Anticamente, a Nardò, a mezzogiorno del Sabato Santo si scioglievano le campane che erano state “ttaccate” (legate, silenti) durante la celebrazione della “Coena Domini”.
Un detto neretino recitava: “Quandu scapulavanu li campane” (quando si slegavano le campane), un’espressione vivace e suggestiva che evocava il suono solenne e festoso delle campane, diffuso nell’aria come un gioioso annuncio della Resurrezione.
Tutte le persone, ovunque si trovassero, compivano il gesto spontaneo e doveroso di interrompere le proprie attività: si fermavano, si facevano il segno della Croce, innalzavano delle preghiere di lode e di ringraziamento a Gesù Risorto e si scambiavano gli auguri.
Nelle campagne, i contadini, colti nel pieno del lavoro, lasciavano cadere a terra i loro attrezzi agricoli, si mettevano “a ginucchiuni” (si inginocchiavano) e si toglievano “la coppula” (coppola) in un silenzioso atto di rispetto e devozione verso il Cristo.
Contemporaneamente nelle chiese si cantava il “Gloria” e si compiva un gesto carico di profondo significato: il panno che velava l’immagine di Gesù Risorto veniva lasciato cadere, svelandone la figura alla vista dei fedeli e annunciando simbolicamente la gioia della Resurrezione.
Nel Sabato Santo, nei vari “pittaci”(rioni del paese), si svolgeva un rito popolare ricco di simbolismo: si dava fuoco alla Caremma, che era un fantoccio raffigurante una vecchia magrissima e dall’aspetto inquietante, simbolo della Quaresima.
La vecchia era vestita di nero, in segno di lutto per la perdita del marito Carnevale, che aveva dissipato tutti i risparmi in cibi e festeggiamenti. Stringeva tra le mani sette taralli, ciascuno dei quali rappresentava una delle settimane che separavano la Quaresima dalla Pasqua.
Quando la Caremma veniva bruciata, esplodevano i “trunetti” (piccoli petardi). Il fuoco non era solo uno spettacolo, ma segnava l’inizio di un periodo di purificazione e di preparazione alla salvezza, trasformando il gesto collettivo in un rito di speranza e rinnovamento.
Per le vie del paese si diffondeva un baccano vivo e contagioso. I ragazzini, armati di bastoni di legno, battevano con entusiasmo su pentole, scatole di latta e vecchi tegami. Colpivano porte, tavoli e spalliere dei letti, raccoglievano cocci e qualsiasi oggetto capace di produrre rumore. Quel frastuono serviva a scacciare il maligno e a purificare l’aria. Così, tra clamori e colpi ritmici, la vitalità dei ragazzi accompagnava l’annuncio della Resurrezione.
In questo giorno, nelle case si preparavano “li milaffanti” (una pastina semplice e genuina, fatta con semola di grano duro, uova, formaggio, sale e prezzemolo). L’impasto veniva lavorato con cura fino a ridurlo in piccoli grumi irregolari. “Li milaffanti” venivano cotti “intra allu brotu di iaddhrina stagghiata” (nel brodo di gallina adulta). Mentre la pietanza cuoceva lentamente sul fuoco, per tutta la casa si diffondeva un aroma caldo e invitante.
Così tra i gesti di devozione, i riti popolari, il frastuono festoso dei ragazzi, i profumi della cucina domestica, il Sabato Santo a Nardò si viveva come un momento di fede, di gioia e di rinascita.
È doveroso ricordare che, nei tempi antichi, la Resurrezione si celebrava a mezzogiorno del Sabato Santo; in seguito il rito fu spostato nelle chiese a mezzanotte, diventando la solenne Veglia Pasquale.
Mariella Adamo e Lucia Bove















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