partigiani jugoslavi e musulmani per essere sopravvissuto durante la Seconda Guerra Mondiale.
“Lascia che ti mostri questa” dice Ehrlich, tenendo una foto in bianco e nero della sua famiglia, scattata nel 1938 a Sarajevo. In piedi, mano nella mano ci sono suo padre Isidor e sua madre Erna, che gestiva un piccolo negozio di giocattoli, la sorella neonata Rifka e Jakob, vestito da marinaretto.
Sebbene Erna fosse solita accendere le candele ogni venerdì sera e pregare, Isidor “preferiva di gran lunga il calcio all’andare alla sinagoga”, ricorda Ehrlich.
Questo si è rivelato una benedizione.
Nel 1941, quando I tedeschi invasero la Jugoslavia – un melting pot di cristiani, musulmani ed ebrei; e di serbi, croati e sloveni – furono i compagni di calcio musulmani che incoraggiarono Isidor a scappare da Sarajevo. Quando il giovane padre provò a convincere gli altri membri della sua numerosa famiglia a fare la stessa cosa, gli risero in faccia. E la maggior parte non sopravvisse alla guerra.
Con l’aiuto di molti dei loro amici musulmani, gli Ehrlich riuscirono a evitare di essere scoperti dai collaboratori croati dei nazisti e abbandonarono Sarajevo facendosi passare per musulmani. Viaggiarono in treno fino a Mostar, un territorio jugoslavo occupato da italiani, tedeschi e croati e restarono lì con una famiglia musulmana. “Avrebbero potuto essere fucilati per averci aiutati” dice Jakob.
Molti giorni dopo, la famiglia prese una corriera per Split, città croata sul mare Adriatico che era occupata dagli italiani. Si sparse la voce che il posto più sicuro per gli ebrei fosse Porto Re, un campo di concentramento italiano.
Lì, all’incirca 700 ebrei dormivano in capannoni circondati dal filo spinato e ricevevano pochissimo cibo. Ma la parte peggiore era il non sapere quello che sarebbe accaduto. “Non sapevamo quello che sarebbe successo, che sarebbe stato di noi”, dice Ehrlich.
Dopo otto mesi, gli italiani spostarono gli ebrei in campo di prigionia sull’isola di Rab nel mare Mediterraneo, dove gli Ehrlich rimasero per poco meno di un anno. Le condizioni erano rigide, ma la famiglia riuscì a restare unita e fuori dalla portata dei nazisti. Tuttavia, quando l’Italia si arrese alla Germania nel 1943, gli italiani abbandonarono il campo, lasciando gli ebrei in una condizione di vulnerabilità.
Alla fine, partigiani jugoslavi comandati dal maresciallo Josip Broz Tito, trassero in salvo gli ebrei e li portarono sulla terraferma a bordo di pescherecci durante la notte, nascondendoli a Topusko, sulle montagne jugoslave. “Da bambino, ero molto fiero della Resistenza”, dice Ehrlich. “Di quanto eroicamente e coraggiosamente Tito ha combattuto quei barbari”.
Quando l’esercito russo si spinse in Jugoslavia, I tedeschi si avvicinarono a Topusko. Questa volta, arrivarono in soccorso i piloti Alleati, atterrando su piste di fortuna illuminate coi falò e trasportando in aereo verso la salvezza centinaia di rifugiati, inclusi gli Ehrlich.
Un ironico rifugio
Dal 1944 al 1947, gli Ehrlich vissero in un campo per rifugiati a Santa Maria al Bagno, un pittoresco villaggio sul mare nel tacco dello stivale che è l’Italia. Isidor ed Erna organizzarono un bancone per il cibo in un parco per sbarcare il lunario, ed Ehrlich iniziò a rimettersi in pari con gli anni di scuola persi.
Imparò l’inglese con un dizionario che suo padre aveva copiato a mano con una grafia piccola e ordinata, e diventò amico dei piloti della Royal Air Force e dei combattenti americani, scoprendo una comune passione per la musica di Glenn Miller.
