SANTA MARIA/SANTA CATERINA – Le foto, splendide, di Andreina Falconieri. Il racconto di costume di Serena Marchese, come sempre pungente e veritiero. Così una giornata di sport diventa un ricordo importante della vita della città.
L’anno scorso c’eravamo divertiti un sacco, al Triathlon di Santa Maria, ed allora quando ci hanno chiesto di dare una mano anche in questa ottava edizione, ci siamo tornati volentieri.
Lo spettacolo dei triatleti è stato ancora una volta ultra emozionante. Quello del pubblico, meno. Unica eccezione, un simpatico signore campano che prima dell’inizio è venuto a chiederci se serviva un volontario in più.
In realtà, più che un volontario extra, servirebbe una lobotomia frontale per certi scherzetti della natura. Primo tra tutti il genio che ha pensato bene di parcheggiare lungo il percorso, in curva e in doppia fila. Uno degli atleti che filava in bici a velocità non indifferente, per colpa di questo incivile egoista e menefreghista ha fatto una brutta caduta e si è procurato una lesione scomposta della spalla. Ma questo è solo l’evento limite.
Per le due ore scarse della gara, il triathlon della pazienza l’han dovuto fare pure i volontari che si occupavano della sicurezza del percorso. Già, perché il genio della curva non era certo l’unico parcheggiato all’interno del percorso di gara e chi si trovava in zone particolarmente delicate, come la discesa di Santa Caterina, ha dovuto faticare non poco per evitare che qualcuno, sazio di sole e gelato, uscisse dal parcheggio e invadesse la pista su cui correvano gli atleti, col rischio di fare strike di un bel gruppetto. Con l’arroganza di chi poi, se gli chiedi di aspettare dieci minuti, ti risponde “lei non sa chi sono io!”. Io gli avrei risposto che sì, lo sapevo: un imbecille. Però si è trovato davanti un volontario più educato di me.
Altrove, stessa storia. Famiglie satolle della parmigiana mangiata in spiaggia che sentivano l’urgenza di tornare a casa e attraversare la pista nel momento stesso in cui gli atleti arrivavano per l’ultimo tratto di gara, i cinque chilometri della corsa. Gente nata col solo scopo di rompere le scatole, tipo l’adiposa signora che ha attraversato la pista almeno quattro volte, e ogni volta mentre arrivava qualcuno di corsa. E sì che era tutto ben delimitato col nastro bianco e rosso. E sì che le era stato ripetuto diverse volte che non era possibile passare da lì. Niente, come cavare il sangue da una rapa. Poi, ovviamente, ci son le lamentele. E perché quest’ambulanza, e perché questi che fanno il tifo, e perché non posso arrivare dentro la gelateria con la macchina e devo fare trecento metri a piedi e perché la strada è chiusa per tre ore di una domenica d’agosto quando io devo farmi il bagno? E perché io proprio non vi capisco?
Stiamo lentamente raccogliendo i turisti feccia, quelli scappati da dove le cose funzionano troppo bene si sentono a disagio, e si trovano bene nella zozzura e nella scarsa civiltà. C’è chi si sforza di rialzare, con fatica, il livello, proponendo una immagine diversa e un turismo diverso. L’unica collaborazione richiesta è quella della tanto sbandierata accoglienza. E accoglienza non significa mettere a disposizione una topaia di proprietà a prezzi da Saint Tropez e aspettare il gruppo di ventenni balordi della più sfigata provincia venuti nel Salento per devastarsi di cocktail e discoteche.
Sabotatori a parte, il triathlon è stato ancora una volta una bella festa. L’anno prossimo, proporrei agli organizzatori di usare il nastro non per delimitare il percorso, ma per legare insieme i rompiscatole e usarli al posto delle boe.




















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