ANGURIE A 1 (UNO) CENTESIMO AL CHILO!
OFFESA ALLA TERRA, OFFESA AL CREATO
In un supermercato di Nardò c’è un vistoso cartello che pubblicizza per un tale giorno (non vi indico né il negozio né il giorno) la vendita di angurie a 1 (uno) centesimo al chilo! La gente si ferma e guarda. Qualcuno commenta, qualcun altro sghignazza. Cosa tutto questo significa?
- Che forse il mercato è saturo e si è in presenza di una superproduzione.
- Che tante angurie arrivano da fuori e non si riesce a venderle. Né qui , né altrove.
- Che il consumo di angurie decresce. C’è chi dice per la qualità, non quella di un tempo. Per mia esperienza, sono stato alquanto sfortunato. Ne ho comprate alcune. Così e così. Mi aspettavo un più forte odore e, soprattutto, sapore.
Partendo da questa personale considerazione, ho cercato di approfondire, approdando a quello che non t’aspetti. Di angurie ci sono anche quelle buone e buonissime, ci mancherebbe altro, ma si dice che vengano in gran parte esportate. Vendute in blocco con la formula di “vendita sulla pianta”. E’ quello che normalmente succede, col produttore che avvia la filiera diretta, vendendo a un grosso lontano compratore che saprà poi come far fruttare il prodotto. Resta intatta, comunque, la considerazione di una sorta di monocoltura (oltre 1.500 ha e molti di più in passato) che dovrà essere ripensata, con un prodotto che, nel raffronto con molti altri, tende a scadere più in fretta e perdere repentinamente valore, anche per l’arretratezza complessiva di tutto il comparto (tempo di raccolta, stipamento, commercializzazione, vendita, trasporto ecc). Di questo passo è difficile invocare il marchio “angurie di Nardò”. Bisognerà meglio studiare e darsi da fare, volendo anche capire chi sono i veri protagonisti di questa contorta operazione. Non certo il piccolo contadino o l’immigrato-raccoglitore. Lascio a voi giudicare. Sull’argomento ne abbiamo viste abbastanza.
Tornando al supermercato e a quell’avviso, è ben chiaro che si tratta di un’ordinaria operazione pubblicitaria e non c’è speculazione di sorta. E’ bene sgombrare il campo da inutili supposizioni. Resta però l’opportunità. Si tratta di brutta pubblicità, anche offensiva, da evitare e, certo involontariamente, pregna di cinismo o, se vogliamo, priva di sensibilità.
Cosa, dunque, significa, angurie a 1 (uno) centesimo al chilo? Un’offesa alla persona, al buonsenso, al lavoratore, alla terra, al Creato. Se proprio deve essere fatto, farebbe bene quel supermercato ad approntare grosse ceste e regalarle. Un’anguria a ciascun cliente che riempirà il solito carrello. Una gran bella figura e non ci perderebbe niente. E nessuno parlerebbe del centesimo! Ovviamente questa storia dice molto di più. Parla di un mondo agricolo indifeso e avvilito (persiste il dramma della xilella), privo di tutele, dell’abbandono dello stesso settore e relativo consumo della terra. Questo vale per i “piccoli”e non certo per grandi speculatori che alterano la filiera e impongono le loro condizioni. Prendere o lasciare. Che, beninteso, non vale soltanto per le angurie, comprendendo ortaggi, agrumi e frutti in genere. Con qualche decina di centesimi che vanno al produttore per mandarini e arance, pesche e uva (quest’ultima, quasi introvabile, di non eccelsa qualità e anche eccessivamente costosa. Perché?
E, sorpresa, scoprire di non essere stato il solo ad accorgersene. Bene. Irretiti dall’argomento- topic, che svaria dalle mascherine al tampone, dal Lopalco desaparecido (e silenziato, in quanto candidato alle regionali di settembre), all’ennesima e pletorica ordinanza emiliana (da Emiliano) anticovid, basta avere pazienza ed ascoltare confessioni in libertà. Per apprendere con soddisfazione che una persona appena incontrata, come me aveva notato quel manifesto pubblicitario con l’anguria a 1 centesimo. Ed era andato dottamente oltre, parlando della lettera-enciclica Rerum Novarum al tempo di Leone XIII (1891), dove si parla (in antitesi all’ideologia socialista del tempo) della questione operaia e della “giusta mercede” per ogni lavoratore. Niente male, una vera lezione di etica! Peccato che abbia presto chiuso il discorso. Anche perché si era al mare, sugli scogli. Doveva gonfiare il canotto e avrà pensato che certi discorsi fossero davvero velleitari. A dire il vero, non ha smesso del tutto. Aveva un paio di interlocutori, anzi soltanto gente che ascoltava. Prima di tuffarsi ha concluso, chissà perché, con “la vita è un terno al lotto”. Stavolta, poco aggiornato poiché, col “ 6 al superenalotto” avrebbe detto certamente meglio.
LUIGI NANNI















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