Senza nulla a cui tornare in Jugoslavia, nessun legame familiare in Italia ed una lunghissima attesa per poter entrare negli Stati Uniti, gli Ehrlich trovarono un ironico rifugio nell’Argentina amica dei nazisti, dopo aver cambiato il proprio cognome in “Erich” ed aver iniziato a farsi passare per cristiani.
In un sobborgo di Buenos Aires, la famiglia godette di una vita libera dalle persecuzioni sotto i Peron. Conosciuto come Jaksa Erich, l’Ehrlich adolescente trovò lavoro prima come corriere e poi come apprendista presso un ottico.
Approfittò anche della sua voce alla Bing Crosby, vincendo un concorso canoro e trasferendosi in Brasile, dove la gente era assetata di musica americana.
Utilizzando il nome d’arte di “Jack Erich”, cantò nei night club ed alla radio. In Brasile conobbe la donna che nel 1959 sarebbe diventata sua moglie, una ragazza cattolica di origini italiane di nome Norma Gianotti, una professoressa di latino che parlava correntemente italiano, francese e naturalmente la sua madrelingua portoghese. (“Siamo sposati da 53 anni – un ebreo e una cattolica”, dice Ehrlich. “Chi l’avrebbe mai detto!”)
Grazie all’aiuto di un filantropo Americano che aiutava giovani immigrati ebrei, Ehrlich e sua sorella riuscirono finalmente ad ottenere il visto per gli Stati Uniti nel 1958. Arrivarono a Miami e proseguirono fino a New York in viaggio che durò due giorni, a bordo di un autobus della Trailways.
Ehrlich ottenne un lavoro lì con American Optical Co., e Rifka trovò lavoro in una farmacia. Mandarono a prendere i loro genitori e la famiglia prese in affitto un appartamento a Brooklyn.
Jakob and Norma, alla fine, comprarono una casa a Long Island, dove nacquero i loro due figli – Paula e Philip – e dove Ehrlich aprì il suo negozio di ottica.
"Il più grande desiderio di mio padre era che io avessi una mia attività”, dice Ehrlich. “Sfortunatamente, io giorno stesso in cui aprii il mio negozio, morì mio padre. Non arrivò mai a vederlo”.
Il suo ritorno a Sarajevo
Norma dice che il lungo viaggio di Ehrlich da Sarajevo al successo negli Stati Uniti, lo ha reso l’uomo che è oggi. “È stato molto forte a sopportare tutte le sofferenze che ha patito” dice lei. “Tutto questo lo ha reso un uomo forte”.
Nel 1966, Ehrlich è tornato a Sarajevo per la prima volta da quando la sua famiglia l’aveva lasciata nei primi anni Quaranta. A mezzanotte, si è ritrovato a camminare per strada cercando la casa della sua famiglia. “Non riuscivo a smettere di piangere”, racconta. “Il vuoto che senti nelle strade dove eri solito camminare…”
Negli ultimi dieci anni, ha riallacciato i contatti con gli amici italiani di Santa Maria al Bagno, dove un museo alla memoria dell’Olocausto onora il significativo ruolo del villaggio nelle vite di tantissimi sopravvissuti nel dopoguerra. Ehrlich dice, “Chi fa una cosa del genere per la gente dimenticata?”
"La memoria lì è sempre viva”, aggiunge Norma.
Ehrlich dice di essere fiero delle sue origini ebraiche, sebbene non si definisca religioso. “Sarò sempre un ebreo, ma non vado alla sinagoga”, dice. “Quando questa cosa terribile mi è successa, ho perduto parte della mia fede. Dov’è Dio quando hai più bisogno di lui?”
Ciò che sa è che l’Italia era lì per lui.
“Sarò sempre grato agli italiani”, dice. “Ho grande stima per questa gente. E ringrazio questa gente”.
















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