NARDO' - Anche quest’anno durante queste giornate della “Manifestazione della Memoria”, mi sembra doveroso dedicare un momento di riflessione sulla vicenda degli Internati Militari Italiani (IMI) che all’indomani dell’8 settembre 1943 furono catturati dai tedeschi e trasportati nei campi di prigionia e di lavoro coatto del Terzo Reich.
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E’ la storia di oltre 600.000 militari italiani che in coincidenza con la nascita della Repubblica di Salò si sono rifiutati di collaborare con i nazisti, di essere arruolati nelle Wehrmacht, nelle SS oppure nel neonato esercito di Mussolini.
Molti di questi soldati per aver avuto il coraggio di non sottomettersi ai tedeschi accettarono qualcosa che gli avrebbe portati ad una detenzione per eliminazione forzata nei campi di concentramento nazisti.
Almeno dal punto di vista simbolico la resistenza degli Internati Militari Italiani, fu una resistenza non certo meno importante di quella armata che in quello stesso periodo agiva soprattutto nel Nord Italia.
La data dell’8 settembre 1943 e poi la prigionia di questi soldati italiani diventò un “grosso affare” per il Terzo Reich dato che i tedeschi ricavarono un enorme bottino costituito da armi, materiali di ogni genere e soprattutto uomini da poter ridurre in schiavitù.
Nei campi di concentramento questi militari non godettero mai dello stato di prigionieri di guerra, furono completamente abbandonati a se stessi e nessuno, né il Re, né la stessa opinione pubblica di allora rivendicò la loro scomparsa e nessuno alzò un dito per salvarli.
I tedeschi si giustificarono dicendo che, in virtù di un accordo fatto con Mussolini, gli IMI dovevano essere considerati, volenti o nolenti, “lavoratori volontari” e perciò non potevano avere il diritto di godere di alcun aiuto da parte degli organismi internazionali come la Croce Rossa e soprattutto non dovevano avere nessun contatto con le loro famiglie.
Uno di questi internati, Nino Pagliula e tanti altri , per il 70% del Sud Italia , erano sopratutto contadini che fino ad allora non avevano conosciuto altre città oltre la loro residenza e che non avevano mai visto la neve, i venti gelidi e le montagne del Nord Europa dove furono internati.
Le condizioni e il trattamento di questi uomini nei lager erano uguale agli altri e a coloro che non riuscivano a resistere ai turni di lavoro di 12 ore, alla scarsissima alimentazione, alle punizioni e al maltrattamento degradante si apriva irrimediabilmente la strada delle camere a gas.
Purtroppo dopo la guerra e nel caos dell’Italia del primo dopoguerra, la tragica vicenda degli IMI fu presto dimenticata e di questi militari non si occupò quasi nessuno, istituzioni comprese, come se questi uomini non fossero mai esistiti.
All’indifferenza che li aveva raccolti al loro rientro in Patria dalla prigionia, Nino Pagliula e tanti altri risposero col silenzio, vergognandosi di quello che avevano subito e facendo scattare nel loro interno un vero e proprio meccanismo di rimozione della realtà, come se tutto quello che gli era successo fosse capitato a qualcun altro.
Questi “eroi delusi” ammutolirono, chi per decenni e chi per sempre, convinti dell’inutilità del loro sacrificio e dei loro compagni di prigionia.
Purtroppo ancora dopo tanti anni la stampa, l’opinione pubblica, persino i loro parenti continuano a ignorare il dramma di questi uomini.
Nino Pagliula cominciò a manifestare per la prima volta all’età di 80 anni la sua triste epopea ai suoi nipotini e a tanti ragazzi delle scuole elementari che spesso incontrava convinto che era ancora in tempo per fare conoscere queste tristi pagine di storia e per rendere il giusto omaggio e memoria a quanti militari, soprattutto del Sud Italia, che con il loro sacrificio contribuirono a portare la libertà e la democrazia nel nostro Paese.
Da parte mia continuerò a raccontare soprattutto nelle scuole , ai giovani, l’odissea di mio padre e degli altri IMI convinto come non mai di quanto è sempre più importante la frase che mio padre diceva al termine dei suoi racconti : “ragazzi datevi da fare , chiedete nelle vostre case notizie dei vostri nonni, fatevi raccontare della loro guerra, della fame e del lavoro. E’ il migliore modo per parlare di pace e per costruire il vostro futuro”.
Pantaleo Pagliula















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